Gli schieramenti in campo, i programmi elettorali e la mappa delle coalizioni
Il 27 ottobre 2026 si prefigura come un appuntamento politico di straordinaria rilevanza non soltanto per Israele, ma per l’intero assetto geostrategico dell’Occidente. Le imminenti elezioni parlamentari per il rinnovo della Knesset determineranno la composizione del nuovo esecutivo e incideranno in modo diretto sulle prospettive di sicurezza e sull’evoluzione dei conflitti in Medio Oriente. A margine del suo recente intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha riaffermato con nettezza la propria volontà di mantenere la guida del Paese, rivendicando la continuità della linea della fermezza contro la Repubblica Islamica dell’Iran e la sua rete di proxy regionali.
Il panorama politico israeliano alla vigilia del voto si presenta fortemente polarizzato e articolato in tre grandi blocchi ideologici e strategici:
- La coalizione di Centro-Destra (al governo): È guidata dal Likud, partito di maggioranza relativa del premier Netanyahu. L’asse di governo comprende i partiti religiosi ultraortodossi (Shas, espressione del mondo sefardita, ed Ebraismo Unito della Torah, rappresentativo della componente ashkenazita) affiancati dalle formazioni della destra nazionalista e religiosa radicale, quali I Sionisti Religiosi di Bezalel Smotrich e Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir. Completano l’area della destra varie componenti e liste autonome (tra cui la formazione guidata dall’ex generale Ofer Winter). La piattaforma programmatica della maggioranza uscente si fonda sul disarmo totale e permanente di Hamas, sulla smilitarizzazione senza condizioni della Striscia di Gaza e sul costante consolidamento ed ampliamento degli insediamenti ebraici in Cisgiordania.
- Il blocco dell’Opposizione (Centro e Centro-Sinistra): Si riconosce principalmente nella figura dell’ex generale Gadi Eisenkot, leader del partito centrista Yashar!. L’ampio fronte d’opposizione include l’alleanza centrista Insieme (B’Yachad, nata dalla convergenza tra Naftali Bennett e Yair Lapid con Yesh Atid), la destra laica e nazionalista di Avigdor Lieberman (Yisrael Beiteinu), la lista progressista I Democratici (frutto della fusione tra il partito Laburista e Meretz, guidata dall’ex generale Yair Golan) e il movimento I Riservisti (HaMiluimnikim) di Yoaz Hendel. Le priorità di questo blocco vertono sul ripristino dello stato di diritto, su una gestione più laica delle istituzioni, sull’abolizione delle esenzioni storiche dal servizio militare per gli studenti ultraortodossi e sul rilancio del dialogo strategico con gli alleati occidentali e i partner arabi moderati.
- Le liste rappresentative della minoranza araba: Formate da Ra’am (movimento arabo-israeliano d’ispirazione pragmatica guidato da Mansour Abbas) e dalla Lista Unita (Hadash-Ta’al e Balad). Con un potenziale elettorale complessivo stimato attorno ai 12-13 seggi, queste forze costituiscono l’ago della bilancia parlamentare indispensabile per consentire all’opposizione di raggiungere la soglia di 61 deputati necessaria per scalzare Netanyahu e formare una maggioranza alla Knesset.
Le proposte e la nuova figura di Eisenkot
Le prospettive per una pacificazione strutturale o per una coesistenza duratura nel bacino levantino si scontrano oggi con una realtà sociale e politica profondamente irrigidita. Se nel corso del 2023 la diplomazia israeliana sembrava vicina a un formale ed epocale allargamento degli Accordi di Abramo verso l’Arabia Saudita, il trauma sistemico inflitto dagli attacchi del 7 ottobre 2023 ha drasticamente rimodellato la percezione di sicurezza dell’opinione pubblica. Lo smantellamento integrale delle capacità eversive e militari di Hamas ha rappresentato un obiettivo fondamentale e prioritario per il primo ministro Benjamin Netanyahu, sostenuto in prima battuta da un ampio consenso dell’Occidente.
