Le ultime elezioni locali tedesche del 2026, quelle in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e nel Land della città stato di Berlino sono state seguite, dopo la clamorosa vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt, con particolare attenzione in tutta Europa. Il grande partito populista di destra, ormai egemone a livello federale secondo tutte le agenzie di sondaggi, era chiamato ad imporsi come primo partito nel grande Land sul mar Baltico, dove il primo posto era conteso da un’agguerrita SPD, e a consolidare la sua presenza a Berlino, città non certo annoverabile tra i bastioni della destra tedesca. Entrambi gli obbiettivi sono stati centrati: nonostante i sondaggi dessero la SPD in rimonta, avanti di un paio di punti sull’AfD, quest’ultima si è infine imposta come primo partito nel Landtag di Schwerin con il 38,2% dei voti, lasciando indietro i socialdemocratici della governatrice uscente Manuela Schwesig al 35,5%. Nella capitale federale, da sempre roccaforte del progressismo teutonico, AfD si è consolidata andando vicina al raddoppio, passando dal 9,1% del 2023 al 16,3% e imponendosi soprattutto nei popolosi quartieri periferici di Marzahn-Hellersdorf, Treptow-Köpenick e in alcune circoscrizioni dei quartieri di Lichtenberg, Pankow e Reinickendorf, tutte zone della città abitate principalmente da tedeschi a basso reddito e immigrati dell’Europa orientale.
CDU e Germania dell’Est, un amore ormai alla fine
Concentrati in particolare sui successi dell’AfD, i media più in vista hanno evitato di soffermarsi troppo sul dato realmente inatteso di quest’ultima tornata elettorale, ovvero l’entità della clamorosa sconfitta della CDU, buttata fuori dal parlamento meclemburghese (fermandosi al 4,9%, sotto la soglia di sbarramento) e vedendosi tagliare robustamente i consensi a Berlino con un calo di oltre dieci punti (dal 28,8%, che permise alla CDU di imporre il governatore-sindaco Kai Wegner, al 18,2%). Agli osservatori più esperti in materia di politica tedesca non è sfuggito il dato storico di un partito, quello della CDU, che esce per la prima volta da un Land della ex Germania Orientale socialista. Questi territori, un tempo feudo esclusivo e serbatoio di voti per la CDU, sono ormai da anni egemonizzati dall’AfD, ma un bacino di fedelissimi pronto a supportare il Volkspartei che aveva guidato la transizione alla democrazia e all’unione con la vecchia Germania di Bonn non era mai mancato, almeno fino ad oggi.
Alle prime ed uniche elezioni democratiche in Germania Est, tenutesi nel 1990, la CDU si era imposta, in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, in 35 collegi su 39, in Brandeburgo in 22 su 44 e aveva vinto tutti i collegi in palio in Turingia, Sassonia e Sassonia-Anhalt. La CDU era inoltre risultata per ben due volte primo partito nel Land alle elezioni locali del 1990 e del 1994, venendo poi scalzata dalla SPD ma rimanendo comunque stabilmente secondo partito fino alla nascita di AfD, che in questa regione è comparsa nel 2016 classificandosi immediatamente come secondo partito. Come già accennato, CDU ed ex Germania Est sono due realtà intrecciate a doppio filo: l’annessione della DDR alla Repubblica Federale Tedesca (Germania Ovest) fu infatti un processo a guida esclusivamente CDU, sia dal lato di Bonn, tramite la cancelleria cristiano-democratica di Helmut Kohl, sia da quello di Berlino Est, tramite la presidenza del consiglio dell’altrettanto cristiano-democratico Lothar de Maizière. Profondamente radicata nell’est fu anche Angela Merkel, g seppur nata ad Amburgo, cresciuta nelle campagne brandeburghesi e vero e proprio simbolo della CDU nel primo ventennio del nuovo secolo, forte di ben 16 anni ininterrotti alla Cancelleria.
Bastione del conservatorismo protestante fin dai tempi del Secondo Impero, la Germania Orientale si è dunque trovata, come primo interlocutore politico, proprio la CDU, la quale però, più che raccogliere l’eredità degli storici partiti conservatori prebellici quali il Partito Conservatore Tedesco (DKP) e quello Liberalconservatore (FP), si riallacciava al centrista e filocattolico Zentrum, di cui aveva raccolto l’eredità. Questa sfasatura non aveva tardato a manifestarsi, portando, nel corso degli anni, ad un’esplosione dell’astensione a est, a causa dell’assenza di un polo di destra alternativo a sinistra (SPD, Verdi e Linke) e centro (CDU e FDP). Nonostante questo processo, la CDU ha comunque cercato di tamponare le falle esprimendo, nell’est del Paese, quadri e dirigenti nettamente più a destra di quelli dell’Ovest. Pur senza riuscire davvero ad avere ragione del fenomeno dell’astensione, la strategia della “CDU a due velocità” sembrava riuscire pagare, garantendo comunque una buona competitività con la SPD e il governo di alcuni Länder orientali. Questo funzionale ma fragile equilibrio, che si reggeva sull’astensione di un silenzioso ma numeroso elettorato di destra, sarà sconvolto, in meno di vent’anni, da due eventi capitali nella politica tedesca post-unitaria: la discesa in campo di Angela Merkel nel 2005 e la nascita di Alternative für Deutschland nel 2013.
