…la negazione della Verità convive con la pretesa di avere ragione in assoluto,
anzi di essere dalla parte della ragione per diritto a priori, senza possibilità di confutazione.
M. Veneziani, La Cappa, Marsilio 2022
Da anni si continua a discutere sulla natura della famosa egemonia culturale della sinistra e come si sia evoluta nel corso del tempo. Molto si è scritto e commentato nel mondo conservatore sull’insegnamento gramsciano, che preconizzava il progressivo controllo dei centri di produzione editoriale e culturale (stampa, università, case editrici) quale presupposto per diffondere in modo efficace e pervasivo il verbo marxista, che avrebbe poi permesso di costruire il trionfo politico del Partito comunista nel nostro Paese. Non c’è dubbio che l’analisi fosse sostanzialmente corretta, e i fatti hanno dimostrato come, almeno nella sua prima parte, questa strategia abbia avuto successo. Alcuni grandi eventi, quali in primo luogo il crollo del sistema comunista in Europa, hanno precluso l’avverarsi della conquista del potere quale ipotizzato da Gramsci, ma non hanno impedito che gli eredi del PCI fossero i primi beneficiari politici delle svolte della storia, e questo è avvenuto proprio in virtù di quelle posizioni quasi monopolistiche acquisite secondo gli insegnamenti dell’autore dei “Quaderni del carcere”.
Il potere del “parastato gramsciano”
E quindi assistiamo al paradosso di governi di centro destra, forti di una solida maggioranza nel paese – da quelli guidati da Berlusconi nei primi anni 2000 a quello attuale insediatosi nel 2022 – che non riescono a scalfire il predominio di cui la sinistra dispone nel sistema mediatico-culturale. Sicché la percezione di un osservatore ignaro della storia italiana, che si mettesse per qualche settimana a seguire i talk show televisivi, a leggere i giornali principali, a frequentare qualche convegno di docenti universitari o di magistrati, sarebbe quella, assolutamente singolare, di un Paese quasi interamente schierato contro il governo in carica. In realtà, se non di un contro-governo, ci troviamo senz’altro di fronte a una struttura trasversale, potente, pervasiva, sostenuta da ricchi finanziamenti pubblici e privati, che il commentatore de La Verità Boni Castellane ha acutamente definito il “Parastato gramsciano”.
Una delle funzioni strategicamente più importanti di questo Moloch progressista è collocato nel mondo comunicativo e mediatico, dove esso esercita la sua influenza in modo palese e pressoché incontrastato, non tanto come comunemente si pensa nel riempire giornali e talk show di conduttori e commentatori di sinistra – certo fa anche quello – ma piuttosto nel detenere saldamente le leve del linguaggio e quindi del dibattito pubblico.
Il che vuole dire, semplicemente, che qualunque confronto dialettico sui temi politicamente più rilevanti vede il mondo della destra e conservatore partire sempre fatalmente da una posizione difensiva. Le parole chiave, i tempi e le modalità del confronto sono dettate dalla sinistra, e la destra ha di fatto accettato da sempre questo assetto, senza mai adottare concrete strategie per modificarlo.
Post comunismo e ideologia woke
A partire dagli anni ’10 del nuovo secolo, la struttura gramsciana, di impronta post comunista, si è andata sempre più contaminando con pezzi di quella ideologia wokeista, di derivazione angloamericana, che ha introdotto nuovi e ancor più letali strumenti di controllo in mano al mondo progressista. In particolare, per restare al tema della comunicazione, i “padroni del discorso” non si limitano ormai a dettare l’agenda del dibattito, ma utilizzano ogni forma di manipolazione delle parole e della dialettica per affermare le proprie istanze. Gli argomenti dell’avversario non vanno confutati né discussi, si deve invece passare per la delegittimazione di chi li espone, e se necessario per la sua eliminazione (negli Stati Uniti questo assunto è stato portato alle estreme conseguenze, con i vari attentati a Trump). Sui temi politici di maggiore impatto (immigrazione, libertà di opinione, sicurezza) la tecnica preferita è quella di trasformare letteralmente i concetti, fino a rovesciarne il significato, per affermare quale unica e accettabile visione del mondo quella approvata dal mondo globalista e progressista.