Tuttavia, l’onda d’urto del conflitto ha acuito la polarizzazione interna e polverizzato la fiducia nei processi di pace tradizionali. I dati demoscopici rilevati dal Pew Research Center documentano un crollo storico nell’adesione alla formula dei “due Stati”: soltanto il 17% dei cittadini israeliani e il 21% della popolazione palestinese ritengono che la coesistenza pacifica tra due entità statali sovrane sia ancora una soluzione concretamente perseguibile. Tale disillusione sistemica è stata trasformata dalla coalizione di centro-destra guidata da Netanyahu nel proprio principale propulsore politico. Nel corso della campagna elettorale, il premier uscente ha impostato la propria narrativa di sopravvivenza politica sul paventato rischio costituzionale: Netanyahu ha infatti denunciato a più riprese che un eventuale insediamento dell’opposizione di centro-sinistra dipenderebbe dall’appoggio esterno determinante dei partiti arabi, definendo tale scenario un’inaccettabile minaccia all’integrità dello Stato ebraico.
Nel campo avverso, l’opposizione si è compattata attorno alla figura di Gadi Eisenkot, leader della formazione centrista Yashar! ed emerso come il principale antagonista politico del premier. Il profilo istituzionale di Eisenkot risulta di estremo interesse analitico per gli osservatori europei: ex generale di carriera e capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) dal 2015 al 2019, Eisenkot è entrato nel Gabinetto di Guerra d’emergenza formato all’indomani dell’attacco del 7 ottobre 2023, per poi rassegnare le proprie dimissioni nel giugno 2024 a causa di profonde ed insanabili divergenze di visione strategica con Netanyahu.
Pur condividendo con la destra la necessità inderogabile del disarmo di Hamas, del contenimento delle ambizioni nucleari dell’Iran e del presidio rigido delle frontiere, Eisenkot respinge la formula classica dei “due Stati”, giudicandola al momento un’ipotesi irrealizzabile e ad alto rischio per la sicurezza nazionale. La sua proposta d’opposizione teorizza invece una politica di “separazione strategica” dalla popolazione palestinese, incentrata sul mantenimento sotto sovranità israeliana dei principali blocchi di insediamenti e della Valle del Giordano. A ciò affianca una significativa agenda di riforme interne, fondata sull’azzeramento delle storiche esenzioni dal servizio di leva per gli studenti ultraortodossi (Haredim) in favore di un obbligo di servizio militare o civile universale, e il ripristino delle relazioni diplomatiche multilaterali con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e i Paesi arabi moderati firmatari degli Accordi di Abramo (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan).
I sondaggi della stampa israeliana
Per comprendere la reale fluidità del quadro elettorale alla vigilia del voto, è necessario analizzare comparativamente le rilevazioni condotte dalle principali testate giornalistiche ed emittenti televisive israeliane, ciascuna caratterizzata da una diversa sensibilità editoriale e metodologica:
The Times of Israel, riconosciuta per una linea editoriale analitica e moderata di centro, la testata registra un perfetto stallo parlamentare. Nel suo sondaggio, il blocco di centro-destra a sostegno di Netanyahu e il fronte d’opposizione sionista si attestate entrambi a 53 seggi. Entrambe le coalizioni risultano ben lontane dalla quota di 61 deputati necessaria per formare un governo autonomo, lasciando ai partiti arabi (stimati a 14 seggi complessivi) il ruolo di ago della bilancia costituzionale.
Storico quotidiano d’orientamento centrista ma marcatamente critico verso la gestione di Netanyahu e recettivo verso le posizioni della sinistra istituzionale, Maariv (attraverso l’istituto Lazar Research) attribuisce un forte ridimensionamento alla maggioranza uscente. Secondo Maariv, la coalizione di governo crolla a soli 45 seggi (con il Likud fermo a 18 seggi), mentre il blocco d’opposizione sale a 59 seggi trascinato dai 22 seggi di Yashar! (Eisenkot) e dai 13 di B’Yachad (Bennett-Lapid). A questo si aggiunge la preferenza diretta per la carica di primo ministro, dove Eisenkot stacca Netanyahu con il 48% delle preferenze contro il 40% del premier uscente.
