Tra due fuochi
La Rivoluzione islamica iraniana del 1979 ha rappresentato uno spartiacque nelle relazioni tra Iran e Israele. I rapporti tra di essi, fino ad allora caratterizzati da una sostanziale cooperazione strategica, si deteriorarono rapidamente con l’instaurazione della Repubblica Islamica, che individuò nello Stato ebraico uno dei principali avversari ideologici e geopolitici. Negli anni successivi il confronto tra le due potenze assunse prevalentemente la forma di una guerra per procura, combattuta attraverso attori non statali e milizie alleate. Il Libano divenne il principale teatro di tale competizione, dove Hezbollah, sostenuto dall’Iran, si contrappose alle milizie cristiane e alle forze appoggiate da Israele nel Libano meridionale. A dispetto della crescente ostilità, per oltre un decennio le due parti mantennero una limitata ma significativa convergenza strategica su alcune minacce comuni, nello specifico l’Iraq di Saddam Hussein, l’Unione Sovietica. Il progressivo indebolimento di Baghdad a seguito della Guerra del Golfo e la dissoluzione dell’URSS nel 1991 eliminarono tuttavia tali interessi convergenti, determinando una progressiva intensificazione della competizione strategica tra Teheran e Tel Aviv. Tale rivalità è culminata nei confronti militari diretti del 2025 e del 2026, che hanno definitivamente trasformato il conflitto da guerra indiretta a confronto aperto. Le conseguenze delle guerre tra Tel Aviv e Teheran si sono duramente abbattute sugli altri paesi facenti parte della regione. Il danneggiamento delle rotte commerciali degli stretti di Hormuz e Bab el Mandeeb, nonché la forte riduzione dei flussi turistici, hanno cagionato significativi danni alle economie locali.
In generale, la politica estera di Israele e dell’Iran si è configurata come un gioco a somma zero, nel quale entrambe le parti hanno perseguito, in differenti modalità, l’obiettivo di imporre la propria egemonia sulla regione, piuttosto che accettare una pacifica all’interno di un ordine regionale. A seguito dell’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas, lo Stato di Israele ha avviato una lunga serie di interventi militari volti a “ridisegnare” la mappa del Medio Oriente in senso maggiormente funzionale alla propria sicurezza. Tale processo è culminato con il bombardamento a danno della leadership di Hamas a Doha, capitale del Qatar. Viceversa, l’Iran ha impiegato strumenti asimmetrici quali attori non statali politicamente allineati, i “proxy”, e sullo sviluppo di un vasto arsenale missilistico al fine di proiettare la propria influenza nella regione e minacciare le principali rotte commerciali e le infrastrutture locali. A tale quadro si è aggiunto il progressivo disimpegno statunitense dalla regione. Washington si è da un lato dimostrata incapace di limitare le operazioni militari israeliane e dall’altro di garantire, durante il recente conflitto nel Golfo persico, la sicurezza dei propri partner di fronte agli attacchi iraniani. Tale scenario ha spinto le principali potenze regionali sunnite nel Grande Medio Oriente, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Pakistan, ad incrementare la cooperazione tra di esse.
L’R4
Il primo passo verso una più profonda cooperazione tra le quattro nazioni è stato mosso il 19 marzo 2026, mediante la convocazione di un incontro tra i rispettivi Ministri degli Esteri nella capitale saudita Riyad. Il vertice ha rappresentato il punto di partenza di un nuovo formato di consultazione regionale, incentrato sulla convinzione condivisa che le principali crisi del Medio Oriente richiedessero un maggiore coordinamento tra gli attori regionali, piuttosto che ad un affidamento a potenze esterne. Durante la riunione i quattro paesi hanno esplorato la possibilità di coordinare le principali minacce alla sicurezza regionale e di sviluppare un dialogo permanente su questioni strategiche di interesse comune. Il secondo meeting tra le parti ha visto il consolidamento del coordinamento diplomatico tra le parti, le quali hanno espresso il proprio sostegno agli sforzi di mediazione portati avanti dal Pakistan in relazione al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il terzo meeting del gruppo, tenutosi il 18 aprile 2026 a margine dell’Antalya Diplomacy Forum ha visto il dialogo assumere una dimensione maggiormente strutturata mediante l’espressione della volontà di trasformarlo in un forum permanente di consultazione. La definitiva istituzionalizzazione dell’iniziativa è avvenuta il 21 giugno 2026, in occasione della quarta riunione tra i rispettivi Ministri degli Esteri al Cairo. I quattro paesi hanno dichiarato il proprio appoggio al Memorandum di Islamabad, volto a concludere il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, auspicando che rappresentasse la base per un’intesa definitiva. Parallelamente, la dichiarazione congiunta ha indicato il supporto alla formazione di uno Stato palestinese entro i confini del 1967, definito come una condizione imprescindibile per il conseguimento di una pace stabile e duratura in Medio Oriente.