L’arrivo di Angela Merkel
L’affermazione di Mutti nell’ormai lontano 2005 si aprì con l’inusuale novità della Große Koalition tra Die Union (il consolidato tandem tra CDU e autonomisti bavaresi della CSU) e la SPD del cancelliere uscente Gerhard Schröder, un governo per certi versi paradigmatico dove sedevano diversi futuri protagonisti della politica tedesca ed europea quali il futuro cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz (ministro del Lavoro), l’attuale presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier (ministro degli Esteri), l’attuale presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen (ministro della Famiglia) ed il futuro alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina Hans-Christian Schmidt (sottosegretario alla Difesa). Ad esclusione della breve esperienza del governo Kiesinger (dicembre 1966 – ottobre 1969), peraltro costellata di forti contestazioni, scontri di piazza e leggi d’emergenza, la Germania non aveva mai conosciuto altre esperienze di grandi coalizioni tra cristiano-democratici e socialdemocratici. Orientata quasi esclusivamente alla stabilizzazione dell’economia e all’aumento delle esportazioni, la prassi politica di Angela Merkel vide come obbiettivo prioritario la stabilità politica garantita da ampie maggioranze, obbiettivo per il quale fu quasi sempre necessario l’apparentamento con i socialdemocratici, che andò in porto in tre governi su quattro (Merkel I, Merkel III e Merkel IV). In tale scenario, sia la SPD sia Die Union si trovarono a dover stemperare le loro battaglie più identitarie operando una sostanziale convergenza al centro; se da un lato la CDU accettava una linea sempre meno conservatrice e sempre più aperta all’accoglienza degli immigrati e all’agenda green, la SPD fu via via costretta ad accettare riforme di matrice sempre più liberista, in particolare per quanto riguardava il mercato del lavoro.
Le grandi coalizioni e lo spartiacque del 2015
Il consolidamento della Große Koalition come alleanza di governo “predefinita” riuscì effettivamente a rendere la Germania uno degli stati politicamente più stabili dell’Unione Europea, contribuendo non poco alla sua affermazione economica nel primo ventennio del nuovo secolo, ma alimentò gradualmente un sempre più forte alone di consociativismo tra le due sigle maggiori del Bundestag, che spesso governavano (e governano) insieme anche in vari Länder della Repubblica Federale. L’insoddisfazione montò soprattutto nel campo della CDU, dove un elettorato tendenzialmente conservatore e di destra, che a stento accettava, turandosi il naso, di supportare una sigla di centro, si trovò ad assistere ad una poderosa svolta a sinistra del proprio partito di riferimento, attuata soprattutto negli ultimi due governi Merkel. Fu in particolare il governo Merkel III (dicembre 2013 – marzo 2018), che nel 2015 vide l’esplosione del problema migratorio della rotta balcanica, a far deflagrare la palese insoddisfazione dell’elettorato conservatore. Come noto, la politica delle porte aperte e dell’accoglienza senza limiti patrocinata a reti unificate dalla cancelliera portò in Germania, via Grecia e Balcani, oltre un milioni di cittadini siriani, quasi tutti giovani maschi in fuga dalla leva militare del governo di Bashar al-Assad e un gran numero di altri immigrati regolari musulmani (principalmente curdi, pakistani, bengalesi e somali). La decisione, oltre a porre sotto immediato stress gran parte delle città tedesche, improvvisamente inondate da folle di bisognosi che nessuno aveva idea di come gestire, pose sotto forte pressione anche gli stati dell’Europa centrale e dei Balcani (in particolare Austria, Ungheria, Slovenia e Croazia), tradizionalmente alleati di Berlino, che però, in quanto aree di transito si videro letteralmente travolti, con un effetto catastrofico per il prestigio tedesco in queste aree di sua storica influenza. Il famoso slogan coniato da Angela Merkel per rispondere alle critiche, “Wir schaffen das!” (ce la faremo) divenne così uno dei più grandi boomerang della storia politica della Germania postbellica, ossessivamente ripetuto da critici, umoristi e memer tanto tedeschi quanto americani e di altri Stati europei.
