I numeri mentono?
In un celebre processo in California, un famoso avvocato, grande nemico del big business e paladino dei diritti dei cittadini «oppressi dalle grandi corporation», iniziò la sua arringa davanti alla giuria con le parole: «Questa corporation mente, mente su tutto, e lo fa truccando i numeri, lo fa usando le medie; le medie mentono!».
Effettivamente, con i numeri bisogna stare attenti. Quando si ha un insieme di numeri abbastanza vicini (per esempio, l’insieme di 10, 11, 12, 13, 14, 15, e 16), la media di 13 è rappresentativa dell’intero insieme; ma quando si hanno valori molto variabili (per esempio, l’insieme di 20, 21, 22, 23, 24, 25, e 500), magari si preferisce usare la mediana di 23, trattando quindi il valore di 500 come un outlier accidentale e non rappresentativo.
Naturalmente, esistono metodi statistici, anche relativamente semplici, che ci consentono di analizzare l’intera distribuzione di un insieme di dati numerici. Per esempio, in questo articolo avevamo analizzato la mobilità economica intergenerazionale negli Stati Uniti dividendo i dati in quintili, e cioè cinque gruppi pari al 20% del totale. Insomma, i numeri non mentono, ma bisogna stare attenti a chi ne manipola il significato.
Frenesie elettorali
L’Occidente è in piena frenesia elettorale, in particolare per le elezioni di ottobre in Israele, di novembre in Spagna e Stati Uniti, e pure quelle in Brasile a ottobre – il Brasile non fa parte dell’Occidente, ma le ripercussioni di una possibile nuova affermazione della Destra nell’America Latina possono essere senz’altro significative, dopo le recenti vittorie in Colombia, Cile, Argentina, Bolivia, Costa Rica, Ecuador, Honduras e Paraguay.
Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
La stragrande maggioranza della popolazione occidentale conduce la propria vita senza chiedersi, come fece Paul Gauguin, «Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?». I numeri possono aiutarci a capire. I numeri ci mostrano che viviamo in un periodo unico, entusiasmante, dinamico, forse irrepetibile. Cominciamo con il Prodotto Interno Lordo (PIL) per capita a livello mondiale, mostrato di seguito e calcolato da John F. Cogan e Kevin Warsh. Gli autori hanno usato le stime della popolazione mondiale, presentate qui, e le stime del PIL mondiale, presentate qui, per ottenere il PIL per capita negli ultimi 2000 anni.
Questi numeri ci dicono che l’umanità, con poche eccezioni, è rimasta in condizioni di povertà fino al ‘700, quando l’Europa iniziò la rivoluzione industriale e trasformò il mondo. Siamo ora in mezzo a una crescita economica esponenziale, con una distribuzione della ricchezza su un’ampia fascia della classe media – un momento magico che dovrebbe continuare a lungo, forse indefinitamente.
Forse a metà secolo, grazie all’enorme produttività generata dall’Intelligenza Artificiale, potremo permetterci di introdurre un salario minimo mondiale e ridurre ulteriormente le ore di lavoro. Forse, a fine secolo, avremo una comunità numerosa che vive in modo autonomo su Marte.
Dal Settecento in poi
Cos’è successo dal ‘700 in poi? Tra le tante, ci sono due interpretazioni principali. La prima è quella che ci dice che la cultura occidentale, basata sulla morale giudaico-cristiana e, in particolare, sull’etica protestante e pragmatica del lavoro e del successo, ha creato le condizioni ottimali per l’innesto di una serie di rivoluzioni industriali, dalle macchine a vapore alla superintelligenza artificiale (ASI). La seconda interpretazione è quella che vede nel ‘700 illuminista il fiorire delle culture laiche ed agnostiche in Europa, la parziale rimozione delle superstizioni mistiche e delle virtù francescane del pauperismo, e la liberazione del pensiero umano, che comincia a concentrarsi sulla vita presente e a dare ampio spazio alle scienze, invece di preoccuparsi dell’aldilà.
Comunque sia, siamo in un momento di crescita esponenziale. L’Africa è ancora indietro, ma un discreto benessere è destinato ad arrivare anche lì. Cina ed India sono i due paesi che tirano la volata, con crescite enormi e un’impennata iniziata negli anni ’70, come si vede qui sotto.
E l’Europa? E l’Italia?
L’Europa tentenna. Se prima della recessione del 2008 l’Europa aveva un PIL superiore a quello degli USA, oggi, anche a causa del Brexit e della crisi pandemica gestita in modo pessimo, l’Europa ha solo il 71% del PIL americano, come illustrato sotto in un grafico di Data Worldbank.

La conseguenza è che oggi il PIL pro capite statunitense è di circa 93.000 dollari, quasi il doppio della media UE, pari a circa 50.000 dollari. Ma il numero più importante, di cui, guarda caso, si tende a parlare poco, è il reddito disponibile, quello aggiustato per le imposte, i trasferimenti sociali e il potere d’acquisto reale. Un sommario del reddito disponibile in alcuni paesi è presentato qui sotto. L’Italia non ne esce bene!