La prima azione internazionale che ha visto una convergenza strategica tra i quattro membri della cosiddetta “R4”, si è rivelata essere la comune opposizione al riconoscimento israeliano del Somaliland. La decisione da parte di Tel Aviv di istituire relazioni diplomatiche formali con Hargeisa e la successiva apertura di una sede diplomatica da parte del Somaliland a Gerusalemme sono state indicate dai quattro attori come un fattore di destabilizzazione regionale. La profonda opposizione delle parti alla manovra israeliana si è concretizzata mediante un forte incremento del supporto militare al governo somalo. La Turchia, principale partner strategico di Mogadiscio, ha dispiegato una task force navale nel Golfo di Aden e fornito numerosi sistemi d’arma alle forze armate locali. L’Egitto ha rafforzato la sua posizione militare in loco nell’ambito della locale missione dell’Unione Africana. Con riferimento all’Arabia Saudita, Riyad ha sottoscritto un memorandum d’intesa per la cooperazione militare con il governo somalo e finanziato la realizzazione di un centro di addestramento destinato alla formazione di 5.000 soldati. Infine, il Pakistan ha avviato negoziati per la vendita alla Somalia di caccia multiruolo JF-17 Thunder Block III, il cui acquisto verrà parzialmente coperto dall’Arabia Saudita. L’accordo rappresenta il maggiore acquisto militare nella storia della Somalia e prevede altresì la fornitura di addestratori, simulatori di volo e manutenzione dei velivoli a terra. Parallelamente al sostegno fornito alla Somalia, i membri dell’R4 hanno progressivamente intensificato anche la cooperazione militare reciproca. Turchia e Pakistan hanno preso parte alle esercitazioni saudite Spears of Victory. Contestualmente, Egitto e Pakistan hanno partecipato alle esercitazioni congiunte Thunder 2 e infine tutti e quattro hanno svolto esercitazioni congiunte nell’ambito delle Pakistan Army Team Spirit.
Una “NATO” islamica?
La crescente convergenza tra Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan ha alimentato il dibattito circa l’evoluzione di tale forum in una vera e propria “NATO” islamica. Ciascuno dei membri apporta infatti capacità strategiche complementari. Il Pakistan rappresenta l’unica potenza nucleare del mondo islamico e dispone di una delle forze armate numericamente più consistenti della regione. La Turchia possiede la più avanzata industria della difesa tra i membri del gruppo, particolarmente funzionale nella produzione di sistemi senza pilota. L’Egitto controlla il Canale di Suez, uno dei principali gangli strategici per il commercio mondiale, e dispone di una delle maggiori forze convenzionali del continente africano. L’Arabia Saudita, oltre a esercitare un’importante influenza politica e religiosa quale custode dei luoghi santi dell’Islam, può contare su ingenti risorse finanziarie e su una crescente volontà di sviluppare un’autonoma base industriale nel settore della difesa.
Tuttavia, la formazione di un meccanismo di difesa simile alla NATO rappresenta uno scenario difficilmente realizzabile in virtù di diversi fattori strutturali. Anzitutto, i punti di forza di ciascun membro sono caratterizzati dalla presenza di speculari vulnerabilità strategiche. Le economie di Pakistan ed Egitto presentano un rilevante grado di fragilità e sono fortemente dipendenti da investimenti esteri e dal sostegno di istituzioni finanziarie internazionali. L’Arabia Saudita, a dispetto di una crescente diversificazione, vede ancora una marcata dipendenza della propria economia dall’export petrolifero e della propria industria della difesa da partner stranieri. La Turchia è invece chiamata a far fronte ad una forte inflazione e alla scarsità di investimenti internazionali.
