La notizia della morte di Charlie Kirk, famosissimo attivista conservatore assassinato da un ignoto cecchino (poi rivelatosi un giovanissimo estremista di sinistra) mentre era impegnato in un dibattito presso la Utah university, ha fatto il giro del mondo in poche ore.
Con una puntualità degna di miglior causa, diversi media di orientamento liberal hanno tenuto a sottolineare come Kirk, in molti eventi pubblici, incluso quello in cui avrebbe poi trovato la morte, si fosse espresso in maniera nettamente favorevole al diritto costituzionale dei cittadini statunitensi di detenere e portare armi da fuoco: un modo di dire velatamente – ma nemmeno troppo – che in fondo, in qualche misura, Kirk quella fine se la sarebbe cercata.
Ancor meno diplomatiche, poi, molte pagine social afferenti all’area culturale della sinistra radicale, che trattano con nonchalance un omicidio sangue freddo alla stregua di un legittimo atto politico.
Su questi ultimi torneremo più avanti: vorrei invece focalizzarmi innanzitutto sul tema del nesso tra accesso alle armi e violenza politica.
Il capro espiatorio delle armi facili
La battaglia a favore o contro le armi in mano ai civili non è, in questa circostanza, solamente una delle tante faglie tettoniche che dividono il campo democratico da quello repubblicano: ricondurre l’omicidio di Charlie Kirk a una supposta eccessiva facilità di accesso a fucili e pistole significa infatti non solo occultare le ragioni profonde di un atto così efferato, ma anche scaricarne la responsabilità morale sulla galassia repubblicana, storicamente pro armi, e sulla stessa vittima.
Una riposta comoda, molto comoda, per chi abbia interesse a evitare imbarazzanti interrogativi sull’identità dei veri mandanti morali dell’assassinio di Charlie Kirk.
La specificità del caso americano
Che l’accesso alle armi nella sua dimensione materiale non sia il cuore del problema è facilmente dimostrabile tramite il confronto con altri Paesi dove la diffusione di armi tra i civili risulti paragonabile – fatte le dovute proporzioni – a quella degli Stati Uniti d’America.
Ebbene, perché mai non si sente parlare di stragi nella vicina Svizzera, il paese più armato d’Europa? O in Finlandia, con un milione e mezzo di armi da fuoco su 5 milioni e mezzo di abitanti?
Probabilmente perché le armi – tanto amate dai repubblicani quanto aborrite dai democratici – sono sì uno strumento della violenza politica e sociale, ma non la causa scatenante di questa; causa che va invece ricercata nelle peculiarità della società a stelle e strisce, peculiarità che non possono ovviamente essere ricondotte in via esclusiva al campo repubblicano o a quello democratico.
Le radici profonde della violenza in America
Dalla scuola, allo sport, al mercato del lavoro, la società americana è fondata sulla competizione: una gara di tutti contro tutti, in un ambiente in cui il darwinismo sociale si tinge di venature religiose (ricordiamo che nel luteranesimo il successo economico è indice di benevolenza da parte di Dio: per converso, la povertà e l’insuccesso diventano quasi un male morale, un riflesso dell’indegnità agli occhi del Signore di chi ne è afflitto).
Questa competizione sfrenata, beninteso, ha delle ragioni storiche tutt’altro che peregrine: si pensi ai coloni giunti dall’Inghilterra, ossia da un paese fortemente classista, dove il primogenito di un Lord nasceva con un futuro di privilegi e un seggio nella Camera Alta garantiti, mentre chi fosse nato in una famiglia contadina aveva ben poche chance – per non dire nessuna – di migliorare il proprio status socio-economico.
Appare evidente quanto fascino dovesse esercitare, su chi fuggiva da un contesto così immobile e privo di opportunità, un modello di società basato invece sulla libera iniziativa individuale e che contemplasse possibilità di ascesa sociale quasi illimitate per chi avesse la giusta dose di coraggio, fortuna, talento e voglia di mettersi in gioco.
Luci e ombre di una società dinamica e spietata
Va altresì riconosciuto che questa ossessione per la competizione sta alla radice di quell’eccezionale capacità di innovare che noi europei tanto invidiamo all’altra sponda dell’atlantico, è che rende gli USA, per l’appunto, così straordinariamente competitivi nel mercato globale.
Un primato, tuttavia, che comporta un prezzo da pagare, soprattutto sul piano sociale.
Se il vicino di banco, il collega di lavoro, il compagno di squadra non sono persone con cui condividere un percorso, bensì avversari da battere, pericolosi competitor, è chiaro che si produrrà una società in cui il senso di comunità tende a dissolversi in un tutti contro tutti hobbesiano, e dove la solidarietà è una debolezza malvista.
