Tensione crescente
«Noi cinesi su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan condividiamo un legame di sangue e parentela. La riunificazione della nostra madrepatria, una tendenza dei tempi, è inarrestabile!». Questo è solo uno dei numerosi moniti che il presidente della Repubblica Popolare Cinese (d’ora in avanti “Cina”) Xi Jinping ha lanciato sulla questione taiwanese, questa volta durante il tradizionale discorso d’inizio anno, pronunciato il 31 dicembre 2025. Ebbene, i legami di sangue e parentela esistono, ma dal 1949, quando le truppe comuniste costrinsero i nazionalisti di Chiang Kai-shek alla ritirata nell’isola di Formosa, la Repubblica di Cina-Taiwan (d’ora in avanti “Taiwan”) ha progressivamente sviluppato una distinta identità politica e nazionale. Secondo le ultime rilevazioni della National Chengchi University, l’88% dei cittadini dell’isola è a favore del mantenimento dello status quo fra Cina e Taiwan ed il 63% si definisce “solo taiwanese”, contro un 2.5 % di chi si sente “solo cinese”.
Storicamente, l’indipendenza de facto di Taiwan è stata resa possibile grazie alla volontà statunitense di preservare l’equilibrio nello Stretto, assicurato prima da un’alleanza militare tra Washington e Taipei, durata fino al 1979, poi da un’intesa diplomatica imperniata sulla One China Policy americana. Gli USA prendono atto del One China Principle cinese, secondo il quale Taiwan sarebbe parte inalienabile della Cina; non rinunciano però a fornire mezzi difensivi all’isola al fine di dissuadere Pechino da ogni tentativo di unificazione. Questo rapporto triangolare, volutamente ambiguo e contraddittorio, deve la sua lunga vita principalmente alla superiorità militare americana anche nell’Indo-Pacifico. Ora, questa superiorità sarebbe messa in dubbio da alcuni analisti statunitensi, i quali sottolineano come la modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) abbia fondamentalmente iniziato a cambiare alcune delle posizioni sul campo a favore della Cina.
Secondo il report dell’ODNI del marzo 2026, Pechino non ha una scadenza fissata per l’annessione di Taiwan, ma già nel 2023, la CIA riportò che Xi Jinping aveva dato ordine all’EPL di essere pronto all’intervento militare nell’isola entro il 2027. L’invasione sarebbe solo il culmine di una strategia di coercizione progressiva che i taiwanesi stanno già affrontando quasi quotidianamente. La Cina, infatti, fa largo uso di tattiche appartenenti alla “zona grigia”: dalla propaganda disinformativa volta a demotivare i taiwanesi, all’uso intimidatorio della guardia costiera, dalla coercizione economica al sabotaggio delle infrastrutture taiwanesi, fino alle dimostrazioni di potenza militare nello Stretto di Taiwan, la più plateale nell’agosto del 2022, in occasione della visita a Taipei della presidente della Camera statunitense Nancy Pelosi.
In questo contesto di crescente tensione, l’allora presidente Joe Biden dichiarò in quattro diverse occasioni che, nel caso di invasione cinese, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti a difesa dell’isola. Il gabinetto ridimensionò poi queste dichiarazioni, riaffermando l’ambiguità strategica statunitense, ma il messaggio che il Presidente volle mandare ai dirigenti del Partito Comunista Cinese (PCC) è chiaro e non casuale. Nel novembre del 2025, intervistato da CBS news, il presidente Trump fu più cauto. Quando la reporter gli chiese se avrebbe schierato l’esercito in caso di invasione di Taiwan, lui rispose: «Lo scoprirai se accade, e lui (Xi Jinping) conosce la risposta». Un mese dopo, l’amministrazione ha annunciato un accordo da 11,1 miliardi di dollari in armamenti per l’isola, il più oneroso nella storia dei rapporti tra gli USA e Taiwan. Poi, nel maggio di quest’anno, Trump si è recato a Pechino per un vertice con Xi Jinping in cui Taiwan e i semiconduttori sono stati temi centrali. Come riportato da Axios, alcuni esponenti della Casa Bianca hanno portato in patria da questo incontro il timore che la Cina possa invadere Taiwan nei prossimi cinque anni.
La fabbrica mondiale dei chip
Per comprendere l’importanza di Taiwan per l’Occidente (e per la Cina), occorre soffermarsi sulla sua dimensione economica. L’isola, con un PIL che sfiora il trilione di dollari, si posiziona al ventiduesimo posto tra le economie mondiali. Ricopre un ruolo di spicco nel commercio classificandosi al dodicesimo posto per esportazioni, con il 2.4% degli export globali. Tuttavia, è il ruolo di Taiwan nell’industria dei semiconduttori a renderlo un nodo geopolitico fondamentale e irriproducibile.
