Questa è la prima parte di un’analisi intitolata «Il crepuscolo dell’ordine unipolare: economia, sicurezza, riarmo e immigrazioni nella crisi europea» di Massimiliano Carta che verrà pubblicata in cinque puntate dalla Fondazione Machiavelli [red.].
I tre pilastri dell’ordine post-1989
Le proposte di riforma dell’Unione Europea che circolano da alcuni anni — dai rapporti Letta e Draghi in avanti — si concentrano tipicamente su mercato unico, competitività e governance economica. Un’analisi più radicale, tuttavia, suggerisce che il problema non sia tecnico ma genetico: il contesto storico in cui l’Unione ha preso forma, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del secolo scorso, semplicemente non esiste più. Quel contesto poggiava su tre pilastri concettuali, oggi tutti in crisi.
Il primo era filosofico: la tesi della “fine della storia” di Francis Fukuyama, spesso citata in modo incompleto, dimenticando che il titolo completo del suo libro richiamava esplicitamente “l’ultimo uomo” di ascendenza nietzschiana — un individuo anestetizzato, privo di grandi ambizioni, destinato a vivere nell’uniformità della globalizzazione. Il secondo pilastro era geopolitico: l’Unione Europea, nata nel momento unipolare statunitense successivo al crollo sovietico, ha storicamente funzionato da vettore per la gestione americana del continente, con gli allargamenti a Est sistematicamente subordinati, nella sequenza temporale, all’ingresso dei medesimi paesi nella NATO. Il terzo pilastro era economico: il ritorno della teoria neoclassica negli anni Ottanta, con la sua fiducia nella capacità auto-regolativa del mercato, priva di necessità di intervento pubblico. Questi tre pilastri non erano semplicemente coevi, ma reciprocamente funzionali l’uno all’altro, in un rapporto di sostegno circolare che vale la pena rendere esplicito.
La tesi filosofica della fine della storia forniva la cornice ideologica per presentare l’assetto geopolitico unipolare non come un rapporto di potere contingente — destinato, come ogni ordine egemonico della storia, a essere prima o poi eroso — ma come l’approdo naturale e definitivo dell’evoluzione politica umana, sottraendolo così alla contestazione legittima. L’assetto geopolitico unipolare, a propria volta, forniva la cornice istituzionale — la sicurezza garantita dalla NATO a guida americana, discussa più diffusamente nella Parte 3 di questa serie, dedicata al riarmo — entro cui il terzo pilastro, quello economico, poteva presentarsi come scelta tecnica neutra anziché come progetto politico specifico: senza un conflitto ideologico sistemico all’orizzonte (il primo pilastro) e senza una minaccia geopolitica percepita come esistenziale (il secondo pilastro), la teoria dei mercati autoregolantisi poteva essere insegnata e applicata come sapere scientifico depoliticizzato, anziché come l’esito di scelte storiche concrete e di attori identificabili — come si avrà modo di documentare nella Parte 2, dedicata a chi abbia effettivamente promosso, e in alcuni casi imposto, tale paradigma.
Il crollo di uno dei tre pilastri, in altre parole, indebolisce necessariamente anche gli altri due: se la storia non è affatto finita, l’assetto geopolitico che quella tesi legittimava perde la propria pretesa di naturalezza, e la teoria economica che quell’assetto proteggeva da un’analisi genuinamente politica torna a essere riconoscibile per ciò che è sempre stata — una scelta, non un destino. Tutti e tre questi presupposti attraversano oggi una crisi che appare strutturale piuttosto che congiunturale.
La storia, lungi dall’essersi conclusa, si ripresenta nella sua forma più antica: la guerra è tornata a essere orizzonte concreto del continente europeo. Il mondo unipolare, se mai è esistito nella forma pura teorizzata da alcuni strateghi americani, si è dissolto con l’invasione russa dell’Ucraina del 2022 e con la transizione — ancora in corso e di esito incerto — verso un ordine multipolare. La teoria neoclassica, infine, mostra da tempo i propri limiti empirici, non da ultimo nella stagnazione salariale che ha caratterizzato l’economia italiana negli ultimi tre decenni.
Da questa cornice diagnostica discendono le questioni affrontate negli articoli di questa serie: quanto tempo occorrerà all’Europa per riarmarsi in modo credibile; se le minacce esterne invocate a giustificazione di tale riarmo — Russia e Cina — siano proporzionate alla retorica che le accompagna; se la convergenza tra interessi europei e americani sia frutto di affinità genuina o di un rapporto asimmetrico che merita di essere chiamato, senza eufemismi, sudditanza; e, da ultimo, quale ruolo abbiano avuto la globalizzazione e le politiche economiche neoliberiste nel produrre la pressione migratoria verso l’Europa, conseguenza umana di molte delle dinamiche appena elencate.
Una constatazione di fondo
Le questioni che questa serie ricostruisce (il tramonto empirico del mito dei mercati autoregolantisi e il bilancio di liberismo, neoliberismo e keynesismo nelle rispettive forme pure; gli attori concreti che hanno promosso, e in alcuni casi imposto, il paradigma neoliberista; i difetti di progettazione dell’Eurozona; i costi distributivi della globalizzazione e la loro riemersione nel “China Shock 2.0” del 2026; i tempi lunghi del riarmo europeo e la natura asimmetrica delle minacce russa e cinese; la dipendenza politica, tecnologica, energetica e finanziaria dagli Stati Uniti e la frammentazione istituzionale che ne rende parziali le risposte; le cause e le conseguenze della pressione migratoria) convergono verso un’unica constatazione di fondo: l’Europa si trova a dover ripensare, in tempi storicamente compressi, un’architettura di sicurezza, di autonomia strategica e di paradigma economico costruita per un mondo che, con ogni evidenza, non esiste più.
