Oltre l’illusione olimpica: lo sport come palcoscenico della polarizzazione geopolitica [parte 1]

Key Takeaways

Lo sport ha perso l’illusione de-coubertiniana di essere uno spazio neutrale e pacifico, diventando invece un sensibile termometro della crisi geopolitica globale.
Nel conflitto russo-ucraino, le sanzioni si sono “privatizzate” con lo status di Atleta Neutrale (AIN), costringendo i singoli atleti a rinnegare simboli nazionali e a subire scrutini politico-ideologici personali.
Nel Medio Oriente, il podio si è trasformato in palcoscenico di tensioni storiche, con rifiuti di strette di mano, boicottaggi e strumentalizzazione propagandistica che evidenziano la polarizzazione e il tramonto dell’universalismo sportivo.

L’ideale de-coubertiniano ha cullato l’Occidente nell’illusione che lo sport potesse erigersi a zona franca dell’umanità, un limbo pacificato e impermeabile alle scosse della storia. Il XXI secolo ha violentemente infranto questo dogma e l’arena agonistica è diventata, al contrario, uno dei più sensibili termometri della crisi geopolitica globale.

Attraverso l’analisi della privatizzazione delle sanzioni nel conflitto russo-ucraino, delle faglie ideologiche nel quadrante mediorientale e delle sofisticate strategie di sportswashing del Sud Globale, si delinea la metamorfosi dello sport: da utopia universale a infrastruttura critica della guerra ibrida e, al contempo, a ultimo, faticoso baluardo di resistenza pedagogica e civile.

Il tramonto dell’universalismo: dallo spazio franco alla guerra ibrida

«La cattedrale dello sport è l’unico luogo in cui i confini delle nazioni
 si dissolvono davanti al battito del medesimo cronometro».

Jean Giraudoux

Il XXI secolo ha imposto una brutale e irreversibile revisione del paradigma de-coubertiniano. Quell’orizzonte ideale che per oltre un secolo ha dipinto l’arena agonistica come un’isola di neutralità valoriale, un territorio franco sottratto alle miserie della diplomazia ordinaria, si trova oggi definitivamente superato. I conflitti interstatali nell’Europa orientale e la drammatica riacutizzazione della crisi in Medio Oriente hanno dimostrato che la «cattedrale dello sport» non è più un ecosistema protetto, bensì un’estensione diretta, coreografica e mediatica della guerra ibrida e della polarizzazione globale (Boniface, 2014).

Per comprendere la profondità di questa frattura epistemologica, è utile operare un parallelo storico con la transizione che precedette il primo conflitto mondiale. La rinascita dei Giochi Olimpici in epoca moderna, propugnata dal Barone Pierre de Coubertin alla fine del XIX secolo, si collocava in una fase contrassegnata dall’apparente stabilità internazionale seguita al Congresso di Berlino del 1878. L’opinione pubblica continentale dell’epoca, cullata dalle certezze della Belle Époque, viveva nell’illusione che la guerra fosse un retaggio del passato. Quella prolungata non-belligeranza europea aveva favorito una crescita generazionale convinta che l’equilibrio globale fosse un dato immutabile, una cecità strategica che colse gli Stati europei impreparati dinanzi alla mobilitazione del 1914.

Mutatis mutandis, lo scenario geopolitico contemporaneo presenta pericolose analogie con quell’assetto. Il lunghissimo periodo di pace relativa vissuto dall’Occidente nel secondo dopoguerra ha alimentato una nuova illusione d’invulnerabilità. In questo contesto, lo sport di massa è stato investito di una responsabilità utopica: quella di operare come surrogato perpetuo e incruento dei conflitti.

Tuttavia, la fluidità del contesto multipolare odierno ha spezzato l’incanto. Oggi, la dimensione agonistica non assiste passivamente alla crisi dell’ordine internazionale, ma ne subisce la colonizzazione ideologica (Giniu, 2018). La competizione sportiva si è trasformata in un moderno teatro di scontro in cui le potenze globali e regionali non cercano più la distensione, ma la riaffermazione simbolica delle proprie sfere d’influenza. Il cronometro di Giraudoux, pertanto, non dissolve più i confini; al contrario, è divenuto lo strumento di misura della loro irrevocabile polarizzazione.

La privatizzazione della sanzione: il caso Russia-Ucraina e lo status di atleta neutrale

L’aggressione militare alla sovranità ucraina ha costretto le istituzioni regolatorie del diritto sportivo internazionale, in primis il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), a operare una metamorfosi dottrinale senza precedenti storici. Di fronte alla necessità di sanzionare la violazione della Tregua Olimpica, il modello classico di reazione internazionale ha mostrato tutti i suoi limiti strutturali, imponendo una transizione concettuale che ridefinisce il rapporto tra l’individuo, lo Stato di appartenenza e l’ordinamento sportivo globale.

Per cogliere la portata di questa rivoluzione, occorre volgere lo sguardo alle dinamiche della Guerra Fredda. I grandi boicottaggi incrociati delle Olimpiadi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 si configuravano come sanzioni macro-politiche di blocco governativo. In quegli scenari, l’esclusione o la rinuncia erano dettate da decisioni sovrane degli Stati: l’atleta era un mero elemento dell’apparato statale, e la sua assenza dall’arena agonistica rappresentava un atto di rottura diplomatica tra blocchi geopolitici chiaramente definiti. La sanzione era collettiva, statale e bidimensionale.

