L’invasione russa dell’Ucraina e il recente conflitto nel Golfo Persico hanno evidenziato il ruolo crescente dei cosiddetti “droni kamikaze”. Questi sistemi d’arma, inizialmente concepiti come strumenti di compensazione asimmetrica rispetto alla superiorità convenzionale di un potenziale avversario, sono oggi al centro di un rapido processo evolutivo che ne sta trasformando profondamente funzione, modalità d’impiego e impatto sul campo di battaglia.
Dalle prime munizioni circuitanti al conflitto nel Karabakh
I primi tentativi di utilizzare sistemi d’arma senza pilota al fine di colpire le difese nemiche risalgono alla Prima Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti cercarono infatti di sviluppare il progetto di un velivolo senza pilota noto come Kettering Bug. La suddetta piattaforma risultava caratterizzata da numerosi vantaggi, quali l’assenza di piloti, la quale preveniva la perdita di personale e un ridotto costo di produzione, nonché una grande semplicità del processo produttivo. Tuttavia, la fine del conflitto e il taglio dei finanziamenti per la ricerca bellica comportarono l’interruzione del progetto. L’esigenza di sviluppare un sistema d’arma dotato delle caratteristiche del Bug si ripresentò negli anni Ottanta del secolo scorso nello Stato di Israele. Durante la Guerra dello Yom Kippur le forze armate israeliane avevano infatti subito forti perdite a causa dei sistemi antiaerei sovietici. Questi ultimi rappresentavano un significativo ostacolo all’implementazione della dottrina militare israeliana finalizzata ad ottenere rapidamente la superiorità aerea al fine di distruggere il maggior numero di sistemi nemici entro il minor tempo possibile. Le forze armate israeliane iniziarono pertanto a sviluppare una piattaforma in grado di combinare i vantaggi di un sistema senza pilota con i ridotti costi di una munizione ad uso singolo al fine di svolgere compiti di soppressione delle difese aeree nemiche (SEAD/DEAD)
Tale processo vide il proprio culmine con lo l’introduzione in servizio dello IAI Harpy, primo esempio di “munizione circuitante” dotata di testata eplosiva. L’epiteto di munizione circuitante definisce infatti un sistema d’arma in grado di “circuitare”, eseguendo un pattugliamento in una determinata aerea, svolgendo contestualmente funzioni ISR e di strike, schiantandosi contro i bersagli nemici selezionati durante il volo. La versatilità, i ridotti costi e la semplicità produttiva resero le munizioni circuitanti israeliane un rilevante asset per l’export militare israeliano. Nel 2020, in occasione del Secondo Conflitto del Nagorno-Karabakh, le munizioni circuitanti israeliane Harop sono state impiegate con successo dalle forze armate azere al fine di distruggere le difese aeree nemiche.
Dalla precisione alla saturazione
Come conseguenza della rivoluzione iraniana del 1979 e della successiva guerra Iran-Iraq, le forze armate iraniane persero gran parte del proprio potere convenzionale. La recisione dei legami militari con gli Stati Uniti determinò infatti l’impossibilità di sostituire i moderni sistemi d’arma di produzione americana, precedentemente in dotazione all’esercito dello Scià, persi durante il devastante conflitto con Baghdad. Tale stato di cose ha sancito una profonda rimodulazione della postura militare iraniana, segnata da una maggiore importanza del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC). La necessità di contrastare l’azione di attori significativamente superiori sul piano militare simmetrico con risorse limitate, si è tradotta nell’adozione di una postura incentrata sull’impiego di strumenti asimmetrici. Tale stato di cose ha potato l’Iran ha modificato il concetto dietro le munizioni circuitanti israeliane, adattandolo alle proprie esigenze strategiche.
Le forze iraniane hanno quindi iniziato a sviluppare droni ad uso singolo di dimensioni notevolmente maggiore rispetto alle controparti israeliane e dotate di testate esplosive significativamente più pesanti. Il risultato è stato rappresentato dalla produzione dei primi One Way Attack Drones (OWA), differentemente dalle munizioni circuitanti, gli OWA non eseguono un volo stazionario volto a selezionare il bersaglio, ma colpiscono invece bersagli predeterminati eseguendo una traiettoria di volo prestabilita utilizzando coordinate GPS. Gli Shahed iraniani hanno rappresentato una vera e propria alternativa economica ad un missile di crociera, potendo svolgere, grazie ai ridotti costi e alla semplicità produttiva, il ruolo di “saturatore” delle difese aeree nemiche, forzando l’avversario a combattere ad un costo-opportunità sfavorevole. Tali droni risultano in grado di assestare pesanti danni sia schiantandosi direttamente sul dispositivo nemico, sia attirando il fuoco delle difese aeree e aprendo la strada all’impatto di sistemi più potenti quali missili balistici.
