Ecco la seconda parte di un’analisi intitolata «Il crepuscolo dell’ordine unipolare: economia, sicurezza, riarmo e immigrazioni nella crisi europea» di Massimiliano Carta in corso di pubblicazione in cinque puntate dalla Fondazione Machiavelli. La prima puntata è La crisi dei presupposti dell’Unione Europea: tesi e bilancio [red.].
Tra i presupposti dell’ordine europeo nato dopo il 1989, quello economico – la fiducia nella capacità del mercato di regolarsi da sé – è forse il più decisivo, poiché su di esso si è costruita anche l’architettura della moneta unica. Questo contributo ne ricostruisce il percorso in quattro tappe: la teoria e le sue smentite empiriche; il bilancio storico delle tre grandi tradizioni che si sono contese il governo dell’economia; gli attori che hanno trasformato il neoliberismo in politica, e in alcuni casi lo hanno imposto; infine la sua traduzione istituzionale nell’Eurozona, dove il paradigma ha assunto una forma specifica, quella ordoliberale.
I. La teoria e le sue smentite
Le premesse e i limiti concettuali
Il nucleo della teoria classica e neoclassica, da Adam Smith alla sintesi neoclassica del Novecento, sostiene che il mercato, lasciato libero di operare, tenda automaticamente verso un equilibrio ottimale: la “mano invisibile” coordinerebbe milioni di decisioni individuali in un risultato socialmente efficiente, senza necessità di pianificazione centrale. I prezzi trasmetterebbero informazione perfetta, mentre offerta e domanda – compresa quella di lavoro – troverebbero da sé il proprio equilibrio.
Questa costruzione presenta quattro fragilità concettuali difficilmente eludibili. L’informazione non è mai perfetta né simmetrica: chi vende sa di norma più di chi compra, come mostrò George Akerlof nel classico studio sul “mercato dei bidoni” (1970), e l’esito è la selezione avversa anziché l’efficienza – la crisi dei mutui subprime del 2007-2008, con titoli venduti come sicuri da chi ne conosceva la fragilità, ne è l’esempio paradigmatico. Le esternalità – inquinamento, mutamento climatico, rischio sistemico bancario – non sono incorporate nel prezzo, che riflette solo le transazioni dirette tra le parti e ignora i costi scaricati su terzi o sulle generazioni future. La piena razionalità degli agenti è un’assunzione, non un fatto: l’economia comportamentale, da Daniel Kahneman e Amos Tversky a Richard Thaler, ha documentato bias sistematici – avversione alla perdita, ancoraggio, comportamento gregario – che spiegano perché i mercati finanziari amplifichino euforia e panico, generando bolle, come quella delle dot-com del 2000 o quella immobiliare esplosa nel 2007-2008, capaci di divergere a lungo dai fondamentali. Infine, il mercato del lavoro non si riequilibra da sé: John Maynard Keynes mostrò che i salari sono vischiosi verso il basso e che, in recessione, la caduta della domanda aggregata può autoalimentarsi – il cosiddetto paradosso del risparmio – anziché ricondurre spontaneamente alla piena occupazione.
I fallimenti empirici
La prima grande smentita pratica fu la Grande Depressione (1929-1939): il mercato non si corresse spontaneamente, e per uscirne occorsero oltre dieci anni e un intervento pubblico massiccio – il New Deal e, poi, la spesa bellica. La crisi del 2008 è il caso più istruttivo per la generazione attuale: la deregolamentazione degli anni Ottanta e Novanta, fondata proprio sulla fiducia nell’auto-regolazione, produsse un sistema bancario ombra privo di controlli adeguati, cartolarizzazioni opache e leva finanziaria estrema; il mercato non prezzò il rischio sistemico fino al collasso, e solo un intervento statale straordinario – salvataggi bancari, allentamento quantitativo – evitò il tracollo. Da allora anche i governi di orientamento più liberista hanno fatto ricorso a un interventismo fiscale e monetario di scala inedita, replicato nella risposta alla pandemia del 2020-2021. Nello stesso quadro rientra la stagnazione salariale italiana: tre decenni di salari reali sostanzialmente fermi smentiscono l’idea che il mercato del lavoro redistribuisca automaticamente i guadagni di efficienza.
