Oltre l’illusione olimpica: lo sport come palcoscenico della polarizzazione geopolitica [parte 2]

Key Takeaways

Lo sport non è più semplice strumento di propaganda, ma vera strategia di soft power geopolitico da parte di molte Petromonarchie. Attraverso massicci investimenti in calcio, F1, golf ecc., acquisiscono controllo su federazioni, eventi e governance dello sport mondiale.
Si ridefiniscono così le sfere d’influenza (spostamento del baricentro dallo Occidente) e si crea una interdipendenza asimmetrica: l’Europa diventa dipendente finanziariamente, riducendo così la sua capacità di critica politica verso questi regimi.
Lo sport è diventato così termometro della crisi multipolare e strumento di guerra ibrida. Va difeso come spazio di regole condivise, integrazione e pedagogia, soprattutto nelle periferie europee, per contrastare radicalizzazione e divisioni.
L’egemonia del Soft Power: lo sportswashing nella transizione multipolare

Nel quadro della transizione verso un ordine mondiale multipolare, il fenomeno dello sportswashing ha superato la sua accezione classica di mero espediente di pubbliche relazioni o di maquillage d’immagine per regimi controversi. Oggi esso si configura come una dottrina strategica e sofisticata di soft power economico e diplomatico (Nye, 2004), finalizzata alla progressiva acquisizione degli asset decisionali e della governance dello sport mondiale.

Storicamente, i grandi regimi del ‘900 utilizzavano l’evento sportivo, si considerino le Olimpiadi di Berlino del 1936 o i Mondiali di calcio in Argentina nel 1978, come una vetrina temporanea per proiettare all’esterno un’immagine di efficienza, pacificazione interna e legittimità. Lo scenario contemporaneo risponde a una logica radicalmente diversa, non più episodica ma strutturale. Gli investimenti massicci e sistematici perpetrati dalle monarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti) e da altre potenze emergenti del Sud Globale nel calcio europeo, nel circuito della Formula 1, nel golf professionistico e nel pugilato internazionale, non mirano semplicemente a distrarre l’opinione pubblica globale dalle criticità interne legate ai diritti civili. Essi rappresentano una precisa strategia di diversificazione economica e di posizionamento geopolitico (Chadwick, 2022).

Sotto il profilo analitico, quest’operazione produce due effetti macroscopici sulla dimensione internazionale:

  1. La ridefinizione delle sfere d’influenza istituzionale: Attraverso il finanziamento e la sponsorizzazione d’intere federazioni internazionali, spesso colpite da crisi di liquidità strutturale, questi attori statali ne condizionano i processi decisionali. Spostare la sede dei grandi eventi internazionali significa sottrarre all’Occidente euro-atlantico il monopolio storico dell’organizzazione e dei valori dello sport, trasferendo il baricentro diplomatico verso nuovi hub di potere geopolitico.
  2. La creazione di un’interdipendenza asimmetrica: Nel momento in cui i club calcistici più prestigiosi d’Europa o i circuiti sportivi più seguiti al mondo dipendono finanziariamente dai fondi sovrani di nazioni illiberali, la capacità di sanzione o di critica da parte delle democrazie occidentali risulta fortemente depotenziata. Lo sport diventa così uno scudo diplomatico: l’utilità economica dell’interazione sportiva neutralizza il dissenso politico.

Lo sportswashing contemporaneo dimostra che lo sport non assiste passivamente alla crisi dell’ordine mondiale, ma ne è uno strumento operativo fondamentale. Chi controlla le regole del gioco, i diritti televisivi e l’assegnazione dei campionati acquisisce la facoltà di ridefinire i canoni del consenso internazionale.

In questa prospettiva, il campo di gara cessa di essere lo spazio dell’emancipazione e dell’universalismo de-coubertiniano per trasformarsi in una sofisticata infrastruttura d’influenza geopolitica, dove la vittoria più importante non si decreta sul podio, ma all’interno dei consigli d’amministrazione delle federazioni globali.

Lo sport come termometro della crisi e modello pedagogico per il futuro

L’analisi fin qui condotta impone il definitivo superamento dell’approccio idilliaco e astratto alla dimensione agonistica. Lo sport non costituisce un’isola felice immune dalle tossine della geopolitica, né possiede la facoltà taumaturgica di generare la pace internazionale per virtù intrinseca. Al contrario, il XXI secolo ci consegna una realtà in cui l’istituzione sportiva opera come un sensibilissimo termometro avanzato della crisi dell’ordine mondiale multipolare: quando le federazioni internazionali si frammentano, quando i protocolli di cortesia saltano sui podi e quando i filtri etico-politici sostituiscono l’universalismo dei passaporti, significa che i canali della diplomazia ufficiale sono già entrati in una fase di pericoloso stallo.

Tuttavia, riconoscere il realismo delle dinamiche di potere non significa rassegnarsi all’annullamento della funzione civile dello sport. Se esso è lo specchio della scomposizione globale, ne conserva parimenti il potenziale di ricomposizione, a patto di essere sottratto alle logiche della propaganda e restituito alla sua matrice etica e pedagogica. Lo sport possiede, per sua natura, la facoltà di generare stabilità sociale mediante l’indotto economico e di educare al rispetto dell’avversario attraverso la sottomissione volontaria a una regola comune.