L’emittente televisiva, Channel 14, espressione dell’elettorato conservatore e della destra nazionale, delinea uno scenario radicalmente opposto. Secondo il suo istituto demoscopico (NEXT Data), il Likud registra un forte recupero attestandosi a 32 seggi, proiettando l’intera coalizione di centro-destra a quota 63 seggi. In questa simulazione, Netanyahu otterrebbe la maggioranza assoluta alla Knesset senza dover ricorrere a compromessi istituzionali o ad accordi con le minoranze.
La marcata difformità tra i dati pubblicati dalle varie testate dimostra quanto la competizione rimanga aperta e condizionata da un’elevata quota di elettori indecisi. In un sistema proporzionale puro con sbarramento al 3,25%, le oscillazioni dei micro-partiti vicino alla soglia critica decideranno se Israele si avvierà verso la riconferma del blocco di destra guidato da Netanyahu o verso una svolta d’opposizione a guida Eisenkot.
Gli effetti di queste elezioni per l’Italia
L’esito delle consultazioni a Tel Aviv riveste un’importanza fondamentale per l’Italia. La recente decisione di Roma di sospendere il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione nella difesa con Israele, pur gestendo la complessità dei rapporti con l’amministrazione statunitense, ha dimostrato la volontà dell’Italia di agire in autonomia a tutela della stabilità regionale e dei propri interessi strategici. L’impatto del voto israeliano sulla politica estera italiana si articola nei due principali scenari scaturiti dalle urne:
Scenario A: Netanyahu si riconferma
Nello scenario ipotetico in cui la tornata elettorale si concluda con una risicata affermazione del blocco di governo uscente, consentendo al primo ministro Benjamin Netanyahu e alle forze di centro-destra di raggiungere, la soglia dei 61 seggi alla Knesset, l’assetto politico israeliano potrebbe proseguire nel solco della continuità strategica e della linea della fermezza.
L’azione del nuovo governo potrebbe risentire dalle istanze programmatiche delle componenti della destra nazionalista e religiosa radicale (I Sionisti Religiosi di Bezalel Smotrich e Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir) e dei partiti ultraortodossi. Sotto la spinta di tali alleati, le prime iniziative dell’esecutivo potrebbero indirizzarsi verso il ripristino e il consolidamento degli insediamenti civili della comunità ebraica all’interno della Striscia di Gaza, oltre al costante ampliamento delle presenze in Cisgiordania.
Una simile traiettoria politica potrebbe segnare una ulteriore freddezza con le diplomazie occidentali, tra cui anche il Governo italiano. La linea strategica di Roma rimane infatti ancorata al principio della “soluzione a due Stati”, una prospettiva da cui entrambi le parti, specialmente il centro-destra israeliano, hanno formalmente e apertamente preso le distanze, ritenendola ormai superata e incompatibile con la propria architettura di sicurezza nazionale. L’effetto diretto di questo esito politico potrebbe essere la prosecuzione a oltranza delle operazioni militari, accompagnata dal rischio di un’escalation sul fronte settentrionale libanese.