Il contributo teorico più penetrante a questa critica resta quello di Hyman Minsky, la cui “ipotesi di instabilità finanziaria” capovolge l’assunto neoclassico: i mercati finanziari privi di vincoli non tendono all’equilibrio, ma generano cicli di fragilità crescente, perché i periodi di stabilità inducono comportamenti sempre più rischiosi – “la stabilità è essa stessa destabilizzante” – fino alla crisi. Non è dunque la regolazione a introdurre instabilità nel sistema, ma il mercato lasciato a sé stesso a produrla endogenamente. Questa critica, va precisato, non equivale a un rigetto del mercato in quanto tale: il fallimento allocativo delle economie pianificate di tipo sovietico dimostra che i prezzi restano uno strumento insostituibile per coordinare informazione decentralizzata su vasta scala. Il disaccordo reale non riguarda l’alternativa “mercato sì o no”, ma il tipo e la misura della correzione pubblica necessaria – domanda a cui le grandi scuole macroeconomiche hanno dato risposte diverse e spesso incompatibili.
II. Tre tradizioni alla prova della storia
Una distinzione necessaria
Prima di un giudizio complessivo occorre distinguere tradizioni spesso confuse nel dibattito pubblico. Il liberismo classico (XVIII-XIX secolo, da Smith a Ricardo) affida il coordinamento economico al mercato, alla proprietà privata e al libero scambio, riservando allo Stato funzioni minime. Il keynesismo, affermatosi dopo la Grande Depressione, attribuisce invece alla politica fiscale e monetaria il compito di stabilizzare in funzione anticiclica la domanda aggregata. Il neoliberismo, affermatosi dagli anni Ottanta come reazione alla crisi del compromesso keynesiano, non è semplicemente “più liberismo”, ma una dottrina storicamente specifica – deregolamentazione finanziaria, privatizzazioni, liberalizzazione dei capitali, banche centrali indipendenti orientate alla sola stabilità dei prezzi – diffusa su scala globale attraverso il cosiddetto Washington Consensus promosso dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale; a differenza del laissez–faire ottocentesco, esso convive peraltro con uno Stato tutt’altro che minimo, con una spesa pubblica compresa, nei paesi occidentali, tra circa il 35% e oltre il 50% del PIL.
Il bilancio del neoliberismo
Gli argomenti a sostegno di un giudizio negativo sono solidi. La quota del reddito nazionale destinata al lavoro è diminuita in quasi tutte le economie avanzate dagli anni Ottanta, a vantaggio di quella del capitale, invertendo la tendenza dei tre decenni precedenti; la deregolamentazione finanziaria ha prodotto una sequenza di crisi – asiatica nel 1997, delle dot-com nel 2000, dei subprime nel 2008 – più frequente che nel dopoguerra regolamentato; e ogni collasso sistemico è stato scongiurato da un intervento statale massiccio, cioè dalla negazione pratica dei principi neoliberisti, secondo lo schema della privatizzazione dei guadagni e della socializzazione delle perdite.
Gli argomenti contrari meritano pari considerazione. La liberalizzazione commerciale ha coinciso con la più ampia riduzione della povertà estrema della storia, trainata soprattutto dall’integrazione della Cina e dell’Asia orientale nell’economia globale; economisti anche progressisti come Dani Rodrik avvertono che “neoliberismo” è divenuto un’etichetta polemica così elastica da perdere valore analitico, mescolando politiche eterogenee – liberalizzazione commerciale, deregolamentazione finanziaria, austerità fiscale – che meriterebbero valutazioni distinte; e nessun paese lo ha mai applicato in forma pura, il che consente ai suoi sostenitori più radicali di sostenere che non sia mai stato realmente messo alla prova. Un punto gode tuttavia di ampio consenso anche fuori dall’eterodossia: la deregolamentazione finanziaria degli anni Ottanta e Novanta ha sottostimato il rischio sistemico, tanto che lo stesso Fondo Monetario Internazionale, storico promotore del Washington Consensus, dopo il 2008 ha riconosciuto che controlli sui movimenti di capitale a breve termine possono risultare utili in determinate circostanze – un’ammissione impensabile nel decennio precedente.
