Il XXI secolo non è iniziato il 1° gennaio del 2001, ma l’11 settembre dello stesso anno, quando il crollo delle Torri Gemelle a New York ha sepolto, sotto tonnellate di acciaio e polvere, l’illusione di un mondo che sembrava pacificato dalla globalizzazione e governato da regole condivise. Quel giorno non ha visto soltanto il compimento di un attacco terroristico di portata senza precedenti, ma ha registrato l’atto fondativo di una nuova fase storica segnata dal ritorno della paura, dalla militarizzazione della politica internazionale e dal progressivo declino dell’ordine liberale costruito dopo la fine della Guerra Fredda.
A venticinque anni dall’ingresso nel terzo millennio, appare sempre più chiaro che la promessa di un’epoca di stabilità, cooperazione e progresso non si è realizzata.
Al contrario, il mondo sembra aver imboccato una traiettoria regressiva in cui la forza torna a prevalere sul diritto, la sovranità nazionale sul multilateralismo e la competizione geopolitica sulla cooperazione economica.
Le guerre sbagliate dell’Occidente
La risposta degli Stati Uniti e dei loro alleati all’11 settembre è stata immediata e di portata muscolare, in antitesi al Diritto Internazionale, da sempre invocato, ma di fatto sistema elastico spesso piegato agli interessi del soggetto più forte di turno. L’invasione dell’Afghanistan, presentata come necessaria per smantellare Al-Qaeda e rovesciare il regime talebano, si è trasformata in una guerra ventennale conclusasi con un ritiro caotico e umiliante. I talebani, dati per sconfitti nel 2001, sono tornati al potere nel 2021, dimostrando il fallimento politico, strategico e culturale dell’intervento occidentale.
Ancora più grave è stata l’operazione militare in Iraq nel 2003, giustificata dalla presunta presenza di armi di distruzione di massa, mai ritrovate.
La caduta di Saddam Hussein non ha portato stabilità, né democrazia, ma caos, guerra civile, radicalizzazione settaria, nonché la nascita di nuove organizzazioni jihadiste.
L’Occidente ha perso in Iraq non solo una guerra, ma anche gran parte della propria credibilità morale.
Queste guerre, combattute in nome della sicurezza globale, hanno in realtà accelerato il declino dell’autorità occidentale, alimentato l’antiamericanismo e dimostrato i limiti di una politica estera basata sulla superiorità militare priva di una visione di lungo periodo.
Globalizzazione e delocalizzazione: l’Occidente che si svuota
Parallelamente ai conflitti militari, un altro processo ha minato silenziosamente le fondamenta delle società occidentali: la delocalizzazione massiva delle attività industriali verso l’Asia. Le multinazionali occidentali, inseguendo il profitto e il costo del lavoro più basso, hanno trasferito intere filiere produttive in Cina e nel Sud-Est asiatico, contribuendo allo svuotamento industriale dell’Europa e degli Stati Uniti.
Il risultato è stato duplice. Da un lato la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’erosione del ceto medio occidentale, dall’altro la crescita vertiginosa di economie che, nel tempo, si sono trasformate in competitors strategici. L’Occidente ha finanziato, spesso inconsapevolmente, l’ascesa di potenze che oggi ne mettono in discussione il primato.
La pandemia da Covid-19 ha poi rivelato brutalmente la fragilità di questo modello: dipendenze strategiche, catene di approvvigionamento vulnerabili, incapacità di produrre beni essenziali. La globalizzazione, da strumento di integrazione, si è trasformata in un fattore di vulnerabilità.
L’ascesa di Cina e Russia: il ritorno delle potenze revisioniste
In questo contesto si inseriscono l’ascesa della Cina e della Russia, due potenze accomunate dalla volontà di rivedere l’ordine internazionale nato dopo il 1945 e consolidato dopo il 1991.
La Cina ha saputo coniugare crescita economica, controllo politico e ambizione geopolitica. Da “fabbrica del mondo” è diventata un attore globale capace di competere con gli Stati Uniti sul piano tecnologico, militare e diplomatico.
Taiwan, l’antica Formosa, rappresenta il nodo cruciale di questa strategia: un obiettivo simbolico e strategico che Pechino considera da sempre parte integrante del proprio territorio.
La Russia, dal canto suo, non ha mai accettato la fine del colosso sovietico. Dopo anni di apparente marginalità, Mosca ha ricostruito la propria influenza attraverso l’energia, la forza militare e una politica estera assertiva. La guerra in Ucraina non è un conflitto regionale, ma uno scontro sistemico che segna il ritorno della guerra convenzionale in Europa e la fine dell’illusione di una pace duratura garantita dalle istituzioni internazionali.