Le statistiche sui reati commessi dagli extracomunitari nel nostro Paese è un caso da manuale di applicazione di questa “metodologia”. Da anni è in netta crescita il numero complessivo di crimini attribuiti a cittadini illegalmente presenti in Italia e tutti i dati ufficiali lo testimoniano in modo incontrovertibile: il Ministero dell’Interno attesta che nel 2024, a fronte di un 9% di immigrati presenti in Italia (tra regolari e clandestini), le persone denunciate, fermate o arrestate sono per il 34% straniere, con percentuali che superano il 60% per i reati predatori. Non ci sarebbe molto da discutere, se mai si dovrebbe dibattere e magari dividersi su come affrontare il problema. Ma i padroni del discorso non lo permettono, giacché anche solo riferirsi a questi dati viene considerata propaganda xenofoba e fomentatrice di odio. L’interlocutore che in un talk show avesse citato questa situazione, viene in questo modo subito collocato in una posizione scomoda, in quanto accusato di opinioni contagiate da razzismo e odio, e sarà indotto inevitabilmente (salvo rare eccezioni) ad assumere un atteggiamento difensivo, quindi il dibattito si sposterà dalla mera analisi di fatti oggettivi ad una sorta di processo mediatico ai danni di chi ha voluto richiamare quei dati. Il tutto ovviamente favorito dal fatto che questi confronti televisivi si svolgono normalmente con una presenza preponderante di opinionisti saldamente collocati sul fronte progressista e immigrazionista, nonché di conduttori schierati dalla medesima parte.
Del resto, la protervia con cui il mondo progressista rimuove i fatti reali per sostenere la propria narrazione si applica a una pluralità di argomenti – dal clima ai rapporti con la Ue, dalle politiche economiche a quelle per la famiglia – ma sul tema immigrazione trova indubbiamente il suo terreno di gran lunga preferito.
Il paradosso della sostituzione etnica: esiste ma non si può nominare
Emblematica, e di grande attualità, è la manipolazione del concetto di “sostituzione etnica”, su cui è sufficiente consultare i titoli dei giornali mainstream o, meglio ancora, l’enciclopedia online Wikipedia (bibbia dei giovani progressisti) per comprendere l’enormità della falsificazione in corso.
“La grande sostituzione nota anche come teoria della sostituzione o impropriamente anche sostituzione etnica, è una teoria del complotto secondo cui le popolazioni etnicamente bianche occidentali con cultura di origine cristiana e paneuropea vengono deliberatamente e sistematicamente sostituite da popolazioni non bianche, attraverso fenomeni di migrazioni di massa su vasta scala. Questo termine, già presente nel mito nazista negli anni ’30 ed ideologicamente vicino ad ambienti di estrema destra nazionalista suprematista bianca è stato coniato e diffuso a partire dal XXI secolo dall’autore francese Renaud Camus”.
Quindi la sostituzione etnica sarebbe una teoria del complotto, per di più attribuita ad ambienti neo nazisti e suprematisti bianchi. E dunque, chiunque si spinga a richiamare questa espressione per descrivere ciò che si osserva da qualche anno in quasi tutti i paesi europei, verrà automaticamente zittito e bollato come seguace di teorie naziste. Ovvio d’altronde che se, all’interno di un qualunque confronto, si cercherà di descrivere quel fenomeno mediante perifrasi ed evitando rigorosamente la definizione incriminata, questo non impedirà all’interlocutore di turno di evocare comunque il medesimo concetto e di procedere alla lapidazione verbale e successiva estromissione del malcapitato dal dibattito.
