Crisi del modello europeo: Francia sotto pressione, BCE all’erta e stallo sul bilancio UE

Key Takeaways

Gli Stati sociali europei, a partire dalla Francia, sono messi a dura prova dall’aumento dei tassi e degli spread.
La BCE valuta interventi mentre i negoziati sul bilancio UE restano bloccati tra Paesi frugali e altri.
Cresce la resistenza a nuove tasse e a un eccesso di regolamentazione, segnalando un lento cambio di paradigma.
Il modello di politica economica europeo sta entrando in crisi

Con l’aumento dei tassi di interesse a livello globale, gli Stati sociali e il bilancio dell’Europa occidentale, che da decenni resistono a riforme sostanziali, ne stanno risentendo. In particolare, la Francia è al centro dell’attenzione. Lo spread tra il debito pubblico francese e quello tedesco sta aumentando drasticamente, anche a causa delle dichiarazioni dell’estrema sinistra francese secondo cui, una volta al potere, potrebbe benissimo non onorare gli obblighi dello Stato.

Il governo francese sta nel frattempo cercando di introdurre alcune misure di risparmio, ma i mercati non ne sono convinti, arrivando persino a esigere tassi di interesse più elevati sul debito francese rispetto a quello italiano.

L’8 ottobre, la presidente della BCE Lagarde aveva già emesso il primo intervento verbale per contenere i rendimenti francesi. Interrogata in merito agli spread sovrani durante una riunione a porte chiuse a Lussemburgo con i ministri delle Finanze dell’Eurozona, secondo quanto riferito avrebbe ribadito la posizione della BCE secondo cui l’istituzione è attenta al buon funzionamento dei mercati finanziari, come hanno riferito a Bloomberg «persone a conoscenza dei colloqui, che hanno parlato a condizione di rimanere anonime». Avrebbe quindi aggiunto che la BCE dispone di strumenti per contrastare dinamiche di mercato ingiustificate e disordinate che minacciano la trasmissione fluida della politica monetaria, nel rispetto di chiari criteri di ammissibilità.

Commentando la situazione, Robin Brooks, senior fellow presso la Brookings Institution ed ex capo economista dell’Institute of International Finance, afferma: «La situazione è grave. Il circolo vizioso – il legame tra banche e Stati – è grave quanto lo era nel 2011/12. Se i rendimenti continuano a salire, torneremo alla fuga dei depositi».

Una delle opzioni di cui la BCE dispone è quella di attivare il cosiddetto programma «Transmission Protection Instrument» («TPI»), per «contrastare dinamiche di mercato ingiustificate e disordinate» che minacciano la trasmissione della politica monetaria. Come spiega Bloomberg, ciò significa che «la banca centrale stamperebbe di fatto moneta e la utilizzerebbe per acquistare le obbligazioni che gli investitori stanno vendendo in massa. Non ci sarebbe alcun limite di spesa prestabilito, e alcuni aspetti del TPI sono stati volutamente lasciati vaghi in modo che la banca centrale possa reagire in modo flessibile a qualsiasi crisi dovesse affrontare».

Questo strumento non è mai stato utilizzato, così come un altro programma della BCE, il piano delle «Operazioni monetarie definitive» (OMT), un programma di acquisto di titoli della BCE creato nel 2012 che prevede condizioni più rigorose rispetto al TPI, ad esempio che il paese sostenuto faccia parte di un programma di salvataggio europeo con condizioni politiche.

Come Brooks e molti altri hanno spiegato in precedenza, la BCE sostiene di fatto da anni gli Stati sociali traballanti dell’Eurozona, attraverso ogni tipo di politica. In definitiva, tutto dipenderà dalla tolleranza della Germania nei confronti di questo genere di trasferimenti «di nascosto» verso altri paesi europei. A margine, c’è anche il fatto che, nonostante le sue smentite, la Lagarde continui a essere indicata come potenziale candidata alle elezioni presidenziali francesi del 2027, pur ricoprendo contemporaneamente la carica di presidente dell’istituzione che esercita una grande influenza sul destino economico della Francia. Ciò dovrebbe destare perplessità e potrebbe non giovare alla credibilità della BCE come istituzione politicamente neutrale.

Le proposte per un aumento della spesa dell’UE sotto tiro

Le difficoltà della Francia non stanno ancora avendo ripercussioni sui negoziati a lungo termine sul bilancio dell’UE. Pur essendo un contribuente netto al bilancio dell’UE, e nonostante le sue difficoltà di bilancio, la Francia ha rifiutato di unirsi al gruppo di sei Stati membri dell’UE – Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia – che chiedono tagli per «diverse centinaia di miliardi di euro» alla bozza del prossimo bilancio UE 2028-2034. Va notato che ciò consentirebbe comunque una spesa UE superiore rispetto all’attuale periodo di bilancio 2021-2027.