Lo scenario contemporaneo, al contrario, ha codificato la “privatizzazione” e l’individualizzazione della sanzione attraverso l’introduzione dello status di AIN (Atleti Individuali Neutrali). L’ammissione degli agonisti di nazionalità russa e bielorussa alle massime competizioni internazionali è stata sottratta alla giurisdizione dei rispettivi comitati olimpici nazionali – sospesi dal CIO – e subordinata a un rigoroso filtro etico-politico individuale (CIO, 2023).

Sotto il profilo psicologico e giuridico, questa prassi introduce un dispositivo inedito: lo scrutinio della coscienza e della condotta del singolo cittadino-atleta. Per ottenere il passaporto sportivo di neutralità, l’atleta non deve soltanto rinunciare ai simboli identitari della propria patria (bandiere, inni, colori nazionali), ma deve superare un esame di non-contiguità con gli apparati militari e di propaganda del proprio governo. Questo screening si estende alla verifica dei contratti d’impiego (molti atleti dell’Est Europa appartengono storicamente a club militari come il CSKA) e persino al monitoraggio delle dichiarazioni pubbliche sulle piattaforme social (Rivista di Diritto Sportivo, 2024).

Si palesa così un profondo paradosso filosofico: lo Stato viene sanzionato per via indiretta, ma il peso etico e civile della sanzione viene scaricato interamente sulla spalla del singolo agonista. All’atleta viene richiesto un implicito atto di dissociazione dalla politica del proprio governo per poter esercitare il diritto al lavoro e alla competizione. Se da un lato quest’architettura giuridica intende preservare il principio di non-discriminazione basato sul passaporto, dall’altro essa sancisce il definitivo tramonto dell’illusione che l’atleta sia un corpo neutro, un attore puramente ginnico privo di responsabilità civile.

Nello scacchiere della guerra ibrida, il corpo dell’atleta cessa di essere il tempio dell’universalismo e diviene il terreno su cui si misura il grado di sottomissione o di resistenza ideologica al potere statale. Garantire il patrocinio delle istituzioni sportive ai singoli atleti che accettano la neutralità, rappresenta, indubbiamente, una scelta istituzionale volta a preservarli dall’isolamento radicale, evitando che la cancellazione dei canali di dialogo favorisca la loro coscrizione, materiale o propagandistica, nelle forze armate. Cionondimeno, la codificazione dello status AIN rimarrà nella storia del diritto pubblico dello sport come il momento in cui la geopolitica ha preteso di esaminare la sfera privata e la postura morale del singolo individuo prima di permettergli di calcare la pista di gara.

La faglia mediorientale: il podio come palcoscenico dei traumi storici

Se il quadrante dell’Europa orientale ha ridefinito i confini giuridici della sanzione individuale, le drammatiche e costanti tensioni in Medio Oriente hanno trasformato l’arena agonistica nel palcoscenico in cui si manifesta la profonda polarizzazione tra il blocco diplomatico occidentale e le istanze del cosiddetto Sud Globale. In questo scenario, lo sport perde la sua funzione catartica e pacificatrice per tramutarsi in un termometro sensibilissimo dell’escalation geopolitica.

Il fenomeno più macroscopico di questa deriva è rappresentato dalla scomposizione dei protocolli di cortesia sportiva, primo fra tutti il rifiuto sistematico e codificato di stringere la mano all’avversario. Il gesto del contatto fisico al termine di una competizione, che nella dottrina classica simboleggiava il riconoscimento dell’alterità e la sottomissione comune a una medesima regola etica, viene oggi negato e trasformato in un atto di ostilità politica.

Questo rifiuto, osservato ripetutamente nei circuiti internazionali del judo, della scherma e del tennis, risponde a una logica di puro boicottaggio relazionale: riconoscere la presenza dell’altro sul piano sportivo equivarrebbe, nella percezione degli atleti e delle federazioni di riferimento, a legittimare lo Stato che essi rappresentano.

Le sanzioni disciplinari che le federazioni internazionali comminano a tutela dei regolamenti sportivi finiscono per innescare un ulteriore cortocircuito comunicativo. Agli occhi dell’opinione pubblica dei paesi non occidentali, la squalifica dell’atleta che manifesta la propria solidarietà sul podio o che rifiuta il saluto all’avversario israeliano viene interpretata come la prova di un “doppio standard” istituzionale. Si genera così una narrazione asimmetrica: laddove l’Occidente vede la necessaria difesa della neutralità dello sport, il Sud Globale percepisce un’ipocrisia sistemica che sanziona severamente alcuni comportamenti geopolitici tollerandone altri.

L’arena cessa quindi di essere lo spazio della dissoluzione dei confini e diviene il luogo di una drammatica messinscena coreografica dei traumi storici non risolti. Attraverso le piattaforme telematiche globali e gli algoritmi dei social media, ogni singolo match si carica di una densità simbolica ipertrofica. Il campo da gioco subisce una vera e propria occupazione semiotica: la vittoria o la sconfitta non appartengono più alla sfera del merito atletico, ma vengono immediatamente sussunte all’interno delle rispettive propagande di guerra.

In questa dimensione, il tragico ricordo dell’eccidio perpetrato alle Olimpiadi di Monaco del 1972, dove una cellula terroristica stroncò la vita degli atleti della delegazione israeliana, opera come monito costante. La storia dimostra che quando la barriera della neutralità sportiva viene abbattuta, lo stadio non è più un rifugio, ma un bersaglio. È indispensabile estirpare dalle manifestazioni ogni forma di antisemitismo e pregiudizio, sia quando esso si palesi nella sua configurazione violenta, sia quando si celi sotto mascherate espressioni di protesta o ambigue posizioni di neutralità istituzionale. [1 – continua]

Nota: Le opinioni espresse negli articoli sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni della Fondazione Machiavelli.

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