Nel 1985 il primo ministro taiwanese Kwoh Ting-li decise che Taiwan sarebbe dovuta diventare una potenza di primo piano nella tecnologia del futuro: i microchip. Convocò così a Taipei Morris Chang, un pioniere della tecnologia dei semiconduttori che si era formato nell’azienda statunitense Texas Instruments. Dal primo ministro ottenne carta bianca e un ingente finanziamento statale per la creazione di una fonderia in grado di produrre dei semiconduttori competitivi con quelli americani e coreani. Nello stesso periodo, negli Stati Uniti iniziavano a sorgere le prime aziende fabless, un nuovo modello di business che eliminava il fab, lo stabile di produzione, per concentrarsi sulla sola progettazione dei chip. Il modello di Chang, basato sulla produzione su larga scala come servizio alle aziende di progettazione, prese velocemente piede, e nel giro di due decenni conquistò le vette della produzione mondiale di semiconduttori, realizzando la visione di Li, il miracolo economico di Taiwan.
Oggi, gli USA detengono ancora il primato per quanto riguarda la progettazione dei chip, con circa il 50% delle quote mondiali di mercato. Tuttavia, solo la Intel mantiene gran parte della produzione sul suolo americano e a fatica si colloca tra le aziende capaci di costruire chip logici all’avanguardia. La stragrande maggioranza dei chip più avanzati sono prodotti a Taiwan dall’azienda creata da Chang, la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC). I semiconduttori possono essere suddivisi in tre categorie principali: La prima è quella dei chip analogici, per i quali spesso è sufficiente possedere una tecnologia di produzione datata; in questo ambito lavorano migliaia di aziende in tutto il mondo. Ci sono poi i chip di memoria, capaci di immagazzinare informazioni. Qui il quadro della produzione si restringe principalmente a tre aziende: l’americana Micron e i due colossi coreani Samsung e SK Hynix. Infine, abbiamo i chip logici, i quali si differenziano dalle altre due macrocategorie di semiconduttori per l’estremo livello di sofisticazione necessario a produrli, essendo formati da segmenti di silicio di appena una manciata di nanometri. I chip logici di ultima generazione possono essere costruiti solo grazie ad un complesso macchinario per la litografia a luce ultravioletta estrema (EUV) sviluppato e prodotto esclusivamente dall’olandese ASML. Per via dell’altissimo costo di questa tecnologia e della preparazione tecnica necessaria al suo utilizzo, sono pochissime le aziende a possederla. La maggior parte di questi macchinari è nei fab della TSMC. Proprio per questo motivo, Taiwan produce più di un terzo dei chip logici a livello mondiale e supera il 90% nella produzione di chip logici di ultima generazione. Di questi fanno parte i microprocessori su cui lavorano tutti i centri di elaborazione dati del mondo e le schede grafiche, a cui l’americana Nvidia deve il suo enorme successo, necessarie al funzionamento dell’Intelligenza Artificiale. La corsa al controllo della produzione di chip logici di ultima generazione si colloca quindi all’interno della più ampia competizione tecnologica tra le potenze mondiali.
Il governo di Taipei, che sin dai tempi di K. T. Li aveva intuito il valore strategico della produzione di wafer e chip avanzati, utilizza l’eccellenza taiwanese come leva strategica ed elemento chiave di deterrenza. Lo “scudo di silicio” che difende l’isola rimane la sua risorsa più preziosa: Taiwan promuove l’interdipendenza della comunità internazionale nella filiera dei semiconduttori grazie all’apertura di fab in paesi terzi, compresi gli USA e la Cina, che beneficia di due storici stabilimenti di TSMC a Nanchino e Shanghai. Anche l’Italia gode di questa interdipendenza. La taiwanese GlobalWafers ha infatti recentemente avviato una collaborazione con l’italo-francese STMicroelectronics, dando vita ad una fabbrica di wafer di silicio a Novara, pronti ad essere utilizzati nei fab di Catania e di Agrate Brianza. Tuttavia, la capacità di questi stabilimenti diffusi si ferma ai “nodi maturi”, non arriva cioè al livello di competitività degli impianti sul suolo taiwanese. Questa strategia volta ad esercitare influenza economica senza rinunciare al proprio primato tecnologico, rende Taiwan un attore internazionale dal grande potere negoziale.
