Quale futuro per la Bosnia-Erzegovina?

Key Takeaways

Le elezioni di ottobre in Bosnia-Erzegovina riportano l’attenzione su un sistema politico instabile e frammentato nato dopo la guerra degli anni ’90.
Restano forti tensioni legate ai poteri dell’Alto Rappresentante e ai contrasti con la leadership della Republika Srpska.
Il Paese continua a essere bloccato da una struttura costituzionale etnica discriminatoria e dalla mancanza di una riforma istituzionale condivisa.

Le elezioni generali che si terranno in Bosnia-Erzegovina a ottobre per la presidenza e per i governi nazionali delle entità e dei cantoni stanno riportando i riflettori su questo Paese dei Balcani occidentali. Dopo la sanguinosa guerra degli anni ’90, è stato istituito un sistema politico instabile che divide il paese sostanzialmente in due parti: da un lato la Federazione di Bosnia-Erzegovina (BiH), dove vive principalmente la popolazione bosniaca e croata, e dall’altro la Republika Srpska, in italiano Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, dove vive la popolazione serba.

La parte bosniaca-croata conta dieci cantoni, cinque dei quali a maggioranza bosniaca, tre a maggioranza croata e due etnicamente misti. La presidenza della Bosnia-Erzegovina è composta da tre membri: un bosniaco e un croato, eletti dalla BiH, e un serbo, eletto dalla Republika Srpska.

In totale, la Bosnia-Erzegovina, un paese di 2,5 milioni di abitanti, conta 149 ministri in 13 governi, nove presidenti e vicepresidenti e 635 membri del parlamento. Chiaramente, ciò rappresenta un prezzo elevato da pagare per la pacificazione, ma, che si sia d’accordo o meno con le attuali strutture, è evidente che permangono problemi profondi.

Pressioni del Congresso degli Stati Uniti

Una prima e attuale questione riguarda la posizione del cosiddetto “Alto Rappresentante” per la Bosnia-Erzegovina. Si tratta di un funzionario internazionale incaricato di supervisionare gli aspetti civili dell’accordo di pace che ha posto fine alla guerra in Bosnia del 1992–1995. Nel 1997, a tale funzionario furono conferiti poteri aggiuntivi, denominati «poteri di Bonn». Ciò consente all’alto rappresentante di approvare nuove leggi, abrogare leggi esistenti e destituire funzionari locali eletti o nominati che violino o ostacolino l’accordo di pace. Tali poteri valsero agli alti rappresentanti il soprannome di «viceré della Bosnia».

Fino a poco tempo fa, la carica era ricoperta da Christian Schmidt, ex ministro dell’Agricoltura tedesco. Si è dimesso nel maggio 2026, apparentemente in parte a causa delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti, dopo un aspro scontro con Milorad Dodik, all’epoca presidente della Republika Srpska. Dodik era stato incriminato per aver approvato leggi che contravvenivano alle decisioni dell’Alto Rappresentante. Nel 2023, Schmidt aveva modificato il codice penale, introducendo una disposizione in base alla quale la mancata esecuzione o l’ostacolo alle sue decisioni costituivano un reato.

La questione ha una dimensione internazionale, poiché recentemente la deputata statunitense Celeste Maloy ha sollecitato il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, tramite una lettera, a indagare sulle accuse secondo cui Schmidt e alcuni membri della Commissione elettorale centrale della Bosnia-Erzegovina avrebbero interferito con il processo democratico nella Republika Srpska, nel contesto della destituzione di Dodik.

Tensioni internazionali

Il mandato presidenziale di Dodik era stato revocato nell’agosto 2025 a seguito di una sentenza che lo condannava a un anno di reclusione e a sei anni di interdizione dall’esercizio della carica presidenziale. Nell’aprile 2025, Schmidt aveva inoltre sospeso l’erogazione di fondi pubblici destinati al partito politico di Dodik. In segno di protesta, Dodik ha invocato la mancanza di autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per l’operato di Schmidt, affermando inoltre: «Come mai gli altri partiti riceveranno quei fondi e noi no?»

Le precedenti sanzioni imposte dagli Stati Uniti a Dodik erano state revocate dal presidente statunitense Donald Trump nell’estate del 2025. All’interno dell’alleanza occidentale permangono tensioni sulla questione. La proposta dell’Italia di nominare uno dei propri diplomatici, Antonio Zanardi Landi, alla carica di alto rappresentante è sostenuta dagli Stati Uniti. Tuttavia, Francia, Regno Unito e Germania sostengono un diplomatico francese, René Troccaz. Gli Stati Uniti sembrano quindi preferire un alto rappresentante che intervenga in modo meno incisivo nella governance interna della Bosnia e che eserciti i propri poteri straordinari con maggiore cautela. I governi europei sono più diffidenti nei confronti di una rapida riduzione della supervisione internazionale.

La crisi del 2022

L’intera vicenda ha fatto seguito a una precedente bomba lanciata durante le precedenti elezioni generali, nell’ottobre 2022. Allora, subito dopo la chiusura dei seggi, Schmidt impose modifiche alla legge elettorale della Bosnia-Erzegovina nonché 21 emendamenti alla Costituzione della Federazione della Bosnia-Erzegovina.

Scrivendo per Verfassungsblog.de, i professori di diritto costituzionale Jens Woelk e Maja Sahadžić commentano la vicenda, osservando:

«Ciò ha causato un diffuso malessere in alcune parti del Paese e manifestazioni davanti all’edificio dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante a Sarajevo. Le cupe premonizioni sono state presto dissipate quando l’alto rappresentante sembrava aver cambiato idea e ha imposto solo modifiche tecniche alla legge elettorale. Visibilmente sotto pressione, l’alto rappresentante ha persino avuto uno sfogo davanti alle telecamere, pur ribadendo che avrebbe potuto imporre anche ulteriori modifiche».