Un problema specifico in questo contesto è l’elevato onere degli interessi per il fondo di ripresa Covid dell’UE, dispendioso e vulnerabile alle frodi, che rappresenta un macigno al collo del bilancio dell’UE. A differenza della spesa ordinaria dell’UE, questo fondo è stato finanziato tramite debito UE emesso congiuntamente, che ora dovrà essere rimborsato.

Due anni fa, l’ambasciatore olandese presso l’UE ha commentato questo onere, affermando: «Pende sulle nostre teste come la spada di Damocle. Fare bilancio significa guardare al futuro. (…) I Paesi Bassi stanno tagliando il 20 per cento dei dipendenti pubblici. Non è facile. Ma se riusciamo a farlo, perché non possiamo discuterne qui?»

I diplomatici stanno ora cercando di raggiungere un accordo sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) entro la fine dell’anno, ma secondo alcuni dispacci diplomatici tedeschi trapelati, «le capitali dell’UE sono irrimediabilmente in una situazione di stallo», rivela Politico. Secondo il dispaccio del 22 settembre, «non sono emersi potenziali margini di compromesso» durante una recente riunione dei ministri europei.

È interessante notare che il dispaccio diplomatico tedesco rivela che Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia e Belgio «hanno sottolineato la necessità di tagli significativi», mentre la Francia si è limitata a dichiararsi «aperta a tagli mirati». La Francia era anche tra gli Stati membri che hanno affermato che «i tagli nei settori dell’agricoltura e della coesione sono fuori discussione». Una nuova proposta di compromesso presentata dalla presidenza irlandese dell’UE non è riuscita a cambiare granché. È stata immediatamente bocciata dal gruppo guidato dalla Germania.

Opposizione a ulteriori tasse UE

In alternativa ai tagli, il governo francese sta invece spingendo per nuove “risorse proprie” dell’UE – tasse UE solo di nome. Vuole che queste raccolgano 60 miliardi di euro. A quanto pare, vi è un discreto sostegno tra i governi dell’UE per ampliare l’uso di queste «risorse proprie», in attesa che vengano discussi i dettagli. La presidenza irlandese del Consiglio dell’UE ha dichiarato che esiste un «consenso» tra i governi dell’UE sull’utilizzo dei proventi derivanti dal Meccanismo di adeguamento carbonico alle frontiere (CBAM), una nuova tariffa climatica dell’UE, e da un nuovo prelievo sui rifiuti elettronici, per finanziare il nuovo bilancio a lungo termine dell’UE.

Altre “risorse proprie” proposte rimangono tuttavia controverse. Le proposte di introdurre prelievi mirati sui prodotti del tabacco, sul fatturato delle imprese o sui proventi del sistema di scambio delle quote di emissione starebbero incontrando l’opposizione di diversi paesi; ad esempio, anche la Svezia è preoccupata per l’impatto sullo snus, molto popolare nel paese, che gode di un’esenzione dal divieto UE su tale prodotto. La sua popolarità va di pari passo con tassi di fumo molto più bassi e tassi molto più bassi di malattie correlate. Ignorare i diversi impatti sulla salute dei vari prodotti non è infatti una buona idea dal punto di vista della salute pubblica.

Eppure, questo è sicuramente ciò che la Commissione europea sta facendo, anche nelle discussioni politiche correlate; ad esempio con la proposta della Commissione di aumentare drasticamente le accise sul tabacco e sulla nicotina. Anche in questo caso, la resistenza svedese è feroce. La decisione è stata rinviata a novembre, per concedere alla Svezia più tempo per formare un nuovo governo dopo le recenti elezioni nazionali. Al momento, però, i negoziati di coalizione in Svezia procedono con grande difficoltà.

In ogni caso, gli Stati membri “frugali” si sono fatti sentire molto di più. In una lettera, i sei Stati membri sottolineano che la discussione sulle “risorse proprie” offusca il dibattito. Essi affermano: «Il bilancio dell’UE è, in ultima analisi, finanziato dai cittadini europei. Questo rimane vero a prescindere dal meccanismo di finanziamento o dalle risorse proprie che inventiamo».

