Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno dato il via all’Operazione Epic Fury, una vasta campagna di bombardamenti aerei a danno della Repubblica Islamica dell’Iran, la quale ha rappresentato la più vasta operazione militare statunitense in Medio Oriente dalla guerra d’Iraq del 2003. Il conflitto, popolarmente noto come Terza Guerra del Golfo, è stato caratterizzato dalla capacità dell’Iran di conseguire un rilevante successo strategico nonostante la schiacciante superiorità militare statunitense. Tale risultato segna una nuova evoluzione dell’arte della guerra, nella quale la capacità di esaurire le riserve di armamenti nemiche e distruggerne la volontà politica assume un’importanza pari, se non maggiore, alla mera superiorità tecnologica.
Uno scontro di volontà
La concezione della guerra come “scontro di volontà” rappresenta uno dei pilastri del pensiero di Carl von Clausewitz. Il generale prussiano riteneva infatti che ogni conflitto costituisse un tentativo di imporre la propria volontà all’avversario. Preservare la determinazione a combattere e, al tempo stesso, erodere quella del nemico, diventa quindi una condizione imprescindibile per il conseguimento del successo bellico. Consapevole della propria inferiorità convenzionale, l’Iran ha impostato una strategia volta a spezzare la volontà statunitense di proseguire il conflitto, incrementandone progressivamente i costi umani, economici e politici fino a renderli superiori ai potenziali benefici della vittoria. Nel corso della storia, numerose guerre offensive combattute lontano dalla madrepatria sono risultate in una sconfitta determinata non dalla distruzione delle proprie forze cinetiche, bensì per l’intersezione tra il venir meno del consenso interno e l’insorgere di costi umani e materiali progressivamente insostenibili. Negli anni Sessanta gli Stati Uniti optarono per ritirarsi dal Vietnam nonostante le enormi perdite inflitte al Vietnam del Nord. L’elevato costo umano ed economico della guerra, amplificato dalla crescente diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, erose progressivamente il sostegno dell’opinione pubblica, esercitando una pressione politica insostenibile sull’amministrazione americana. Uno scenario analogo si è ripetuto nel 2021, quando Washington ha posto fine alla missione in Afghanistan senza aver conseguito gli obiettivi politici originariamente prefissati, a dispetto dalla quasi completa assenza di vittorie significative da parte dei Talebani nei confronti delle forze americane.
Nel contesto della Terza Guerra del Golfo, Teheran ha innanzitutto cercato di prevenire un collasso del proprio governo durante le prime fasi dell’offensiva americana. A tal proposito, l’Iran ha sviluppato un modello di leadership collettiva fondato su numerose istituzioni capaci di garantire la continuità delle funzioni statali anche in caso di eliminazione della Guida Suprema, principale figura politica del paese. Il mancato collasso del governo in seguito all’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei ha impedito agli Stati Uniti di ottenere la rapida vittoria auspicata, trasformando il conflitto in una guerra d’attrito nella quale il fattore tempo si è progressivamente rivelato favorevole all’Iran. Parallelamente, Teheran ha condotto un’intensa operazione di propaganda interna incentrata sulla difesa della nazione di fronte a un’aggressione esterna. Tale narrativa ha consolidato il consenso interno, favorendo l’accettazione dei sacrifici imposti dal conflitto. L’addestramento militare della popolazione civile e le manifestazioni di sostegno al governo hanno rafforzato l’immagine di un Paese disposto a resistere a qualsiasi tentativo di invasione. Contestualmente, l’Iran ha condotto un’efficace guerra di informazione a danno di Washington, impiegando innovativi strumenti di comunicazione. Le rappresentanze diplomatiche iraniane hanno fatto ricorso a meme irriverenti generati tramite intelligenza artificiale facendo uso di figure note nella cultura pop occidentale, quali i LEGO. Tali contenuti, incentrati sulla ridicolizzazione del presidente Donald Trump, sul caso Epstein e sulla celebrazione delle perdite subite dalle forze armate statunitensi, si sono rivelati un efficace strumento di propaganda. La loro estetica ha favorito una rapida diffusione sui social media, contribuendo a proiettare l’immagine di un Paese resiliente contrapposto a una decadente superpotenza moralmente corrotta.
Un ulteriore elemento decisivo è stato rappresentato dalla resilienza economica. Di fronte alle pesanti sanzioni occidentali, l’Iran ha infatti sviluppato negli ultimi anni un modello economico volto a ridurre la vulnerabilità del Paese agli shock esterni e a garantire la continuità dei servizi essenziali anche in tempo di guerra. Nel 2010 la Guida Suprema Ali Khamenei promosse la cosiddetta “economia della resistenza”, fondata su una cultura della frugalità, sulla riduzione degli sprechi e sul rafforzamento dell’autosufficienza nazionale. Nel 2014 tali principi sono stati formalizzati in un programma articolato in ventiquattro punti, volto a diminuire la dipendenza dalle esportazioni di idrocarburi, rafforzare la produzione nazionale di beni essenziali, sviluppare catene di approvvigionamento alternative, sostenere il settore agricolo e incrementare la produttività attraverso investimenti nel capitale umano. A seguito dello scoppio del conflitto, la resilienza del modello economico iraniano ha consentito di garantire la continuazione della fornitura di servizi essenziali ai cittadini, evitando il collasso sociale del paese. Parallelamente alla riduzione delle proprie vulnerabilità, Teheran ha sfruttato al meglio le debolezze strutturali dell’economia statunitense. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha infatti provocato una grave crisi energetica internazionale, determinando un’impennata dei prezzi del greggio e dei carburanti. Allo stesso tempo, la particolare configurazione del sistema petrolifero americano, basato sull’esportazione di petrolio leggero estratto tramite fracking e sull’importazione di petrolio pesante destinato alle raffinerie costiere, ha amplificato gli effetti del conflitto, contribuendo alla riduzione delle riserve strategiche di petrolio statunitensi e aumentando la pressione politica sull’amministrazione Trump affinché ponesse fine alle ostilità.