Il liberismo classico
Per il liberismo classico l’evidenza storica è, se possibile, ancora meno favorevole alla forma pura. I panici finanziari statunitensi del 1873, del 1893 e del 1907 mostrano che l’instabilità è un tratto strutturale dei mercati non regolati, non un’invenzione recente; le condizioni sociali del capitalismo ottocentesco – lavoro minorile, assenza di tutele, giornate di quattordici-sedici ore – furono corrette non dal mercato, ma da lotte sindacali e interventi legislativi che il liberismo puro considerava interferenze illegittime. Nessuna economia avanzata opera oggi secondo il laissez-faire: tutte dispongono di una banca centrale prestatrice di ultima istanza, di legislazione antitrust, di tutele del lavoro e di imposizione progressiva. E il periodo di crescita più solida e diseguaglianza più bassa del capitalismo occidentale – i Trent’anni Gloriosi, 1945-1975 – fu anche il meno liberista, con controlli sui capitali, alta tassazione progressiva e cambi regolati nel sistema di Bretton Woods.
Ciò non autorizza, all’opposto, a rigettare il mercato: le economie asiatiche di maggior successo – Corea del Sud, Taiwan, Singapore e, più tardi, la Cina post-1978 – sono cresciute attraverso meccanismi di mercato e apertura commerciale, ma sempre sotto una forte guida strategica dello Stato: né liberismo puro, né statalismo puro. I diritti di proprietà e lo stato di diritto, istituzioni di matrice liberale classica, mostrano del resto una solida correlazione storica con la prosperità di lungo periodo, come riconoscono anche economisti critici del neoliberismo quali Daron Acemoglu e James Robinson.
Il keynesismo: una crisi speculare
Il keynesismo non rappresenta, per questo, l’alternativa semplicemente “vincente”. È vero che ha sostenuto i Trent’anni Gloriosi, che il New Deal e la successiva mobilitazione bellica riportarono gli Stati Uniti alla piena occupazione dove il mercato aveva fallito per un decennio, e che le risposte anticicliche alla crisi del 2008 e alla pandemia hanno scongiurato un collasso paragonabile a quello del 1929, anche da parte di governi non ideologicamente keynesiani. Ma il keynesismo ha conosciuto una crisi speculare a quella del neoliberismo: la stagflazione degli anni Settanta – alta inflazione e alta disoccupazione insieme – smentì il presupposto di un trade-off stabile tra le due variabili (la curva di Phillips), lasciandolo privo di strumenti esplicativi e risolutivi e aprendo lo spazio politico al neoliberismo. Restano inoltre limiti tuttora rilevanti. La spesa anticiclica dovrebbe essere simmetrica – deficit in recessione, avanzi in espansione –, ma la prassi politica applica quasi sempre solo la prima metà della ricetta, generando debito strutturale; la scuola monetarista di Milton Friedman e i teorici delle aspettative razionali come Robert Lucas hanno sollevato obiezioni tuttora dibattute sull’efficacia della spesa in deficit e sul rischio di “spiazzamento” (crowding out) degli investimenti privati; e gli strumenti keynesiani, pensati per un’insufficienza di domanda, sono meno efficaci contro gli shock d’offerta, come l’inflazione post-pandemica del 2021-2023, che ha imposto anche a banche centrali di orientamento keynesiano una stretta monetaria di stampo ortodosso.
Una sintesi, non un verdetto
Nessuna delle tre scuole, dunque, ha funzionato a lungo nella propria forma pura: ciascuna ha conosciuto una crisi storica determinante – il liberismo ottocentesco nei panici ricorrenti e nelle condizioni sociali del primo capitalismo industriale, il keynesismo nella stagflazione, il neoliberismo nel 2008 – e ciascuna, dopo la propria crisi, ha dovuto integrare elementi delle rivali. Nella prassi delle banche centrali e dei governi occidentali prevale oggi una sintesi neokeynesiana: strumenti di stabilizzazione di matrice keynesiana, corretti dalla disciplina appresa negli anni Settanta – banche centrali indipendenti, attenzione alle aspettative d’inflazione – e da una maggiore cautela, almeno teorica, sul debito strutturale. Chi difende con sicurezza assoluta una delle tre scuole nella forma originaria ne ignora, più che difenderne, la storia.