Gli Stati Uniti hanno portato avanti, a partire dalla prima amministrazione Trump, un braccio di ferro con Taiwan, che si è concretizzato recentemente nel tentativo di portare il 40% della produzione di chip avanzati sul suolo americano. Evitando uno scontro frontale, il governo taiwanese ha concesso maggiori investimenti nei fab già presenti in Arizona, ma ha respinto la richiesta di Washington, definita dalla vicepremier Cheng Li-chiun «impossibile». Questo tentativo statunitense, insieme al Chips Act, all’European Chips Act e all’iniziativa della Pax Silica, altro non sono che uno sforzo unico e coordinato dell’Occidente per prepararsi alla possibilità di un evento, come l’invasione anfibia o il blocco navale di Taiwan, critico per le filiere mondiali dei semiconduttori. La realtà è che in una tale evenienza i danni potrebbero solo essere mitigati, non prevenuti; perciò, Taiwan rimane e rimarrà essenziale ancora per anni, forse decenni.
Non solo economia
Gli effetti economici di un’invasione cinese a Taiwan sarebbero dunque catastrofici: secondo una stima di Bloomberg Economics, le perdite potrebbero sfiorare il 10% del PIL mondiale. Le ragioni economiche non sono però le uniche in gioco, ci sono almeno altre due questioni dirimenti. Sul piano politico-ideologico, va evidenziato il forte potere simbolico di Taiwan. Come l’ex presidente Tsai Ing-wen ha sottolineato in diverse occasioni, la democrazia è ormai un aspetto non negoziabile dell’identità taiwanese, e in effetti l’isola si colloca tra le prime posizioni in tutti i principali indici internazionali di qualità democratica. La sola esistenza di una società taiwanese libera è un problema per il PCC, perché contraddice la narrazione secondo cui il popolo cinese possa funzionare solo in un quadro autoritario di “socialismo con caratteristiche cinesi”. Non è infatti un caso che Xi Jinping subordini la riuscita del suo progetto di “ringiovanimento della nazione cinese” all’unificazione con Taiwan. Abbandonare Taipei, e i suoi 24 milioni di abitanti, significherebbe invitare i regimi revanscisti di tutto il mondo a tentare la propria mossa.
L’altra questione è quella strategica. Formosa fu l’avamposto per eccellenza dell’Impero giapponese e Tokyo conosce bene il suo valore strategico. Stesso discorso vale per Manila. Tanto Giappone quanto Filippine ritengono che la caduta di Taiwan costituirebbe una minaccia esistenziale per i propri paesi. L’isola, infatti, fa parte della cosiddetta “prima linea di isole” situata al largo della Cina. Questo arcipelago che si estende dalle Filippine al Giappone rappresenta una barriera naturale che rende problematico alla Cina l’accesso alle acque profonde del Pacifico. Il controllo di Taiwan permetterebbe quindi a Pechino di espandere notevolmente le proprie linee di proiezione militare ed imporre la propria egemonia sulla regione Indo-Pacifica. Un attacco a Taiwan porterebbe, di conseguenza, il grosso rischio di un’escalation regionale.
La “Dottrina Porcupine”
Il governo taiwanese, con il sostegno della società civile, impegna sempre più risorse per garantire la difesa e la sopravvivenza di Taiwan come entità politica libera ed autonoma. Negli ultimi anni, questo imperativo si è dovuto confrontare con due fondamentali realtà: il sostanziale aumento della capacità militare cinese e l’estensione delle minacce ad ambiti differenti da quello strettamente militare (si pensi alle sopracitate tattiche della “zona grigia”). La Revisione Quadriennale della Difesa pubblicata nel marzo 2025 riflette l’impegno taiwanese nell’affrontare proprio questi due aspetti chiave.
Tsai Ing-wen ebbe il merito di riportare al centro del dibattito pubblico il tema della difesa, ma non riuscì a cambiare i paradigmi della tradizione militare di Taiwan. Tra le alte sfere dell’esercito taiwanese, infatti, prevale ancora la predilezione per un’impostazione militare convenzionale, fatta di mezzi pesanti e all’avanguardia. L’attuale presidente Lai Ching-te sta lavorando al superamento di questi paradigmi. Affiancato dal ministro della difesa Wellington Koo, il presidente taiwanese ha introdotto nella retorica politica la necessità, a lungo sottolineata dai partner americani, di spostare il nucleo della difesa verso una capacità asimmetrica. Secondo il primo ministro, Taipei ha poche chance di esercitare deterrenza sulla Cina tramite un esercito dotato di jet, navi e sottomarini di ultima generazione, poiché la Cina in questo campo manterrà sempre un vantaggio numerico dovuto alla sproporzione dei budget militari ai due lati dello Stretto.
