Anni di Piombo, «patentino antifascista» e «religione civile dell’antifascismo»

Key Takeaways

Nel 1973 i Fratelli Mattei, figli di un militante del MSI, furono arsi vivi da militanti di Potere Operaio; la sinistra allora costruì una grande menzogna per minimizzare o giustificare il fatto.
Era parte della strategia degli Anni di Piombo: violenze funzionali a creare un’“emergenza democratica” per portare i comunisti al governo, usando l’antifascismo come scudo per occultare i crimini contro la destra.
Oggi l’antifascismo è elevato a dogma trascendente (alla Rousseau) che delegittima gli avversari, li esclude dalla comunità politica e nega loro perfino la dignità umana se non vi aderiscono.

Chi non sa cosa accadde il 13 aprile 1973 in un quartiere popolare di Roma? Precisamente a Primavalle. Per i distratti e gli smemorati, accadde che due fratelli, un ragazzo di venti anni e un bambino di dieci, furono arsi vivi nell’incendio appiccato alla loro casa da tre esponenti di Potere Operaio. La “colpa” di quei due ragazzi fu il fatto di essere figli del segretario della locale sezione del Movimento Sociale Italiano.

Tra i tanti omicidi che formano il lungo martirologio della Destra italiana del dopoguerra, il rogo di Primavalle fu quello che colpì maggiormente l’opinione pubblica, tanto da associare al doloroso ricordo anche un Presidente della Repubblica. A ragione, esso può annoverarsi tra i fatti emblematici degli “Anni di Piombo”, quei 12-13 anni, dal 1969 al 1982-83, che solo a fantasie malferme possono ora sembrare “formidabili”.

Portare i comunisti al governo

È ovvio che gli anni di piombo non furono causali. Tutt’altro. Con le loro narrazioni golpiste, con le loro stragi oscure, con i loro omicidi mirati, essi furono funzionali alla creazione di quella “emergenza democratica”, che avrebbe dovuto accompagnare l’Italia verso il “compromesso storico”, verso la “solidarietà nazionale”: insomma, verso l’ingresso del Partito comunista nel governo.

Il progetto poteva contare sull’appoggio di larga parte dei ceti dirigenti italiani. La stessa che si mosse per costruire la “grande menzogna” sul rogo di Primavalle. Lo ricorda Pierluigi Battista: “la verità tragica di ciò che era accaduto quella notte fu offuscata da un concerto odioso di depistaggi, manipolazioni, bugie, che occultarono le cose così come erano realmente avvenute per farne invece la trama dell’ennesimo racconto menzognero”. Esponenti di primo piano del Partito comunista, del Partito socialista, intellettuali o sedicenti tali, settori della magistratura, supportati da giornali come Lotta continua, Il Manifesto, L’Unità, Avanti, Paese sera, Il Messaggero, contribuirono alla costruzione della “grande menzogna”. “Gli assassini” – prosegue Pierluigi Battista – “venivano dal mondo che contava, sicuro di sé, convinto della propria superiorità … I padri della Patria, che pretendevano di incarnare il mondo rispettabile, che godeva di ottima reputazione e che volevano occultare le turpitudini dei loro figli assassini. E che usavano l’antifascismo per tacere di una strage che aveva colpito i fascisti”.

Sono parole pesanti. Esse restituiscono la cifra di una dimensione politico-culturale, le cui tracce serpeggiano consistenti fino ai giorni nostri. Mettere a fuoco una tale dimensione politico-culturale significa, dunque, esplorare dinamiche odierne, terribilmente attuali.

Come fu possibile “usare l’antifascismo per tacere di una strage che aveva colpito i fascisti”? Per capirlo occorre riandare a un contesto storico-politico dominato da parole d’ordine quali “uccidere un fascista non è reato”, oppure “le sedi del MSI si chiudono col fuoco e con i fascisti dentro se no è troppo poco”. Quelle espressioni si nutrivano della stessa panoplia ideologica che nel 2026 – ci dicono le cronache – inducono una persona, dalle competenze storiche assolutamente ignote, a fantasticare dal colle più alto sulla “propaganda fascista contro le donne”. Come pure – sono ancora le cronache che parlano – è sufficiente l’annuncio di una manifestazione sugli squilibri creati dalle migrazioni di massa perché taluno ne pretenda l’“assoluto divieto” in quanto “oltraggio alla Costituzione e alla democrazia”. In caso contrario, si avverte, “la Roma antifascista, antirazzista e democratica saprà mobilitarsi … con assoluta determinazione per difendere la dignità, la storia e la legalità repubblicana”. Ed ancora: ai piccoli e medi editori si richiede la sottoscrizione di un documento sui “valori antifascisti” – il c.d. “patentino antifascista” – per poter partecipare ad una fiera che si tiene, per di più, in spazi pubblici e che si sostiene grazie a rilevanti contributi pubblici.