III. Dalle idee al potere: chi ha promosso il neoliberismo
Mont Pèlerin, il Cile, Thatcher e Reagan
Le teorie economiche non si diffondono da sole: hanno bisogno di attori che le elaborino, le finanzino e, talvolta, le impongano. L’origine intellettuale del neoliberismo è un progetto esplicito. Nell’aprile del 1947 Friedrich Hayek riunì a Mont Pèlerin, in Svizzera, circa quaranta studiosi – tra cui Ludwig von Mises, Karl Popper e un giovane Milton Friedman – per difendere il liberalismo economico contro il “collettivismo” del dopoguerra: nacque così la Mont Pelerin Society, che gli storici considerano il primo “collettivo di pensiero” organizzato del neoliberismo, dotato di reti di finanziamento e di think tank affiliati. Per circa un trentennio queste idee restarono politicamente marginali; lo spazio si aprì con la crisi del sistema di Bretton Woods (1971) e, soprattutto, con la stagflazione degli anni Settanta ricordata sopra.
Il primo laboratorio su scala nazionale non fu una democrazia. Dopo il colpo di Stato del generale Augusto Pinochet contro il presidente socialista Salvador Allende (1973), un gruppo di economisti cileni formati all’Università di Chicago – i “Chicago Boys”, frutto di un programma di scambio accademico finanziato dal governo statunitense dalla metà degli anni Cinquanta – convinse il regime ad applicare una “terapia shock” di liberalizzazioni, privatizzazioni e deregolamentazione. David Harvey definisce il Cile di Pinochet il primo vero laboratorio di formazione statale neoliberista: un’applicazione avvenuta sotto dittatura, con repressione sindacale e violenza politica, senza alcun mandato democratico – un caso in cui la parola “imposizione” va presa alla lettera.
Nel Regno Unito e negli Stati Uniti, invece, Margaret Thatcher (1979) e Ronald Reagan (1980) giunsero al potere con regolari elezioni: qui non si può parlare di imposizione in senso stretto. Entrambi furono però sostenuti da una rete di think tank e finanziatori, in parte riconducibile alla galassia della Mont Pelerin Society, che aveva lavorato per anni a rendere quelle politiche presentabili come senso comune dopo il fallimento percepito del keynesismo: una forzatura culturale più che elettorale.
La condizionalità nei paesi in via di sviluppo
Il caso più controverso riguarda i paesi in via di sviluppo. Durante la crisi del debito latinoamericano degli anni Ottanta, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale concessero prestiti d’emergenza subordinandoli all’adozione dei Programmi di Aggiustamento Strutturale – liberalizzazione commerciale, privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica – come condizione per evitare il default. Paesi privi di alternative praticabili non sceglievano liberamente tra politiche diverse, ma accettavano condizioni dettate da chi deteneva la leva finanziaria; anche studiosi non ostili al progetto neoliberista riconoscono oggi che quei programmi, in diversi casi, peggiorarono anziché migliorare le condizioni dei paesi coinvolti.
Una creazione del capitalismo? Il dibattito su Harvey
Alla luce di questa ricostruzione è legittimo chiedersi se il neoliberismo non sia, più semplicemente, un prodotto necessario del capitalismo in quanto tale. La formulazione più rigorosa della tesi si deve allo storico marxista David Harvey (A Brief History of Neoliberalism, 2005): il neoliberismo non sarebbe una teoria neutra applicata per ragioni tecniche, ma un progetto politico per ripristinare il potere delle élite economiche, eroso durante i Trent’anni Gloriosi. Harvey riprende da John Ruggie, che l’aveva coniata nel 1982 per descrivere il compromesso di Bretton Woods, la nozione di “liberalismo integrato” (embedded liberalism): un compromesso di classe in cui il mercato operava entro vincoli sociali e politici imposti da uno Stato interventista. Quando quel compromesso entrò in crisi, alla fine degli anni Sessanta – con la quota di reddito degli strati più ricchi in calo storico, secondo i dati di Gérard Duménil e Dominique Lévy –, le classi dominanti avrebbero reagito con una controffensiva di cui il neoliberismo fu lo strumento: definanziamento dello Stato sociale, privatizzazioni, finanziarizzazione e “accumulazione per spossessamento”, cioè l’uso di crisi finanziarie e debito per trasferire ricchezza pubblica a mani private, come nei Programmi di Aggiustamento Strutturale. Il dato più citato a sostegno è la quota di reddito dello 0,1% più ricco degli Stati Uniti, in calo fino agli anni Settanta e in brusca risalita dall’era Reagan: un andamento che Harvey intitola, significativamente, “la restaurazione del potere di classe”.