Nel mondo al contrario costruito dalla cultura woke, le parole sostituiscono i fatti e spesso ne ribaltano completamente il significato. Il costante calo demografico delle nascite di cittadini europei e il contestuale afflusso di milioni di immigrati da Africa ed Asia è un dato oggettivo e indiscutibile, e del resto gli stessi militanti e commentatori di sinistra ripetono ad ogni occasione che “i migranti ci servono, fanno i lavori che gli europei non vogliono più fare”. Se, dunque, prendiamo per buona questa affermazione che ci viene ossessivamente ribadita da anni per contrastare qualunque politica di freno all’immigrazione clandestina, il passo successivo sarebbe quello di ammettere che, nell’arco di qualche decennio, avremo un continente in cui i cittadini europei saranno in netta minoranza, e avremo altresì paesi dominati da culture e fedi religiose diverse da quelle occidentali e cristiane per difendere i quali i nostri avi hanno vissuto e combattuto. Ebbene, prospettare questo passaggio logico, che chiunque sarebbe in grado di delineare senza difficoltà, è sostanzialmente vietato. Dire che sta avvenendo ciò che sta realmente avvenendo davanti ai nostri occhi è “teoria del complotto di matrice nazista”. E non secondo estremisti di qualche centro sociale, ma secondo il più accreditato mainstream mediatico e culturale, secondo gli scritti di editorialisti autorevoli, secondo le disquisizioni di stimati docenti universitari. Tutti impegnati a negare con tenacia l’evidenza dei fatti.
Il recente caso dell’”italiano” di seconda generazione, di origini nordafricane, che a Modena ha tentato una strage con la propria auto, provocando diversi feriti gravi e solo per caso senza lasciare morti sul marciapiede, ha fornito una dimostrazione clamorosa e quasi surreale di questa distorsione completa della verità fattuale. A pochi minuti dal tragico evento, il sindaco piddino di Modena ha subito precisato come il problema prioritario fosse quello di evitare le strumentalizzazioni politiche; nel giro di 24 ore il PD locale, sostenuto da quello nazionale, ha portato in piazza 5mila persone per manifestare “contro gli avvoltoi razzisti che speculano sulla vicenda e spargono odio xenofobo”. Nessuna parola di condanna per l’autore del gesto criminale, nessuna riflessione sullo stato di degrado e di insicurezza del nostro Paese, in cui aggressioni, accoltellamenti e violenze sono ormai merce quotidiana, e gli autori sono nel 90% dei casi sempre le stesse categorie di persone. Quindi: rimozione del fatto e immediato spostamento di tutta l’attenzione politico/mediatica sulle presunte strumentalizzazioni politiche, perfino prima ancora che queste avessero tempo di manifestarsi. Questo è il metodo ormai collaudato con il quale il mondo del parastato progressista gestisce gli eventi, e ovviamente non solo nel nostro paese, giacché i meccanismi dell’establishment wokeista sono esattamente gli stessi in tutti i paesi occidentali, a partire dal Regno Unito, che rappresenta il principale avamposto in occidente della deriva oicofobico/immigrazionista e dei suoi perversi effetti.
Eppure l’ONU…
Ma la manipolazione del linguaggio della sinistra non si limita a confutare e ribaltare i fatti per sostituirli con la propria narrazione, essa si spinge ormai a negare/ignorare l’esistenza di documenti ufficiali, laddove essi non coincidano con la visione del mondo propugnata dalla classe dirigente progressista. Può sembrare incredibile, ma perfino testi approvati dalle organizzazioni in cui la sinistra è da sempre la parte politica dominante possono diventare, se necessario, “teorie del complotto”.
È il caso di un documento dell’ONU, del marzo 2000, dal titolo abbastanza esplicativo: “Replacement migration. Is it A Solution to Declining and Ageing Populations?” (Migrazione sostitutiva. È una soluzione per il declino e l’invecchiamento della popolazione?). Dove, come emerge dalla lettura del testo, quel punto interrogativo ha un significato puramente retorico.
Ebbene, nelle 177 pagine del documento si espone un’accuratissima opera di ricerca e analisi sui dati e statistiche relative a questi temi (demografia e immigrazione di paesi africani e asiatici), e si delineano i vari scenari previsti per otto paesi: Francia, Germania, Italia, Giappone, Corea del Sud, Federazione Russa, Regno Unito e Stati Uniti. Tutti accomunati dal declino e invecchiamento della popolazione autoctona e dall’afflusso di popolazioni giovani provenienti dal Sud del mondo.