Insomma, l’Italia sembra sopravvivere economicamente solo grazie alla disponibilità di milioni di persone a lavorare per stipendi molto bassi, tanto qualcosa si racimola sempre con qualche aiuto dalle famiglie, qualche piccola eredità, e qualche lavoro sottobanco. Non è una situazione molto piacevole, ma c’è chi sta peggio.
Va inoltre notato che i lavoratori statunitensi lavorano in media molte più ore all’anno (circa 1.757 ore) rispetto ai colleghi europei (ad esempio, circa 1.353 ore in Germania).
Parliamo di Trump, il controrivoluzionario
È giunto il momento di parlare del presidente USA Donald Trump. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti ci sono state tre controrivoluzioni: quelle di Eisenhower, Reagan e Trump.
La prima (1953-61) fu quella del presidente repubblicano Dwight D. Eisenhower, che terminò la lunga serie di vittorie democratiche iniziate con la vittoria di Franklin D. Roosevelt nel 1932 che implementò il New Deal, una serie di legislazioni quasi-socialiste che portarono le tasse federali a livelli massimi del 79% nel 1935 ed al 94% nel 1944 , per non parlare poi del furto fatto nel 1933 quando venne ordinato all’intera popolazione degli Stati Uniti – persone, associazioni, ditte – di consegnare allo Stato tutto l’oro in loro possesso – monete, lingotti, e certificati aurei.
Eisenhower si mosse con molta cautela, privilegiando la produzione economica più che i tagli fiscali. Le tasse rimasero molto elevate (90%) per le fasce di stipendio più alte, ma furono create le condizioni ottimali per il libero mercato, favorendo una prosperità diffusa, un’alta produzione economica e una bassa inflazione.
La seconda contro-rivoluzione, dopo i disastri del presidente Carter, fu quella del presidente Ronald Reagan, che nel periodo 1983-88 seppe creare prosperità economica, rinnovare l’ottimismo della popolazione, sempre presente nel DNA americano, e vincere la Guerra Fredda. Reagan subì molte critiche, politiche e personali, da parte di nemici ed alleati europei, ma seppe usare bene il bastone e la carota. Il bastone, per contrastare gli avventurismi rivoluzionari comunisti in America Latina e finanziare l’Iniziativa per la Difesa Strategica (SDI) – soprannominata “Guerre Stellari” da critici e media – che era un sistema di difesa missilistica spaziale e terrestre. La carota, per incentivare le collaborazioni commerciali e fornire aiuti ad alleati e potenziali avversari. Alla fine, quasi tutti riconobbero i suoi successi.
La terza contro-rivoluzione – quella di Donald Trump, la più efficiente e la più controversa – è ancora in corso e forse dovrà rallentare se i democratici avranno successo alle prossime elezioni di metà mandato a novembre, come di solito accade in queste tornate elettorali. In Europa, la seconda elezione di Trump nel novembre 2024 aveva suscitato molte delusioni e qualche eccitazione, anche se oggi i pochi entusiasmi iniziali sembrano essersi raffreddati.
Quali sono i numeri di Trump?
L’inflazione, di cui si parla tanto in campagna elettorale a causa dell’aumento del prezzo della benzina e del gasolio, è a livelli quasi normali, la metà di quella ai tempi di Biden, come mostrato sotto:
La disoccupazione, che aveva toccato alti valori durante gli isterismi pandemici del COVID, rimane molto bassa:
La borsa USA è ai massimi storici – un fatto molto importante in un paese in cui una vasta parte della popolazione ha pensioni private investite in titoli azionari. In sintesi, i numeri più importanti sono a favore di Trump. Vedremo presto, a novembre, se gli elettori sapranno interpretarli correttamente.
Uno scenario pessimista per l’Europa
C’è un grosso pericolo per l’Europa, in un mondo in cui
- Cina ed India sono più produttive che mai;
- l’America Latina si scrolla di dosso il peso di decenni di marxismo più o meno violento e sceglie il libero mercato;
- l’Africa comincia a trarre benefici dai suoi bassi costi di produzione;
- gli Stati Uniti smettono, anche dopo Trump, di favorire le importazioni senza adeguate reciprocità e fare investimenti gratuiti di difesa ad alleati poco riconoscenti.
Non occorre essere un simpatizzante MAGA per riconoscere comportamenti preoccupanti da parte di alleati poco cooperativi o di gerarchie ecclesiastiche e giudiziarie compromesse con il terrorismo.
L’Europa sembra aver imboccato una strada pericolosa, con il disprezzo per le proprie radici, la de-industrializzazione causata dalle follie climatiche e l’immigrazione di massa. Essa corre il rischio di riconoscere le conseguenze di questi errori solo quando sarà impossibile rimediar loro.