Non è un caso che la crisi geopolitica, quella dei modelli macroeconomici e quella del modello di globalizzazione commerciale procedano di pari passo: tutte e tre nascono dalla medesima illusione di fine secolo — che un ordine, una volta raggiunto, non richieda più correzione né manutenzione critica, e che l’efficienza allocativa possa essere perseguita senza costi distributivi o strategici di lungo periodo. E tutte e tre, come si vedrà, sono state anche il prodotto di scelte politiche concrete, promosse da attori identificabili con interessi propri — non l’esito impersonale e neutro di leggi economiche naturali, per quanto tale narrazione sia stata, a lungo, la più comoda da raccontare. Se tale ripensamento avverrà per scelta lucida o per necessità imposta dagli eventi — se, in altri termini, servirà una crisi ancora più grave a scuotere una classe politico-culturale abituata a operare in tempo di pace — è domanda che la sola analisi storica e geopolitica non può sciogliere. Le iniziative già in campo — dal fondo SAFE all’InvestAI, dal REPowerEU all’Unione del risparmio e degli investimenti — dimostrano che la diagnosi non manca; ciò che resta sistematicamente carente è la capacità di tradurla in esecuzione tempestiva e di scala adeguata, ostacolata da un meccanismo decisionale che consente a singoli Stati membri di bloccare l’azione comune. Su questo insieme di questioni vale la pena mantenere alta la soglia di attenzione critica, resistendo tanto alle narrazioni allarmistiche quanto a quelle rassicuranti, e misurando ogni affermazione sul metro dei dati verificabili piuttosto che su quello della retorica del momento — un’avvertenza che vale tanto per la geopolitica quanto, come si vedrà, per l’economia, per i suoi processi di integrazione globale e per la storia politica, spesso rimossa, della loro stessa affermazione.
La serie prende le mosse dal terzo pilastro evocato in apertura — quello economico —, poiché è sul terreno della teoria dei mercati autoregolantisi, e della sua traduzione concreta nell’architettura della moneta unica europea, che si gioca la partita interpretativa più rilevante per comprendere le crisi finanziarie, le diseguaglianze e le stesse tensioni geopolitiche discusse nelle parti successive.
Nota bibliografica generale della serie
I dati e i riferimenti citati nei cinque contributi sono tratti, tra le altre fonti, da Hudson Institute, Parlamento Europeo, Commissione Europea, Merics, CSIS, Brookings Institution, Istituto Superiore di Sanità, CEPR (Centre for Economic Policy Research), Centre for European Reform, NBER (National Bureau of Economic Research), Cato Institute, Banca Mondiale, OCSE, United States Trade Representative (USTR), archivi del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca statunitensi (1997-2001), Eurostat, UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), EUAA (Agenzia dell’Unione Europea per l’Asilo), Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Eurofi, Chatham House, Oxfam, Bruegel, Synergy Research Group, Gartner, TeleGeography, Atlantic Council Digital Forensic Research Lab, ICANN, IEEFA (Institute for Energy Economics and Financial Analysis), Egmont Institute, MIT (Michiel Bakker), Human Rights Watch, Pew Research Center, Europol (rapporti EU TE-SAT), ISTAT, Ministero dell’Interno italiano, INPS, Banca d’Italia, Fondazione Leone Moressa, Fondazione ISMU, CNEL, Centro Astalli, House of Commons Library, Congressional Research Service, China Africa Research Initiative (Johns Hopkins University), UNCTAD, Tax Justice Network, Sciences Po, Afrobarometer, dalle dichiarazioni ufficiali dei vertici NATO e dall’intervento di Mario Draghi al summit informale UE di Alden-Biesen (febbraio 2026), nonché dai contributi teorici di Francis Fukuyama, Friedrich Hayek, George Akerlof, Daniel Kahneman, Amos Tversky, Richard Thaler, Hyman Minsky, John Maynard Keynes, Milton Friedman, Robert Lucas, Dani Rodrik, Daron Acemoglu/James Robinson, David Autor/David Dorn/Gordon Hanson, Clément de Chaisemartin/Ziteng Lei, Wolfgang Dauth/Sebastian Findeisen/Jens Suedekum, Nicholas Bloom/Mirko Draca/John Van Reenen, Hanna Aghelmaleki/Ronald Bachmann/Joel Stiebale, Anne Case/Angus Deaton, Dylan Sullivan/Michail Moatsos/Jason Hickel, John Ruggie, David Harvey, Gérard Duménil/Dominique Lévy, Peter Hall/David Soskice, John Mearsheimer, Christian Dustmann/Tommaso Frattini/Ian Preston, Samuel Huntington, Paolo Pinotti, Deborah Brautigam, Robert Mundell, Peter Kenen, Walter Eucken e Franz Böhm. Dati aggiornati a luglio 2026.