Il documento si presenta come uno strumento di riflessione e lavoro, nel senso che propone i dati e le tendenze in modo descrittivo e ipotizza gli scenari possibili senza entrare nel merito delle scelte dei governi. Tuttavia, il senso complessivo non può sfuggire: secondo l’ONU, il processo di “sostituzione” dei popoli di questi paesi attraverso il sempre più massiccio afflusso di migranti è da ritenersi irreversibile e implicitamente auspicabile. Del resto, le ultime righe del testo ne danno piena conferma. In un breve elenco di misure che i paesi interessati dovranno auspicabilmente assumere, viene espressamente indicata la formulazione di “politiche e programmi concernenti l’immigrazione internazionale, e in particolare l’immigrazione sostitutiva, e l’integrazione di un largo numero di recenti immigrati e dei loro discendenti”.
Dunque, la sostituzione dei popoli attraverso il crescente afflusso di immigrati e di loro discendenti è sancita e auspicata ufficialmente dall’ONU, per tabulas, da ben 26 anni. Ma nel dibattito pubblico tutto questo scompare, Wikipedia, Repubblica, Avvenire e tutti gli organi di stampa dell’establishment concordano nel definire il fenomeno “teoria del complotto elaborata dalla destra razzista” e con questo ogni possibile discussione di merito viene preclusa in partenza. Se ai tempi dell’URSS si cancellavano le foto dei gerarchi comunisti caduti in disgrazia, oggi il parastato gramsciano fa di peggio: il documento dell’ONU è agli atti, si reperisce facilmente in rete, eppure di fatto non esiste, poiché è stato deciso che ogni riferimento alla sostituzione debba essere soffocato sul nascere.
In attesa di una risposta forte alla macchina propagandista della sinistra
A fronte di una tale poderosa macchina di controllo e orientamento del dibattito pubblico, saldamente insediata nei centri di potere mediatico/culturali, esiste una qualche forma di controffensiva che il mondo dei conservatori e dei difensori della sovranità nazionale è concretamente in grado di adottare? La risposta al momento non può che essere negativa, stante la sproporzione delle forze in campo. Al referendum di marzo sulla proposta di separazione delle carriere dei magistrati, la sconfitta del Sì è stata largamente determinata dalla palese falsificazione su cui hanno insistito per settimane i sostenitori del No, secondo cui la riforma avrebbe sottomesso i giudici al potere del governo. Un’affermazione assolutamente falsa, ma che purtroppo ha fatto breccia nell’opinione pubblica, proprio in quanto la macchina mediatica della manipolazione ha funzionato al meglio ed ha sostanzialmente messo a tacere le voci dissonanti, che cercavano di ristabilire la verità riportando i contenuti della riforma stessa.
Il fronte del Sì, formato essenzialmente dai partiti di centro destra, ha fatto emergere una insufficiente consapevolezza del problema e in ogni caso una scarsa capacità di reagire ai messaggi falsi e fuorvianti che venivano rilanciati dai sostenitori del No, con in prima fila la magistratura organizzata e politicizzata (che ha dato di sé un’immagine di faziosità e intolleranza francamente incommentabile).
Più in generale, il tema del controllo del dibattito pubblico continua ad essere poco attenzionato dal mondo dei conservatori, che spesso polemizzano su situazioni contingenti, ma sembrano non avere chiaro il quadro complessivo. Ovviamente vi sono eccezioni rilevanti, specie nella piccola ma qualificata nicchia di giornalisti e intellettuali di destra, alcuni dei quali – Marcello Veneziani, Francesco Borgonovo, il già citato Boni Castellane – hanno saputo approfondire e mettere a fuoco queste tematiche, rendendole accessibili ai loro lettori. Ma si tratta di una ristrettissima cerchia di intellettuali, che parla a sua volta a una minoranza di cittadini. E resta in ogni caso l’impressione che ci si trovi purtroppo ancora molto lontani dal costruire modalità e contenuti del dibattito pubblico che siano in grado di dare dignità e incidenza al consenso popolare di cui godono le istanze del centro destra e la visione della società di cui esso è portatore.