Anche osservatori non ostili segnalano tuttavia un limite metodologico: la tesi rischia di funzionare come un assunto anziché come un’ipotesi da verificare, leggendo ogni evento come conferma invece di confrontarla con spiegazioni alternative; e se spiega bene chi abbia beneficiato del neoliberismo, spiega meno perché quella classe dirigente abbia scelto proprio quella strategia, in quel momento, tra le altre disponibili.
C’è poi una precisazione concettuale decisiva: anche il periodo 1945-1975 era capitalismo. Economia di mercato, proprietà privata dei mezzi di produzione, profitto come motore dell’attività economica erano presenti anche nell’era keynesiana, che pure produceva diseguaglianze molto più basse, sindacati forti e uno Stato sociale esteso. Ridurre il neoliberismo a “creazione del capitalismo” confonde il sistema generale, che ammette varianti molto diverse, con una sua variante scelta politicamente. Il quadro delle “varietà del capitalismo” di Peter Hall e David Soskice (2001) lo documenta: economie di mercato liberali (Stati Uniti, Regno Unito) ed economie di mercato coordinate (Germania, Giappone, Svezia) sono tutte pienamente capitaliste, ma con traiettorie distributive profondamente diverse – e lo stesso capitalismo renano, con la codeterminazione nei consigli di sorveglianza, resta un’architettura distinta dal modello nordico, pur imparentata con esso nella tradizione dello Stato sociale forte.
La conclusione più onesta distingue dunque due piani. Che il neoliberismo abbia servito gli interessi del capitale concentrato più di quanto li servisse il keynesismo è probabile: è difficile leggere la storia della diseguaglianza successiva al 1980 senza scorgere un nesso tra la vittoria politica di quelle idee e la redistribuzione di ricchezza verso l’alto che ne è seguita. Che il capitalismo in quanto tale generi necessariamente il neoliberismo è invece assai meno sostenibile, poiché nello stesso periodo e nello stesso Occidente ha prodotto varianti molto diverse. La variabile decisiva sono i rapporti di forza politici e sociali interni a ciascun capitalismo nazionale – sindacati, sistema elettorale, cultura politica, architettura istituzionale –: il capitalismo pone i vincoli entro cui il conflitto si svolge, ma non ne determina meccanicamente l’esito.
IV. L’architettura dell’euro: un’impronta ordoliberale
Una genealogia specifica
L’Unione Europea non nasce come progetto neoliberista: la CECA (1951) e il Trattato di Roma (1957) precedono di trent’anni l’affermazione politica del neoliberismo, e la Politica Agricola Comune resta una delle politiche più interventiste mai concepite in Occidente. L’architettura dell’Unione Economica e Monetaria, costruita soprattutto tra il 1986 e il 1992, porta invece l’impronta di una tradizione distinta, pur se imparentata con il neoliberismo angloamericano: l’ordoliberalismo della Scuola di Friburgo (Walter Eucken, Franz Böhm, anni Trenta), che affida allo Stato il compito di costruire e far rispettare un quadro di regole rigido entro cui la concorrenza operi senza distorsioni – una “terza via” tra pianificazione e laissez-faire.
Regole rigide, indipendenza della moneta dalla politica, responsabilità di ciascuno Stato per i propri squilibri: è questo il filo che lega i difetti dell’Eurozona – il mandato della BCE centrato sulla stabilità dei prezzi, il divieto di aiuti di Stato, regole fiscali prive di una capacità fiscale comune –, che riflettono la logica ordoliberale più del neoliberismo di Hayek e Friedman. Resta dibattuto se questa influenza sia stata un progetto coerente o l’esito di compromessi tra tradizioni nazionali divergenti, francese e tedesca in primo luogo; la coerenza tra principi ordoliberali ed esiti istituzionali resta però difficilmente casuale, come mostrano i sette difetti strutturali che seguono.