I «sei frugali» sembrano inoltre tranquilli all’idea di non raggiungere un accordo quest’anno. Un diplomatico di uno dei paesi firmatari è citato dal Financial Times con queste parole: «A meno che il bilancio non venga tagliato di centinaia di miliardi, quest’anno non ci sarà alcun accordo». A questa posizione ha fatto eco il ministro austriaco per gli Affari europei, Claudia Bauer, che ha definito la scadenza «artificiale».

È significativo anche il fatto che il Parlamento europeo «non avrà nemmeno una posizione parlamentare entro la fine del prossimo anno se continuiamo allo stesso ritmo», secondo il deputato europeo Damian Boeselager, uno dei negoziatori dei Verdi sul bilancio. Nei precedenti cicli di negoziati sul bilancio a lungo termine dell’UE, il Parlamento europeo ha sempre avanzato richieste di spesa comunitaria ancora più elevate rispetto a quelle della Commissione europea. Grazie all’aumento dei consensi della destra, la situazione sembra ora cambiare.

Il tempo stringe. Nel 2027 si terranno elezioni in Francia, Italia, Spagna e Polonia che potrebbero minacciare di far deragliare i negoziati e ritardare i pagamenti. In Francia, il Rassemblement National di Marine Le Pen si è impegnato a dimezzare il contributo di Parigi al bilancio dell’UE. Alcuni recenti sondaggi la danno vincitrice contro ogni possibile avversario al secondo turno.

Resistenza alla regolamentazione dell’UE

La spinta verso una maggiore austerità di bilancio arriva anche in un contesto di crescenti richieste affinché Bruxelles ridimensioni le proprie ambizioni normative. A settembre, 13 Stati membri dell’UE, guidati dall’Austria, hanno chiesto una “pulizia approfondita” della legislazione dell’UE. Hanno quindi invocato un “Anno europeo dell’attuazione e del consolidamento”, incentrato principalmente sull’attuazione della legislazione esistente, sulla semplificazione, sull’interoperabilità, sulla valutazione dell’onere cumulativo, sulla convergenza nell’applicazione delle norme, sulla riduzione degli obblighi di rendicontazione duplicati e sulle modifiche legislative indispensabili.

L’iniziativa solleva una domanda ovvia: perché Bruxelles dovrebbe continuare ad aumentare i costi normativi mentre gli Stati membri chiedono una maggiore disciplina di bilancio? Un vero e proprio anno della semplificazione dovrebbe anche esaminare attentamente il crescente carico legislativo dell’UE, tra cui la legge sull’economia circolare, la legge europea sui prodotti, la legge sull’equità digitale e la prevista revisione della direttiva sui prodotti del tabacco, per garantire che le nuove norme non minino ulteriormente la competitività europea.

Ciò è particolarmente rilevante alla luce del dibattito sulle sfide economiche che l’UE deve affrontare da parte della Cina. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno recentemente chiesto meccanismi di difesa commerciale dell’UE più forti per affrontare le distorsioni del mercato cinese. Nel frattempo, l’afflusso di merci illegali e contraffatte, tra cui prodotti elettronici, tessili e sigarette elettroniche, rimane una preoccupazione crescente, con l’organismo antifrode dell’UE OLAF che sottolinea il ruolo delle importazioni cinesi.

In contrasto con l’allarmismo sul ruolo della Cina, l’UE si è mostrata meno disposta ad affrontare il modo in cui il proprio contesto normativo indebolisce l’industria europea. È necessario un maggiore rigore nell’applicazione delle norme contro le pratiche commerciali sleali e le importazioni illegali, ma ciò servirà a poco se le imprese europee continueranno a dover affrontare costi di conformità in aumento, incertezza normativa e tasse aggiuntive. Proteggere la competitività europea significa anche affrontare gli oneri che l’UE impone alle proprie industrie.

Conclusione

Mentre gli Stati sociali dell’Europa occidentale sono messi a dura prova, con la Francia al centro di tutto ciò, si è riaccesa la discussione su una nuova crisi dell’euro. Le pressioni fiscali sono destinate a complicare ancora di più un accordo sulla spesa a lungo termine dell’UE, poiché l’eccesso di regolamentazione dell’Unione continua a essere contestato da coloro che si rendono conto che è alla base della mancanza di competitività che sta causando una crescita economica bassa e, di conseguenza, un gettito fiscale insufficiente. La strada è ancora lunga, ma in modo sicuro e costante il consenso sulla politica economica in Europa si sta spostando.

[Foto Blogotron CC 4.0 sa by]

Nota: Le opinioni espresse negli articoli sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni della Fondazione Machiavelli.

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