Vivere in un contesto simile pone l’individuo nella condizione di dover sostenere una pressione tremenda, che per alcuni diventa letteralmente insopportabile, al punto di spingerli a un isolamento (cui peraltro la società resta placidamente indifferente) che non di rado sfocia in atti auto o eterolesionistici, incluse le ormai tristemente famose stragi.
La violenza politica e le sue cause specifiche
A questo problema di fondo, che è tipico della società statunitense nel suo complesso, si è però aggiunto negli ultimi anni un fattore nuovo, che trae invece origine e linfa vitale specificamente dal campo progressista: mi riferisco a quella sorta di millenarismo negativo di stampo apocalittico che vede il mondo perennemente sull’orlo del collasso.
Che si tratti del riscaldamento globale, di presunte ondate di razzismo o dell’elezione di Trump, per una larga fetta della galassia liberal c’è sempre una catastrofe dietro l’angolo che distruggerà l’America e il mondo, dunque – secondo questa narrativa – bisogna agire per evitarla, a qualsiasi costo.
Si potrebbe ribattere che anche nel campo conservatore molti hanno alzato i toni: è d’altronde normale, e in qualche misura inevitabile, che, quando una parte va ad innalzare il livello dello scontro, la fazione opposta reagisca in modo speculare.
Rimane però un’enorme, sostanziale differenza: se i bersagli contro cui figure più o meno note del conservatorismo lanciano i propri strali sono costituiti principalmente da macrofenomeni (immigrazione, islamizzazione) o da ideologie (wokeismo, teoria gender), in campo libdem è prevalsa l’abitudine di personalizzare lo scontro, identificando il nemico, responsabile del presunto imminente crollo della democrazia, non in un pensiero o in una visione del mondo, bensì nei singoli individui che di quel pensiero si fanno portatori nell’arena pubblica.
Basti pensare alla campagne d’odio contro figure come Donald Trump o Elon Musk imbastite da molti esponenti dei Dem americani e avallate da gran parte della stampa d’area; che si tratti della firma prestigiosa di una rivista patinata o di un anonimo utente su instagram con un manga come foto profilo, la disumanizzazione di Trump e delle figure di spicco del movimento MAGA è stata ormai da tempo normalizzata.
L’odio contro i conservatori come fenomeno globale
Non è un caso se molti americani hanno gioito pubblicamente per l’omicidio di un padre di famiglia, se blogger e influencer hanno sbeffeggiato la vittima a cadavere ancora caldo, e se persino in Italia nell’ambito dell’intellighenzia di sinistra non siano mancati tentativi di minimizzare o giustificare l’omicidio di Kirk (uno su tutti, il noto matematico Piergiorgio Odifreddi in diretta televisiva).
Trovo altresì preoccupante che il Parlamento Europeo abbia negato un minuto di silenzio in memoria di Charlie Kirk, un uomo che ha dedicato la vita al dialogo tra visioni diverse del mondo, laddove in occasione della morte del violento e pluripregiudicato George Floyd il medesimo Parlamento operò una scelta opposta.
La galassia progressista europea, da sempre assai propensa ad ispirarsi ai propri omologhi statunitensi, anche nel vecchio continente ha ormai adottato quel medesimo approccio delegittimante ed estremista che da tempo avvelena i pozzi del dialogo e della coesione sociale sull’altra sponda dell’Atlantico.
La violenza di alcuni gruppi di Antifa o di alcune fazione pro-pal è, in questo senso, esemplificativa di un trend preoccupante e purtroppo destinato a crescere.
I cattivi maestri della sinistra che uccide
L’assassino di Charlie Kirk è nel frattempo stato identificato in Tyler Robinson, un giovane Antifa, probabilmente affetto da disturbi mentali e, parrebbe, sentimentalmente legato a un transessuale.
Benché la matrice politica dell’omicidio sia chiara (Robinson avrebbe addirittura riprodotto degli slogan antifascisti sulle munizioni usate nell’attentato), tanto che Donald Trump intende classificare a livello federale il movimento Antifa come gruppo terroristico, è probabile che, in concreto, l’esecutore materiale sia l’unico a pagare veramente per la morte di Kirk.
I responsabili morali di questo crimine odioso, invece, continueranno a sedere tranquillamente nei salotti dei talk show sulle due sponde dell’Atlantico e a pontificare sulla necessità di arrestare a qualunque costo l’ascesa dei «terribili» sovranisti: sino a quando un altro Tyler Robinson, prendendo alla lettera la propaganda progressista, sceglierà di imbracciare un fucile.