Un’area valutaria non ottimale
Il difetto più radicale è di natura teorica e precede la stessa svolta ordoliberale. Robert Mundell (1961) e Peter Kenen (1969) definirono le condizioni perché più paesi possano condividere una moneta senza crisi ricorrenti: mobilità del lavoro, trasferimenti fiscali capaci di assorbire shock asimmetrici, cicli economici sincronizzati. La letteratura converge nel ritenere – come riassume, tra gli altri, un contributo del CEPR sui difetti di progettazione dell’Eurozona – che l’unione monetaria europea non soddisfi adeguatamente nessuna di queste condizioni: la mobilità del lavoro resta bassa per ragioni linguistiche, culturali e di riconoscimento dei titoli; non esiste un sistema di trasferimenti comuni paragonabile a quello federale statunitense, proprio perché l’impianto ordoliberale privilegia la responsabilità dei singoli Stati rispetto alla mutualizzazione del rischio; e la specializzazione industriale dei paesi membri, anziché ridursi, è aumentata dopo l’introduzione dell’euro, accrescendo la vulnerabilità agli shock asimmetrici.
Nessun prestatore di ultima istanza per gli Stati
Rinunciando alla propria banca centrale, ciascuno Stato membro ha perso un prestatore di ultima istanza capace di garantire il debito sovrano in moneta propria, ruolo che nessuna istituzione europea ha pienamente assunto, anche per la riluttanza ordoliberale verso interventi discrezionali della banca centrale a sostegno dei singoli Stati. Crisi di liquidità transitorie possono così trasformarsi in crisi di solvibilità, come accadde alla Grecia tra il 2010 e il 2015. Solo le Outright Monetary Transactions della BCE, annunciate nel 2012 dopo l’impegno di Mario Draghi a fare “whatever it takes” per salvare l’euro, tamponarono la crisi di fiducia – tra le contestazioni dei settori più ortodossi della tradizione ordoliberale tedesca – senza però sanare il difetto strutturale.
Gli squilibri TARGET2
Il sintomo tecnico più concreto è il sistema di regolamento interbancario TARGET2, che dal 2011-2012 registra squilibri crescenti tra Nord e Sud: il saldo creditore tedesco superava i 1.200 miliardi di euro nel 2022, mentre Italia e Spagna restavano debitrici per diverse centinaia di miliardi ciascuna. Il fenomeno riflette sia divergenze di competitività sia sfiducia bancaria – dal 2011-2012 le banche del Nord hanno smesso di prestare la propria liquidità a quelle del Sud – ed è stato in parte amplificato dall’allentamento quantitativo della BCE (circa 2.600 miliardi di euro tra il 2015 e il 2018), poiché la liquidità immessa tende a rifugiarsi nei sistemi finanziari percepiti come più sicuri, concentrati appunto al Nord.
Un’unione bancaria incompleta
La stessa BCE, nella valutazione strategica del 2025, indica tra le priorità non raggiunte il completamento dell’unione bancaria e dell’unione dei mercati dei capitali. Manca soprattutto un sistema comune di garanzia dei depositi, proposto nel 2015 e bloccato dall’opposizione di Germania e Paesi Bassi, timorosi di garantire depositi percepiti come più rischiosi nel Sud: un rifiuto coerente con la logica ordoliberale della responsabilità individuale. Ne deriva il circolo vizioso tra banche e Stati (il cosiddetto doom loop): le banche detengono molto debito sovrano del proprio paese, sicché un titolo di Stato in difficoltà indebolisce le banche, e banche in difficoltà richiedono aiuti pubblici che aggravano il debito.