L’Unione Europea: gigante normativo, nano politico
In questo scenario l’Unione Europea appare non solo come un gigante normativo, ma anche come un nano politico. Nonostante riunisca 27 Stati (28 prima della Brexit) e rappresenti una delle principali economie mondiali, l’UE fatica a esprimere una politica estera e di difesa coerente.
La complessità burocratica, i veti incrociati e gli interessi nazionali divergenti rendono difficile qualsiasi decisione strategica. L’assenza di un esercito comune, di una vera politica di sicurezza e di una Costituzione federale limitano la capacità dell’Europa di agire come soggetto geopolitico autonomo.
Di fronte alle crisi globali l’UE si muove spesso in ordine sparso, dipendente sino a ora dalla protezione americana e incapace di incidere realmente sugli equilibri mondiali. Il rischio è non solo quello di una sua ipotetica non remota disgregazione, che la porterebbe allo status quo ante, ma anche che possa diventare un terreno di competizione tra potenze esterne, perdendo così il ruolo di attrice capace di influenzare il corso della storia.
Il ritorno di Trump e la crisi dell’ordine occidentale
Il ritorno di Donald Trump sulla scena politica internazionale sembrerebbe rappresentare un ulteriore elemento di instabilità. Trump non è un’anomalia, ma il prodotto di una società americana polarizzata, stanca del multilateralismo e sempre più orientata verso una visione transazionale dei rapporti internazionali.
Le sue dichiarazioni su possibili annessioni della Groenlandia, sul recupero dei pozzi petroliferi in Venezuela, sulle tensioni conclamate con l’Iran, sull’imposizione di dazi pesanti o sulla ridiscussione degli impegni internazionali degli Stati Uniti segnalano un cambio di paradigma: l’America non più garante dell’ordine globale, ma soggetto politico che persegue apertamente la propria sicurezza nazionale, o meglio i propri interessi generali.
In un mondo già frammentato, l’indebolimento del ruolo americano come arbitro accentua il rischio di conflitti e lascia spazio a una competizione senza regole.
Il grande equivoco del Diritto Internazionale
Tutto quanto si è sin qui detto conduce a una considerazione scomoda, ma sempre più evidente: il Diritto Internazionale, così come viene spesso evocato, non è mai realmente esistito. Non esiste infatti un codice giuridico universale e vincolante, né un’autorità in grado di far rispettare le norme in modo imparziale.
La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja non è riconosciuta da tutti gli Stati e le sue sentenze, quando vengono emesse, sono spesso prive di strumenti coercitivi per imporle.
Non esistono vere strutture politico-giudiziarie globali, né luoghi di detenzione dove scontare le pene. Il diritto internazionale è stato applicato, di fatto, solo ai deboli o a chi ha accettato e accetta volontariamente di sottoporvisi.
Nel sistema internazionale la forza continua a essere purtroppo l’ultima istanza.
Le norme funzionano finché coincidono con gli interessi delle grandi potenze, mentre cessano di avere valore quando li contraddicono.
I prossimi trent’anni: il mondo del diritto muscolare
Guardando ai prossimi trent’anni, lo scenario che si profila è quello di un mondo dominato da tre o quattro grandi potenze capaci di esercitare il “diritto muscolare”: Stati Uniti, Cina, Russia e, forse, un qualche attore emergente. Un mondo multipolare, ma non equilibrato, interconnesso, ma non cooperativo.
Il rischio non è solo l’aumento dei conflitti armati, ma anche la normalizzazione della forza come strumento primario di regolazione delle relazioni internazionali. In questo contesto l’Europa si trova di fronte a una scelta storica: continuare a essere un oggetto della politica globale o tentare, finalmente, di diventare un soggetto capace di difendere i propri interessi e valori, ciò al fine di scongiurare la sua dissoluzione, così come paventata.
L’Onu? Da sempre ha dimostrato di avere i piedi d’argilla, come la già ormai lontana parente Società delle Nazioni, in quanto i meccanismi di voto sono condizionati dall’eventuale veto di anche uno solo dei Cinque Grandi che siedono nel Consiglio di Sicurezza, il che la dice lunga circa la carente democraticità esistente in seno a quello che dovrebbe essere il più autorevole organismo rappresentativo dell’ecumene universale.
La Nato? Nello scenario che si va delineando non è da escludersi una duplice frattura occidentale: fra Usa ed Europa e, forse, tra Europei; e così il XXI secolo potrebbe essere ricordato non come l’era della pace globale, ma come l’era in cui il mondo ha smesso di credere nelle regole comuni e ha riscoperto, con inquietante naturalezza, la legge del più forte, quella appunto dell’esercizio del diritto muscolare, con buona pace del diritto internazionale.