Per l’Italia, l’eventuale verificarsi delle dinamiche descritte nello Scenario A comporterebbe implicazioni articolate per la presenza nel Mediterraneo allargato e per gli assetti della propria politica estera. Infatti il Libano rappresenta il fulcro operativo e strategico per la sicurezza dell’Italia nell’area mediorientale. Un inasprimento delle ostilità lungo la Blue Line esporrebbe a rischi diretti gli oltre 1.200 militari italiani impiegati nelle missioni internazionali, con particolare riferimento al contingente di peacekeeping dell’UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). L’inasprimento del conflitto limiterebbe la capacità operativa delle truppe e vanificherebbe il ruolo di mediazione e de-escalation storicamente svolto dalle Forze Armate Italiane. Inoltre, il Libano costituisce uno snodo fondamentale per l’equilibrio demografico e di sicurezza dell’intero bacino mediterraneo, ospitando circa 1,5 milioni di profughi siriani. Per il governo Meloni, la stabilità economica e politica di Beirut figura tra le priorità assolute di sicurezza nazionale. Un’eventuale accentuazione della crisi libanese potrebbe teoricamente influire sulle dinamiche migratorie verso l’Europa meridionale, incidendo sugli sforzi di stabilizzazione delle rotte marittime.
In conclusione, se da un lato la riconferma di Netanyahu potenziale convergenza su determinati dossier di cooperazione industriale, tecnologica e di contrasto alle minacce asimmetriche, dall’altro tenderebbe a porre elementi di attenta valutazione per la diplomazia italiana in merito alla gestione dei contingenti di peacekeeping, alla stabilizzazione del bacino levanti e alla tenuta delle rotte commerciali.
Scenario B: La vittoria dell’opposizione e la svolta a guida Eisenkot
Nello scenario alternativo in cui le urne del 27 ottobre 2026 registrino l’affermazione del blocco d’opposizione, consentendo all’ex generale Gadi Eisenkot e al suo partito Yashar! di guidare la nascita di una nuova maggioranza (con l’accordo e il sostegno tattico delle rappresentanze arabe), Israele si potrebbe avviare in un’articolata fase di riallineamento istituzionale e diplomatico.
Le prime iniziative di un esecutivo a guida Eisenkot o di coalizione pragmatica tenderebbero a indirizzarsi verso il ripristino dei canali di dialogo multilaterale e la stabilizzazione del quadro politico interno. Per la diplomazia italiana, l’avvento di una diversa maggioranza a Tel Aviv potrebbe prefigurare un contesto di potenziale de-escalation geostrategica ed economica nel Mediterraneo allargato.
L’adozione di un approccio maggiormente diplomatico da parte di Eisenkot potrebbe ipoteticamente ridurre la probabilità di un ampliamento del conflitto lungo il confine nord. Per la politica di difesa italiana si tratterebbe di un risultato fondamentale: la pressione militare sulle aree di confine verrebbe allentata, offrendo maggiore sicurezza operativa degli oltre 1.200 militari italiani impiegati nella missione UNIFIL e preservando lo spazio per la funzione di de-escalation storicamente svolta da Roma. Evitando il collasso istituzionale ed economico di Beirut, l’Italia tutelerebbe un quadrante cruciale per il contenimento dell’emigrazione. La stabilizzazione del quadro libanese scongiurerebbe il rischio che circa 1,5 milioni di profughi siriani attualmente presenti nel Paese si riversino verso le coste europee, rispondendo direttamente a una priorità strategica del governo Meloni. Una de-escalation sostenuta disinnescherebbe le ritorsioni delle milizie filo-iraniane (a partire dagli Houthi nel Mar Rosso), agevolando il ripristino della sicurezza per la navigazione commerciale verso i porti dell’Italia meridionale e adriatica, oltre a ridurre i fattori di rischio per la cooperazione energetica nel bacino levantino del Mediterraneo orientale.
D’altro canto, la vittoria di Eisenkot potrebbe evidenziare una maggiore distanza ideologica con il governo italiano e introdurre incertezze legate alla tenuta di una coalizione eterogenea. In sintesi, lo Scenario B offrirebbe alla Realpolitik italiana buoni margini di stabilizzazione per contingenti, rotte e flussi energetici, da bilanciare tuttavia con la frammentazione politica del nuovo esecutivo israeliano.
[foto: ambasciata USA in Israele, pubblico dominio]