Regole fiscali senza capacità fiscale
Il Patto di Stabilità e Crescita fissa limiti rigidi – deficit al 3% del PIL, debito al 60% – senza un corrispondente meccanismo di trasferimenti comuni capace di assorbire gli shock asimmetrici: è forse il caso più puro dell’impronta ordoliberale, regole vincolanti in luogo di capacità fiscale condivisa. Il Fondo Monetario Internazionale, nella missione sull’Eurozona del giugno 2026, raccomanda ai paesi ad alto debito un miglioramento del saldo primario strutturale di circa tre punti di PIL entro il 2031: un aggiustamento che, senza una crescita corrispondente, rischia di riprodurre l’austerità recessiva già sperimentata durante la crisi greca.
La divergenza di competitività tra Nord e Sud
Dall’introduzione dell’euro, i differenziali di costo del lavoro per unità di prodotto tra la Germania e la periferia mediterranea non si sono potuti correggere con la svalutazione del cambio, ma solo con la cosiddetta “svalutazione interna” – compressione salariale e disoccupazione –: un processo politicamente costoso e socialmente destabilizzante, come mostrano il caso greco e, in forma più attenuata, quelli italiano e portoghese. È lo stesso meccanismo che la serie ritrova nel franco CFA dell’Africa Occidentale: una moneta comune che impedisce l’aggiustamento del cambio scarica l’intero peso dell’adeguamento sul mercato del lavoro interno.
Un deficit democratico mai risolto
Resta infine un tema solo in parte riconducibile alla matrice ordoliberale: la distanza percepita tra le istituzioni dell’Unione – una Commissione non eletta direttamente, processi decisionali del Consiglio poco trasparenti per l’opinione pubblica – e i cittadini, un deficit di legittimazione discusso da decenni nella scienza politica europea e intrecciato con le dispute sullo stato di diritto in Ungheria e Polonia e con il potere di veto in Consiglio. Un’Unione percepita come distante fatica a generare il consenso necessario alle riforme di lungo periodo – trasferimenti fiscali comuni, unione bancaria, revisione dei trattati – che le crisi qui ricostruite richiederebbero.
Conclusioni
Il percorso ricostruito disegna una sequenza coerente. Sul piano teorico, l’idea di un mercato capace di regolarsi da sé è stata smentita tanto dalla critica concettuale quanto dalle crisi, dal 1929 al 2008, senza che ciò autorizzi un rigetto del mercato in quanto tale: il confronto tra liberismo, neoliberismo e keynesismo mostra che nessuna scuola ha retto a lungo nella propria forma pura. Sul piano storico, il neoliberismo non si è affermato per forza propria, ma attraverso attori identificabili – la Mont Pelerin Society, i Chicago Boys, la condizionalità del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, le maggioranze di Thatcher e Reagan – ed è stato una scelta politica tra le varianti possibili del capitalismo, non il suo esito necessario. Sul piano istituzionale, infine, l’Eurozona ha tradotto in regole una tradizione affine ma distinta, quella ordoliberale, i cui difetti – un’area valutaria non ottimale, l’assenza di un prestatore di ultima istanza, un’unione bancaria incompleta, regole fiscali prive di capacità fiscale comune – riflettono la preferenza per la disciplina dei singoli Stati rispetto alla condivisione del rischio.
Il filo comune è la trasformazione di una scelta politica in un vincolo presentato come tecnico. Comprenderlo è la premessa per valutare le altre crisi che la serie affronta – la globalizzazione, il riarmo, la dipendenza strategica dagli Stati Uniti, le migrazioni –, tutte segnate, in misura diversa, dalla stessa difficoltà europea di tradurre una diagnosi condivisa in una capacità di azione comune.
Nota bibliografica
I dati e i riferimenti citati nel presente contributo sono tratti, tra le altre fonti, da CEPR (Centre for Economic Policy Research), Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, nonché dai contributi teorici di Friedrich Hayek, George Akerlof, Daniel Kahneman, Amos Tversky, Richard Thaler, Hyman Minsky, John Maynard Keynes, Milton Friedman, Robert Lucas, Dani Rodrik, Daron Acemoglu/James Robinson, John Ruggie, David Harvey, Gérard Duménil/Dominique Lévy, Peter Hall/David Soskice, Robert Mundell, Peter Kenen, Walter Eucken e Franz Böhm. Dati aggiornati a luglio 2026.