Tecnologia e saturazione
La preservazione della capacità operativa delle forze armate costituisce uno dei principi fondamentali dell’arte militare. Durante la guerra d’Iraq del 2003, l’Iran osservò il rapido collasso dell’apparato militare di Saddam Hussein. L’esercito iracheno, caratterizzato da una struttura di comando fortemente centralizzata, cessò infatti di operare efficacemente nel momento in cui i bombardamenti americani interruppero le comunicazioni con i vertici. A seguito del conflitto, il generale iraniano Mohammad Ali Jafari sviluppò una nuova dottrina nota come “difesa a mosaico”, finalizzata a garantire la continuità operativa delle forze armate anche in caso di decapitazione del comando centrale. Dopo essere stato nominato comandante delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) nel 2007, egli suddivise il Corpo in trentuno comandi provinciali autonomi, ciascuno dotato di proprie riserve di armamenti, capacità logistiche, sistemi d’intelligence e strutture di comando. Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno avviato le operazioni replicando lo schema già adottato nel 2003: eliminare la leadership politica e militare iraniana e attendere il collasso dell’intero sistema. L’attivazione della cosiddetta “difesa a mosaico” ha però impedito tale scenario. Più che un Leone di Nemea, destinato a morire se colpito al collo, le forze armate iraniane si sono dimostrate simili a un’Idra, mantenendo la propria capacità operativa anche in assenza di comunicazioni con i vertici. Ciò ha forzato Washington, a dispetto di un rilevante successo tattico iniziale, a combattere un lungo conflitto d’attrito, scenario al quale le forze armate statunitensi risultavano non preparate.
Sul piano strettamente cinetico, l’Iran ha invece adottato una efficace strategia asimmetrica di saturazione. Il venir meno degli aiuti statunitensi a seguito della Rivoluzione Islamica del 1979 e i devastanti danni subiti durante la Guerra Iran-Iraq (1980-1988), hanno portato Teheran ad abbandonare il modello di difesa convenzionale, in favore di una strategia asimmetrica, incentrata sull’impiego di sistemi d’arma economici, facilmente producibili e adatti a una guerra d’attrito, come missili balistici e droni kamikaze. Parallelamente, il Paese ha disperso e protetto le proprie infrastrutture produttive, collocando impianti di produzione e depositi sotterranei all’interno delle principali catene montuose. Gli Stati Uniti hanno cercato di disabilitare le capacità produttive iraniane sfruttando la propria superiorità aerea. Tuttavia, gli attacchi americani si sono rivelati insufficienti a neutralizzare le capacità produttive iraniane, schermate dalla morfologia montuosa del paese. L’impiego sistematico dei droni Shahed ha inoltre costretto Washington, già caratterizzata da una limitata disponibilità di sistemi di difesa aerea a corto raggio, a impiegare intercettori estremamente costosi, quali i Patriot, contro bersagli dal costo di produzione enormemente inferiore. Tale asimmetria economica ha progressivamente eroso le scorte missilistiche americane, mentre gli attacchi iraniani hanno inflitto danni significativi alle basi statunitensi nella regione e a numerose infrastrutture critiche dei Paesi alleati.
I risultati
La Guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 e l’invasione russa dell’Ucraina hanno dimostrato l’enorme potenziale dell’impiego di sistemi d’arma d’attrito a basso costo, sancendo l’inizio di una nuova era nell’arte bellica. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran del 2026 ha rappresentato la definitiva affermazione di tale processo. Nonostante la schiacciante superiorità tecnologica, gli Stati Uniti hanno fallito nel conseguimento dei propri obiettivi strategici. L’insuccesso del tentativo iniziale di concludere rapidamente il conflitto ha infatti trasformato un’operazione concepita per concludersi rapidamente in una lunga guerra d’attrito, facendo emergere alcune vulnerabilità strutturali statunitensi: la limitata profondità degli arsenali, la dipendenza da sistemi d’arma estremamente costosi e, soprattutto, la crescente difficoltà politica nel sostenere conflitti prolungati. La Terza Guerra del Golfo ha dimostrato come la mera supremazia convenzionale risulti ormai inefficace a garantire il successo in ambito bellico. Le forze armate del futuro dovranno essere organizzate secondo strutture di comando fortemente decentralizzate, capaci di continuare a operare anche in caso di perdita dei vertici nazionali. Allo stesso tempo, la dispersione delle infrastrutture produttive e logistiche, unita all’occultamento delle principali capacità strategiche, diventerà essenziale per garantire la continuazione delle capacità operative dei corpi militari e dell’economia del paese. Sotto il profilo militare, gli investimenti dovranno privilegiare una combinazione di sistemi ad alta capacità distruttiva e strumenti d’attrito economici e facilmente producibili, così da logorare progressivamente le risorse dell’avversario. Sul piano economico, la resilienza nazionale e la capacità di mantenere operativi i servizi essenziali assumeranno un ruolo sempre più centrale, riducendo la vulnerabilità agli shock esterni. Infine, la dimensione comunicativa diventerà parte integrante delle operazioni militari: preservare il consenso interno e influenzare la percezione internazionale del conflitto costituirà un moltiplicatore di potenza tanto rilevante quanto il successo ottenuto sul campo di battaglia.