L’alternativa proposta dall’amministrazione taiwanese è quella di adottare la cosiddetta strategia “Porcupine”, “Porcospino”. Questo concetto, a lungo discusso a Taiwan e oltreoceano, si basa sulla deterrenza per negazione. Il principio cardine di questa dottrina militare difensiva è quello di infliggere il massimo danno con il minimo dispendio di risorse. L’obiettivo è dissuadere il nemico rendendogli chiaro che il costo della guerra sarebbe insostenibile, proprio come il porcospino scoraggia il predatore non con la forza, ma con i suoi aculei. Concretamente, si esprime nell’adozione di sistemi missilistici decentralizzati e mobili, motovedette rapide e armate di missili, mine navali, droni ed altri mezzi a basso costo orientati allo sfruttamento delle debolezze nemiche e capaci di trarre vantaggio dai punti di forza taiwanesi, come la favorevole composizione geografica dell’isola. In altre parole, il modello militare al quale Taiwan conviene ambire è quello ucraino, piuttosto che quello americano. I passi in avanti di Lai, come l’annuncio nell’ottobre del 2025 del progetto “T-Dome”, un sistema di difesa ispirato all’Iron Dome israeliano, e gli investimenti nell’industria domestica dei droni, restano ad oggi insufficienti. Alcuni critici sottolineano come la retorica di Lai manchi ancora di un approccio sistematico e concreto, riflettendo la resistenza di una parte dell’élite taiwanese a questo modo di concepire la difesa, come riportato dallo Stimson Center. La sfida per l’amministrazione taiwanese non si limita alla riforma dell’apparato militare, ma si estende anche alla preparazione della società civile nei diversi livelli della guerra ibrida cinese e all’implementazione di un piano credibile di resistenza che vada oltre i primissimi giorni di un eventuale conflitto.
Deterrenza
Taiwan è in grado di sopravvivere ad un’invasione cinese? La risposta più verosimile ci arriva da una simulazione di guerra ambientata nel 2027 effettuata dal CSIS: le forze congiunte di Taiwan, Giappone e Stati Uniti sarebbero in grado di respingere l’invasione nella maggior parte dei casi simulati. Ci sono però delle considerazioni da fare. In tutte le iterazioni, il costo pagato dagli alleati è ingente, sia in termini umani, sia in termini militari. Il dato che più colpisce è che l’impressionante potenza missilistica cinese sarebbe in grado di eliminare il 90% delle forze aeree statunitensi nel Pacifico prima ancora che possano decollare. Il problema non è solo l’effettivo divario di capacità militare, che sembra ancora favorire Stati Uniti ed alleati, ma anche, e soprattutto, la deterrenza. Data la crescente instabilità dei rapporti internazionali ed il sempre più comune ricorso alla forza, Xi potrebbe scommettere che gli americani non abbiano la determinazione per sostenere una guerra così costosa. Un sospetto verosimilmente rafforzato dal prolungato coinvolgimento statunitense in Iran.
Mentre Xi Jinping prepara il campo tramite purghe nei vertici militari, proponendo una narrazione sempre più roboante e costruendo una capacità navale formidabile, gli alleati regionali lavorano per rafforzare la deterrenza. Il Giappone sta abbandonando la propria dottrina puramente difensiva, dotandosi di armamenti a medio e lungo raggio capaci di colpire il territorio cinese, nell’ambito del più ampio riarmo dai tempi della Seconda guerra mondiale. L’Australia aumenta la produzione di munizioni, una delle carenze più critiche per Washington e alleati, candidandosi come base logistica in caso di attacco a Taiwan. La Corea del Sud si prepara a fronteggiare autonomamente eventuali mosse nordcoreane in uno scenario di crisi coordinata, così da liberare risorse americane per il fronte taiwanese. L’Europa, invece, resta indietro, pur avendo margini di manovra concreti rimasti finora largamente inespressi: secondo l’ECFR, il vecchio continente dovrebbe trarre lezione dalla guerra russo-ucraina e predisporre sanzioni commerciali severe e mirate (Pechino è ormai in gran parte immune a quelle finanziarie), capaci di convincere il PCC che un’invasione di Taiwan comporterebbe danni concreti e immediati al proprio fattore di crescita, l’export. Potrebbe inoltre incoraggiare la collaborazione privata con le aziende taiwanesi per il trasferimento di tecnologie ad uso duale, competenze sottomarine e aerospaziali. Anche l’Italia, con le sue eccellenze nel settore navale, avrebbe un ruolo da giocare nel sostenere lo sforzo del popolo taiwanese per difendere la propria libertà.
Nessuno di questi strumenti, da solo, basterebbe a fermare un’eventuale decisione di Pechino. Ma la loro somma resta l’unica combinazione in grado di rendere il costo di un’invasione così alto da scoraggiarla. Economia e strategia si intrecciano indissolubilmente nel caso taiwanese: lo scudo di silicio e la deterrenza militare sono le due facce di un’unica medaglia. Finché Occidente e alleati regionali sapranno tenerle insieme, Taiwan continuerà ad essere il (fragile) punto di equilibrio dell’ordine indo-pacifico.