Le quattro nazioni risultano inoltre caratterizzate anche da profonde divergenze in merito alla propria politica estera. Arabia Saudita ed Egitto mantengono una posizione fortemente ostile nei confronti della Fratellanza Musulmana, movimento che Ankara ha invece sostenuto in numerosi teatri regionali. Islamabad conserva relazioni relativamente più stabili con l’Iran rispetto agli altri membri dell’R4, mentre l’Egitto continua a mantenere rapporti diplomatici e di sicurezza significativamente più sviluppati con Israele rispetto a Turchia e Pakistan. Allo stesso tempo, Arabia Saudita ed Egitto rimangono maggiormente dipendenti dal supporto strategico degli Stati Uniti, mentre Ankara e Islamabad dispongono di una maggiore autonomia strategica. In ultima analisi, ulteriori ostacoli riguardano la scarsa interoperabilità tra le rispettive forze armate. Arabia Saudita ed Egitto impiegano prevalentemente sistemi d’arma statunitensi tra le proprie forze armate, la Turchia invece utilizza prevalentemente piattaforme di produzione nazionale. Il Pakistan, infine, utilizza in larga misura armamenti propri, o sviluppati in collaborazione con la Cina. In ultima analisi, le rispettive posture strategiche risultano differenti: Ankara dispone di una notevole capacità di proiezione militare internazionale, sostenuta da una vasta rete di basi all’estero; Islamabad concentra invece gran parte delle proprie risorse sul confronto con l’India; Arabia Saudita ed Egitto mantengono capacità di proiezione più limitate e prevalentemente orientate ai rispettivi quadranti regionali.
Un nuovo QUAD
Gli ultimi anni sono stati caratterizzati dall’affermazione del fenomeno noto come minilateralismo, ossia la formazione di meccanismi di cooperazione volti a riunire un numero limitato di attori accomunati da interessi strategici convergenti. Tali iniziative si contraddistinguono per l’assenza di strutture integrate e di trattato vincolanti alla loro base. L’esempio maggiormente rappresentativo è il cosiddetto Quadrilateral Security Dialogue, meglio noto come QUAD, comprendente Stati Uniti, India, Giappone e Australia. Alla luce delle profonde divergenze strategiche tra i quattro paesi e dalle significative limitazioni dell’interoperabilità tra le rispettive forze armate, è altamente improbabile che l’intesa possa evolversi in un’alleanza su modello della NATO. È invece realistico ipotizzare un progressivo approfondimento della cooperazione in settori specifici quali sicurezza marittima, incremento della resilienza economica, difesa e coordinamento diplomatico. L’R4 potrebbe eseguire esercitazioni congiunte volte a simulare azioni relative al contrasto della proiezione militare di Israele e Iran e al mantenimento della libertà di navigazione lungo le principali linee di comunicazione. Infine, le parti potrebbero istituire gruppi di lavoro congiunti in settori di interesse strategico.
L’emergere dell’R4 riflette inoltre una più ampia trasformazione dell’ordine internazionale. Negli ultimi anni la progressiva redistribuzione del potere globale ha favorito la regionalizzazione della sicurezza e del dialogo, spingendo numerosi attori a sviluppare meccanismi autonomi di gestione delle crisi. Contestualmente, il ridimensionamento della presenza statunitense in Medio Oriente e le crescenti difficoltà incontrate da organizzazioni multilaterali quali le Nazioni Unite e la Lega Araba nel fornire risposte efficaci alle crisi regionali hanno incentivato la nascita di formati più ristretti e flessibili. In tale contesto, l’R4 rappresenta probabilmente il primo tentativo delle principali potenze sunnite del Grande Medio Oriente di costruire un’architettura di sicurezza regionale fondata sulla cooperazione tra attori locali piuttosto che sull’intervento delle grandi potenze esterne. Sebbene il gruppo sia ancora in una fase embrionale e presenti rilevanti limiti strutturali, esso testimonia una trasformazione più profonda del sistema regionale: il progressivo ritorno a una logica westfaliana, nella quale la gestione della sicurezza viene affidata sempre più a coalizioni regionali, flessibili e orientate a specifici interessi strategici.
[Foto: forum di Antalya 2026 – Presidenza Azerbaigian]