Essi citano quindi un parere del 2005 della Commissione di Venezia sulla situazione costituzionale in Bosnia-Erzegovina, in cui si affermava:

«…non è tuttavia certamente una situazione normale che uno straniero non eletto eserciti tali poteri in uno Stato membro del Consiglio d’Europa e la giustificazione di tali poteri per il futuro meriti una valutazione non solo politica ma anche giuridica. I poteri possono essere qualificati come poteri di emergenza. Per loro stessa natura, i poteri di emergenza devono tuttavia cessare insieme all’emergenza che ne ha originariamente giustificato l’uso. ”

Alcuni hanno sostenuto che le modifiche apportate da Schmidt abbiano avvantaggiato elettoralmente i croati bosniaci. Forse i suoi cambiamenti istituzionali possono essere difesi, data la situazione dei croati. Nel caso Ljubić del 2016, la Corte costituzionale della Federazione bosniaco-croata ha stabilito che le leggi elettorali violano l’Accordo di pace di Dayton, in quanto consentono ai bosniaci, numericamente dominanti nell’entità della Federazione, di prevalere sulla minoranza croata. Di conseguenza, essi sono effettivamente in grado di scegliere il membro croato della presidenza tripartita, nonché i delegati al Parlamento.

Per quanto questa possa essere una preoccupazione fondata, vedere importanti cambiamenti istituzionali imposti mentre si sta procedendo al conteggio dei voti non è esattamente una bella figura.

Questioni istituzionali irrisolte

Infine, ma non meno importante, vi è la natura etnica della struttura costituzionale della Bosnia-Erzegovina. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito nel 2009 che tale struttura costituzionale era discriminatoria nel caso Sejdić e Finci contro la Bosnia-Erzegovina.

In questo caso, Dervo Sejdić, di origine rom, e Jakob Finci, cittadino bosniaco di fede ebraica, non potevano candidarsi alla presidenza e alla Camera dei Popoli poiché non appartenevano a uno dei tre popoli costituenti riconosciuti dalla Costituzione.

Parte del problema risiede nel fatto che l’Accordo di Dayton del 1995 era inteso principalmente a garantire la pace e in misura minore a fornire un assetto istituzionale a lungo termine per il futuro. A causa delle tensioni persistenti, si è rivelato politicamente impossibile concordare un’alternativa istituzionale.

Una via d’uscita

Il Parlamento europeo, il think tank tedesco European Stability Initiative e molti altri hanno chiesto profondi cambiamenti all’architettura istituzionale del Paese, ma come ha spiegato a Euronews il professore di diritto costituzionale Nedim Ademović, abolire l’intero sistema priverebbe i leader dei partiti etnici bosniaci delle protezioni specifiche di cui godono da decenni — e, con esse, del loro potere e della loro ricchezza. Riguardo alle sentenze giudiziarie che mettono in discussione i numerosi casi di discriminazione nel sistema istituzionale, egli osserva:

«Nessuno dei partiti etnonazionalisti è interessato all’attuazione di tali sentenze perché ciò significherebbe che l’etnonazionalismo dovrebbe essere abolito».

In un articolo fondamentale sull’argomento, Max Primorac della Heritage Foundation suggerisce una via alternativa da seguire. Egli scrive:

«L’obiettivo di rafforzare le istituzioni del governo centrale a scapito di quelle subnazionali basate sull’etnia è il nocciolo della crisi della Bosnia-Erzegovina. Uno Stato civico che sostituisca l’etnia come quadro di riferimento per il governo è in linea con l’obiettivo politico della maggioranza musulmana di istituire uno Stato unitario centralizzato. Il principio “un uomo, un voto” porterebbe a un governo maggioritario in un paese privo di norme democratiche. (…) Anziché seguire gli esempi del Belgio, della Svizzera e di altri modelli di governance consociativi di successo che si basano sull’uguaglianza dei popoli costituenti per gestire le tensioni, l’Ufficio dell’Alto Rappresentante, con la connivenza del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ha imposto con decreto un’identità bosniaca comune impopolare, punendo al contempo gli oppositori per legittime espressioni nazionaliste».

Egli suggerisce invece di

«istituire tre unità a partire dalle due entità disfunzionali esistenti, una per i bosniaci musulmani, una per i croati cattolici e una per i serbi ortodossi, all’interno di un sistema confederale, come quello praticato con successo in Belgio e in Svizzera. Ciò non richiederebbe scambi territoriali, poiché ciascuna unità federale rifletterebbe le aree già controllate da bosniaci, croati e serbi negli ultimi 30 anni. Il territorio della Republika Srpska è stato delineato a Dayton nel 1995, mentre la Federazione bosniaco-croata è di fatto divisa in due parti, come dimostrano le sue aziende di servizi pubblici separate e basate sulle comunità (energia elettrica, telecomunicazioni e reti postali). In altre parole, non vi sono controversie territoriali da risolvere, e le tre entità federali rispecchierebbero la realtà pratica sul campo e darebbero a ciascuna comunità un ruolo decisionale nel far funzionare la Bosnia-Erzegovina».

In ogni caso, il Belgio e la Svizzera sono stati spesso citati, a ragione, come possibile modello istituzionale per un Paese caratterizzato da profonde divisioni etniche. Di certo non esistono soluzioni semplici per la Bosnia-Erzegovina, ma se qualcosa non funziona, potrebbe essere il momento di cercare delle alternative.

[foto: Lestat (Jan Mehlich) CC sa by 2.5]

Nota: Le opinioni espresse negli articoli sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni della Fondazione Machiavelli.

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