Per queste ragioni, le istituzioni politiche, a qualsiasi livello ordinamentale, sono sollecitate a un sostegno morale ed economico strategico degli eventi agonistici, intesi non come meri spettacoli d’intrattenimento, ma come occasioni insostituibili di confronto e ascolto reciproco. La promozione di competizioni che vedano la partecipazione congiunta di atleti appartenenti a quadranti in conflitto deve continuare a operare come un modello pedagogico rigoroso per le generazioni più giovani, affinché l’istinto al confronto si canalizzi esclusivamente nelle arene agonistiche anziché sui campi di battaglia o in quei luoghi di aggregazione e svago che la cronaca recente ha tragicamente trasformato in scenari di scontro e violenza.

In quest’ottica di medio e lungo tempo, la difesa della convivenza pacifica richiede un’azione strutturale sul territorio. Si palesa così l’esigenza strategica di realizzare centri e infrastrutture sportive nelle periferie delle metropoli europee, laddove il disagio sociale e la crisi d’identità dei giovani di terza o quarta generazione rischiano di divenire terreno fertile per la radicalizzazione o la devianza. Offrire un’arena di confronto regolato in questi contesti significa trasformare lo sport in un dispositivo di neuro-attivazione positiva e di integrazione culturale concreta.

In conclusione, se la “cattedrale dello sport” è oggi violata dalle logiche della guerra ibrida, essa rimane l’ultimo palcoscenico globale in cui l’alterità è necessaria alla definizione di se stessi: senza avversario non c’è gara. Preservare questo spazio significa difendere l’ultimo avamposto di un’umanità condivisa. Ogni qualvolta una selezione internazionale calca i nostri stadi in un clima di rispetto e sicurezza, si compie un atto di resistenza civile contro la barbarie del conflitto. È da quelle arene, e dal rigore delle loro regole, che la comunità internazionale deve trarre la forza per riaffermare il valore della via e della tolleranza, pronunciando, di fronte a ogni faglia che tenta di dividerci, una sola, definitiva parola d’ordine: il primato del diritto e della coesistenza pacifica. [2 – fine. La prima parte è stata pubblicata QUI]

Fonti e letture
  • Boniface, Pascal, (2014), Géopolitique du sport, Paris: Armand Colin; Idem, Géopolitique du sport (a cura di) Armand Colin, Canadian Journal of Political Science, marzo 2016, Vol. 49, n. 1, pagg. 189-190, Parigi, [doi:1017/S000842391600024X]
  • Chadwick, Simon. (2022). From Sportswashing to Geopolitical Economy: Measuring the Impact of Sovereign Wealth Funds in Global Sport. Journal of Sport and Social Issues, Vol. 46, n. 3, pagg. 211-230.
  • Chadwick, Simon, Widdop, Paul e Goldman, Michael M. (a cura di), The Geopolitical Economy of Sport: Power, Politics, Money, and the State, Routledge, giugno 2023, [ISBN 978-1032390611].
  • Comitato Olimpico Internazionale (CIO), Principles relating to the implementation of the participation of Individual Neutral Athletes (AIN) with a Russian or Belarusian passport, Lausanne, 2023, IOC Official Documents, [https://www.olympics.com/ioc/news/ioc-no-longer-recommends-restrictions-on-belarusian-athletes-participation].
  • Costa, Rafael e Moriconi, Marcelo, Gli usi politici attuali dello sport rivisti: oltre la diplomazia pubblica e il sportswashing, Frontiers in sports and active living, 16 agosto 2024, Vol. 6, [https://doi.org/10.3389/fspor.2024.1316732].
  • Giniu, Jean-Baptiste (2018). Sport et géopolitique: Les relations internationales sur le terrain. Paris: Éditions L’Harmattan.
  • AubinLukas e Guégan Jean-Baptiste, Géopolitique du sport, La Découverte, luglio 2024, Parigi, ‎[ISBN 978-2348068997]
  • Luigi, La presunta neutralità del diritto trasnazionale dello sport, Diritto dello Sport, Bologna University Press, 2021, Vol. 2 n. 2, (ISSN 2785-1141) [https://doi.org/10.30682/ disp0202a].
  • Nye, Joseph S. JR, Soft Power and American Foreign Policy, PSQ Political Science Quarterly, Vol. 119, n. 2, 2004, pagg. 255-270, [https://doi.org/10.2307/20202345].
  • Rivista di Diritto Sportivo, (2024), La contrattualistica sportiva nell’Europa dell’Est e i filtri di neutralità del CIO: profili di diritto pubblico dello sport, CONI, Fascicolo 1/2024, Roma [https://www.rivistadirittosportivo.it/Tool/NewsletterArchive/2024].
  • Rocha, Rafael, e McCullough, Brian P., Dall’immagine all’impatto: revisione esplorativa dello sportswashing e del greenwashing nello sport, International Journal of Sport Policy and Politics 5 gennaio 2026, ), Vol. 1, n. 22, pagg. 14-15, [https://doi.org/10.1080/19406940.2025.2599144].
  • Wack, Morgan, Magistro, Beatrice e Aslett, Kevin, Silenzio sugli spalti: valutazione dell’impatto dello “sportswashing” legato allo Stato russo sul comportamento dei tifosi online in seguito all’invasione su vasta scala dell’Ucraina, Social Science Quarterly, 2025, Vol. 106, n. 1, pagg. 1-10, [SSRN: https://ssrn.com/abstract=4777573] o [http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.4777573]

Nota: Le opinioni espresse negli articoli sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni della Fondazione Machiavelli.

CONDIVIDI:

Autore dell'articolo

Contenuti correlati