Una nazione ostaggio della “religione civile dell’antifascismo”

Sarebbe un errore confinare queste posizioni nella sentina della “politica spicciola”. Esse, infatti, si muovono in uno spazio definito da riflessioni più strutturate, che esprimono lo sfondo ideologico al quale si pretende di tenere ancora bloccata l’Italia ottanta anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. È allora su tale sfondo ideologico che va focalizzata l’attenzione.

La chiave di volta, che sorregge e collega “il sangue dei vinti” dell’immediato dopoguerra, gli anni di piombo degli anni Settanta, alle teorizzazioni più recenti di ur-fascismo, ossia il c.d. “fascismo eterno”, è la c.d. “religione civile dell’antifascismo”, recentemente rilanciata da un politologo che ha ribadito che l’antifascismo “per gli antifascisti è un passato che non passa, un eterno presente … perché l’antifascismo è l’origine storica, teorica e politica della repubblica”.

È inutile dire che in queste poche parole si affollano temi tanto discutibili e vasti da non poter essere neppure accennati in questa sede. Qui è possibile solo prendere atto che, se nella terza decade del XXI secolo studiosi accreditati proclamano l’«antifascismo» come «religione civile», significa che probabilmente è quanto meno ottimistica l’impressione di chi afferma che sarebbe in via di dissoluzione lo «stigma antifascista» presso quanti abbiano una «decente conoscenza della politica». Come pure, la rivendicata attualità di una “religione civile dell’antifascismo” dimostra che sono caduti nel nulla gli ormai risalenti richiami alla realtà imposta dalle ultime decadi del Novecento, quando fattori di ordine interno ed internazionale, hanno determinato il tramonto delle ideologie che hanno attraversato il XX secolo con conseguente venir meno di miti e credenze fino ad allora investite di funzioni simbolico-identitarie di primo piano . Invano – sembrerebbe – da diversi decenni si è preso atto che «l’antifascismo non è più riuscito a costituire una forma di collante analogo ad una sorta di religione civile, dando luogo piuttosto all’emergere del problema drammatico della memoria divisa» (G. Marramao).

Tutto inutile? Tutto superato? A ben vedere, questi rilievi sembrano difficilmente contestabili. La storiografia ha dovuto prendere atto della estrema difficoltà di assegnare all’antifascismo contorni condivisi e riconoscibili. Ciò vale per il periodo compreso tra le due guerre, quando – secondo un politologo – nell’antifascismo si sarebbero potute segnalare «significantly different trajectories in Moscow, Prague, Paris, London, Mexico City, Los Angeles, and New York». E vale ai giorni nostri, sia in ambito nazionale, sia in ambito internazionale, dove, in particolare, si è recentemente concluso che

the considerable differences in standpoint between the various contributors – who for the most part have been working on the subject for years and offer us previews of ongoing research – clearly show that antifascism is still an object of historiography which is contested beginning with its very definition, and these differences are unlikely to disappear in the foreseeable future.

E allora – se tutto converge sulla sintesi di chi ha affermato che l’antifascismo non costituisce più «l’orizzonte di uno spazio pubblico europeo, ma un terreno conflittuale nell’uso pubblico del passato» – perché farne il fondamento di una «religione civile»?

Antifascismo, rendite di posizione e “l’eterno presente”

Una delle spiegazioni possibili è la salvaguardia di “vecchie casematte ideologiche”, che invariabilmente presidiano precisi interessi concreti: valga l’esempio dei vibranti richiami all’antifascismo lanciati da quei settori del cinema che si sono visti privati dei corposi finanziamenti “a pioggia” elargiti fino a poco tempo fa sotto forma di credit tax.

In realtà, siamo ancora all’epidermide. Nel sintagma “religione civile dell’antifascismo” vi è qualcosa di più. Qualcosa di molto più sofisticato. Una “religione civile”, infatti, è “l’insieme di credenze che fanno riferimento a una entità trascendente e che fungono da legittimazione a una comunità politica”. Un dato di immediata evidenza offerto da questa concettualizzazione è che “l’insieme di credenze”, su cui fa perno una “religione civile”, diviene una “entità trascendente”.