In Germania, nel frattempo, fioriva una costellazione di nuovi movimenti e associazioni cittadine spontanee come il gruppo ultras HoGeSa (Hooligans contro i salafiti) attivo soprattutto nel bacino della Ruhr, la celebre PEGIDA di Dresda e gli identitari di Identitäre Bewegung capitanati dall’attivista viennese Martin Sellner. I tempi erano maturi affinché l’insoddisfazione di una parte ormai vasta della società tedesca trovasse riscontro anche in ambito elettorale, e fu allora che, quasi per caso, tale sentimento si riversò su Alternative für Deutschland, all’epoca sigla liberalconservatrice guidata dall’imprenditore moderato Bernd Lucke, che l’aveva fondata due anni prima ispirandosi all’UKIP britannico di Nigel Farage.
Merkel vs Destra
Non è questa la sede per dedicarsi alla storia dell’AfD, peraltro già approfondita in queste pagine, basti però ricordare che da allora la trasfusione di consensi dalla CDU all’AfD è stata pressoché inarrestabile, a cominciare proprio dalla parte orientale del Paese, e consolidatasi poi anche a Ovest mano a mano che la nuova sigla populista ha virato sempre più a destra, in particolare a seguito del congresso spartiacque di Riesa tenutosi nel 2022, nel quale la corrente identitaria Der Flügel guidata dal segretario del partito in Turingia Björn Höcke ha egemonizzato il partito a scapito della corrente liberale. Invitata da più parti, ma soprattutto dall’imprenditore e milionario Friedrich Merz, a riportare a destra il proprio partito, Angela Merkel ha però tirato diritto nella sua coabitazione con la SPD fino al 2021, quando poco prima della scadenza del suo mandato e in piena tempesta Covid decise di ritirarsi dalla politica, non prima di aver imposto un suo uomo, il governatore del Nordreno-Westfalia Armin Laschet, alla guida del partito, strappata per un pugno di voti proprio al nemico di sempre Friedrich Merz. Le successive elezioni dell’autunno 2021 si rivelarono tuttavia un disastro per i merkeliani: Laschet, candidato cancelliere ed erede designato della Merkel si fermerà al 24,1%, perdendo quasi nove punti percentuali e concedendo la vittoria al socialdemocratico Olaf Scholz, già membro dei governi Merkel I, III e IV, mentre l’AfD totalizzò il 10,1% imponendosi in due Länder importanti quali Turingia e Sassonia. Il campanello d’allarme, ormai assordante, sembrò venire finalmente ascoltato dalla CDU: Laschet, uomo di fiducia della cancelliera uscente, fu costretto alle dimissioni lasciando finalmente spazio a Friedrich Merz, mentre Die Union rifiutò l’accasamento con le sinistre, costringendo SPD e Verdi a governare assieme ai liberali della FDP (sigla che da questa esperienza di governo uscirà disintegrata).
La tardiva svolta a destra
Pressato a destra da AfD e nemico giurato dei merkeliani, che cominciarono a osteggiarlo dall’interno tramite un tenace ostruzionismo, Merz riuscì in un primo tempo a imporre una svolta a destra al partito, ottenendo qualche risultato di rilievo. L’emorragia di consensi verso destra sembrò temporaneamente arrestarsi, e Die Union tornò saldamente in testa ai sondaggi. Se i numeri sembravano dare ragione a Merz, lo studio approfondito dei flussi del consenso mostravano una realtà differente: l’AfD continuò ad aumentare i propri consensi pescando dall’ampio bacino di astensionisti ad est, e non perse alcun voto verso la CDU, mentre la crescita di consensi di quest’ultima si verificò principalmente ai danni dei liberali della FDP, completamente svuotati dall’esperienza di governo in coabitazione con le sinistre. Merz riuscì a vincere, come noto, le successive elezioni federali del 2025, riuscendo ad aumentare i propri consensi, ma non riuscì a centrare la soglia del 30%, mentre l’AfD raddoppiò passando dal 10,1% al 20,5%. Dopo una campagna elettorale passata a rincorrere AfD promettendo giri di vite sulla sicurezza e la blindatura delle frontiere, la chiusura delle urne del febbraio 2025 dimostrò infine quanto credibile fosse la promessa svolta a destra del cancelliere in pectore Merz, il quale in un’affollata conferenza stampa a Berlino annunciò che nessuna frontiera sarebbe stata chiusa e che la CDU sarebbe andata al governo assieme alla SPD, inaugurando così una nuova grande coalizione, che non solo lasciò aperte le frontiere ma che lasciò sostanzialmente inalterate le norme green, precedentemente contestate da Merz, approvate dal precedente governo progressista. Il governo Merz apparve in difficoltà ancora prima di insediarsi, vedendosi minacciosamente negare la fiducia dal Bundestag al primo scrutinio a causa di decine di franchi tiratori merkeliani, che la concessero poi al secondo scrutinio ma offrendo fin da subito un’immagine di precarietà e debolezza dell’esecutivo entrante. Da sempre contraria alle sanzioni contro la Russia, l’AfD ebbe così gioco facile nell’accusare la CDU di volere la distruzione dell’industria tedesca e della classe media che ne rappresentava il principale pilastro elettorale. L’attacco andò pienamente a segno, sia per l’indisponibilità di Merz a discutere con AfD sia perché esso era diretto esplicitamente a imprenditoria industriale e classe media, ovvero lo storico bacino di consensi della CDU, che da quel momento cominciò a perdere non soltanto elettori di destra ma anche moderati e di centro i quali, pur non condividendo sempre gli accesi torni identitari dell’AfD, ne supportavano però le battaglie in ambito economico e in politica estera.