Ecco, allora, che un primo risultato ottenuto postulando una “religione civile dell’antifascismo” è quello di svincolare l’antifascismo dalla storia. In questo modo, esso smette di essere un costrutto politico-ideologico – sia pure dal contenuto di ardua determinazione, come si è visto – ma inevitabilmente ancorato a determinate coordinate spazio-temporali, ad una esperienza storica. Una volta sottratto alla dimensione della contingenza, l’antifascismo diviene una entità assolutamente astratta, idonea a contrapporsi a qualsiasi espressione latamente politica che risulti sgradita al “gran sacerdote” di turno: solo a queste condizioni l’antifascismo può atteggiarsi a “eterno presente”.

In questa prospettiva, dunque, l’antifascismo diviene un antidoto sia contro l’“ur-fascismo” di U. Eco, che pretendeva la soddisfazione di ben quattordici condizioni, sia contro quello di L. Canfora, che ne rinviene il “nocciolo” nel “suprematismo razzistico, in quanto punto terminale della propria nazione”. E non basta perché in questa dimensione ormai letteralmente “metafisica” a tutti gli effetti, in quanto situata al di là dell’esperienza,  l’antifascismo diviene scudo utile tanto contro il “fanfascismo” degli anni Settanta, quanto contro il  “fascismo nel senso moderno della parola”, inteso quale “autoritarismo+militarismo+odio razziale e per il diverso + sessismo+ sguaiato populismo”, dove – a voler tacere sull’arcobaleno dei contenuti – il dato significativo sembra risiedere nel fatto che, per una parola nata per designare un preciso movimento politico nato nel 1919 dell’era volgare, si distingue una accezione “in senso moderno” da una accezione, il cui senso “antico” risale, per l’appunto, ad appena un secolo fa, e che nel frattempo ha ricevuto innumerevoli declinazioni. Con il risultato di confermare ancora una volta l’assoluta evanescenza sostanziale sia dell’ur-fascismo sia del contrapposto “eterno” antifascismo.

Gli inquietanti eredi di Rousseau

Tuttavia, nella “religione civile dell’antifascismo” vi è un dato ulteriore, più grave e inquietante. Esso si ricava agevolmente da uno dei teorici moderni della “religione civile”: J.J. Rousseau.

La «religione civile», secondo Rousseau, è l’insieme di quei «dogmi» stabiliti dal «sovrano», che impegnano ciascun cittadino all’interno della comunità racchiusa nel «patto sociale» a pena di essere «bandito in quanto insocievole» se non credente, o di essere messo a morte se «dopo aver pubblicamente accettato questi dogmi, agisce come se non li credesse». In questo modo – ed è il secondo aspetto evidenziato da Rousseau, ma è il fine ultimo del ricorso ad una «religione civile» – si garantisce, secondo le parole di Rousseau, l’«unità sociale», la «coesione» della comunità politica. Di qui la strumentalità del ricorso alla «religione civile». Attraverso l’artificio della «religione civile» una particolare idea sulla conformazione dei rapporti tra i componenti di una comunità e sui fini della stessa diviene paradigma costitutivo della convivenza in modo tanto pervasivo da definire il modo di essere, di pensare, di rapportarsi degli esseri umani: essi sono tali, ossia sono esseri umani in quanto condividono quei dogmi, quegli articoli di fede. In caso contrario, sono “banditi in quanto insocievoli”.

È la «religione civile», dunque, che conferisce loro ad un tempo umanità e cittadinanza. Per questa via, la «religione civile» definisce l’“umanità” stessa, ossia da senso all’essere “uomo”: si è tali, si è “esseri umani” e pertanto si è dotati di una intrinseca dignità, in quanto si aderisce al “patto sociale” fondato sulla “religione civile”. In altre parole, la dignità della persona, il suo essere “uomo” non esiste di per sé, ma è costituita dalla sua fede nelle credenze poste dal “sovrano” a base della comunità politica, delle quali l’individuo è seguace e sacerdote attivo ad un tempo.

È solo su queste premesse che si comprende il senso di una “religione civile dell’antifascismo”: se non ti dichiari “antifascista” non solo non fai parte della comunità politica ordinata su tale scriminante, ma viene meno il tuo stesso essere “uomo”. Per questo motivo “uccidere i fascisti non è reato”. Ed è sempre per questo motivo che l’assassinio di Charlie Kirk non può essere equiparato a quello di Martin Luther King.

Ed ancora, per venire all’attualità più stretta: è per questo motivo che, se non sottoscrivi il “patentino antifascista”, non puoi esercitare i tuoi diritti civili, o meglio non possiedi neppure diritti civili da esercitare.

Nota: Le opinioni espresse negli articoli sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni della Fondazione Machiavelli.

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