Mancanza di spazio politico e rischio di scissione
È da questo momento che per la CDU il tempo sembra essere scaduto. Nonostante la grande sigla di centro erede del Zentrum detenga ancora un certo numero di consensi (il 18,5% secondo l’ultima rilevazione INSA) lo spazio politico a sua disposizione sembra essersi esaurito. Il voto al centro, a nord delle Alpi, si configura sempre più come residuale e demograficamente connotato (la CDU è nettamente il partito con l’elettorato più anziano) mentre i tradizionali bacini di consenso del partito (imprenditoria, classe media, abitanti dei medi e piccoli centri) sembrano ormai in esodo inesorabile verso destra anche a ovest dell’Elba. Friedrich Merz, patrocinatore di una svolta a destra rivelatasi poco più che ornamentale, si qualifica, secondo tutti i sondaggi, come cancelliere più impopolare della Germania postbellica e i primi segni di defezione si cominciano a notare tra gli stessi eletti centristi: solo di pochi giorni fa è la notizia di 4 franchi tiratori (su 15 eletti) in Sassonia-Anhalt, che hanno consentito a Tobias Rausch (AfD) di venire eletto alla carica di presidente del Landtag locale, nella costernazione della dirigenza federale del partito a Berlino.
Proprio la problematica situazione nei Länder dell’est potrebbe fare da detonatore per la deflagrazione finale in quanto, come già accennato, molti quadri della CDU orientale, storicamente più a destra, non accetterebbero una coabitazione con partiti di sinistra come SPD, Verdi o addirittura Linke in esclusivo nome del Brandmauer antifascista; e questo non solo perché, ad Est, l’elettorato della CDU si configura come molto più simile a quello di AfD che non a quello socialdemocratico o post-comunista, ma anche in virtù del fatto che molti degli stessi eletti di AfD sono in realtà ex tesserati centristi. Se per evitare il collasso una parte della CDU dovesse effettivamente decidere di pensionare il Brandmauer e aprire ad una stagione di governi di coalizione con AfD, la scissione sarebbe un esito quasi obbligato, con un nuovo partito di destra conservatrice (probabilmente affiliato a PfE o ECR) che andrebbe a separarsi dal centro, e la CDU declassata al ruolo di piccolo partito liberal-progressista.
A quel punto, anche la storica alleanza con gli autonomisti bavaresi della CSU (che a livello federale vale 5-6 punti percentuali), sigla cattolica conservatrice a favore della chiusura delle frontiere, potrebbe entrare in discussione, lasciando gli eredi del Zentrum attorno al 10%, esito forse naturale per una sigla, la Christlich-Demokratische Union (Unione Cristiano-Democratica, CDU) che, a torto o a ragione, appare ai suoi elettori sempre meno democratica e per nulla cristiana. Scenario, quello dell’implosione dell’Union, che aprirebbe certamente le porte ad una fortissima contrapposizione politica, data la situazione analoga in cui versa una SPD ormai progressivamente cannibalizzata dalla Linke, che a questo punto diventerebbe l’avversario principale di AfD e dei suoi alleati conservatori. A più di vent’anni dal primo ingresso di Angela Merkel alla cancelleria, se ne possono finalmente osservare le conseguenze di lungo periodo, che saranno ancora pesanti per molti anni, e, se si considera che l’Union è anche la coalizione numericamente più forte nell’Europarlamento, non soltanto per la Germania.
[Immagine creata con l’IA]