Lo sviluppo degli Shahed iraniani ha sancito la nascita di una nuova categoria di armamenti distinti dalle munizioni circuitanti. Sebbene anche queste ultime siano in effetti droni d’attacco unidirezionali, esse svolgono incarichi di natura prettamente tattica, servendosi della propria grande versatilità. Viceversa, gli OWA svolgono incarichi di natura strategica, colpendo asset e infrastrutture nemici, degradandone le riserve di munizioni.
L’Ucraina, il laboratorio moderno
L’Invasione Russa dell’Ucraina ha visto un utilizzo senza precedenti dei sistemi senza pilota. L’Ucraina, similmente all’Iran, ha infatti impiegato massicciamente i droni come strumento asimmetrico volto al contrasto della schiacciante superiorità convenzionale russa. Kiev ha infatti sviluppato un possente ecosistema produttivo costituito da centinaia di aziende, startup e iniziative di volontari incentrato sull’adattamento di soluzioni prêt-à-porter e sull’innovazione top down delle piattaforme. In particolare, Kiev ha rivoluzionato l’impiego delle munizioni circuitanti usando droni quadrimotore FVP dotati di testata esplosiva. L’uso massivo delle FVP ha consentito di massimizzare i tradizionali punti di forza delle munizioni circuitanti, costi ridotti, semplicità del processo produttivo ed elevata versatilità, consentendo anche al contendente maggiormente debole sul piano convenzionale di condurre una guerra “di massa”. La grande produzione di droni FVP ha fornito all’Ucraina sia strumenti in grado di garantire una costante consapevolezza del campo di battaglia, sia di disporre di strumenti estremamente economici in grado di cagionare danni rilevanti alle forze avversarie. L’impiego dei droni FVP come munizioni circuitanti ha visto la propria massima espressione durante l’Operazione Spider Web, la quale ha provocato danni significativi alla flotta di bombardieri strategici russi da parte dei suddetti sistemi dotati per l’occasione di intelligenza artificiale.
Le forze armate ucraine hanno altresì fatto largo uso di droni OWA al fine di sopperire alla scarsa disponibilità di sistemi missilistici a lungo raggio e superare lo svantaggio dato dalla maggiore profondità strategica russa. L’immensità dell’estensione territoriale di Mosca ha infatti garantito a quest’ultima la possibilità di mantenere numerosi importanti asset quali basi militari e strutture produttive, lontano dalla linea del fronte. L’Ucraina ha pertanto impiegato gli OWA come controparte economica di sistemi missilistici a lungo raggio, impiegandoli per colpire basi militari e asset produttivi lontani dalla linea del fronte. Con riferimento agli OWA, la più grande innovazione portata avanti dalle forze ucraine è stato il loro impiego su un nuovo dominio, il dominio marino. L’Ucraina ha infatti equipaggiato droni di superficie (USV) e droni sottomarini (UUV) con testate esplosive, trasformandoli in OWA utilizzabili per la guerra marittima. L’utilizzo degli OWA, popolarmente noti come “droni navali”, ha infatti consentito alle forze di Kiev di condurre una vera e propria guerra navale di tipo asimmetrico, disabilitando ila superiore capacità convenzionale della flotta russa del Mar Nero. In tal contesto, l’evoluzione degli OWA navali ucraini è arrivata al punto da equipaggiare questi ultimi con sistemi missilistici volti a contrastare possibili minacce aeree. L’abbattimento di aeromobili eseguito da un drone Magura V5 ha segnato una nuova era nella storia degli OWA, i quali sono ora concepiti come piattaforme in grado di danneggiare gli asset nemici non solo con il proprio schianto, ma anche mediante l’utilizzo di sistemi d’arma montati su di essi
La terza Guerra del Golfo
Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno avviato una vasta campagna di bombardamenti contro l’Iran, colpendo obiettivi strategici e provocando la morte di numerosi esponenti di alto profilo della Repubblica Islamica, tra cui la Guida Suprema, Ali Khamenei. L’operazione ha rappresentato un successo tattico significativo, volto a decapitare la leadership politico-militare iraniana e a comprometterne le capacità decisionali. Teheran ha risposto con una massiccia campagna di rappresaglia, fondata sull’impiego combinato di sciami di droni One Way Attack (OWA) e missili balistici. Il conflitto ha così evidenziato in maniera inequivocabile la maturazione strategica dei sistemi senza pilota. I droni iraniani si sono dimostrati capaci di assolvere ad una pluralità di funzioni: dalla saturazione delle difese aeree, all’attacco diretto contro infrastrutture critiche, fino al ruolo di “apripista” per sistemi d’arma più sofisticati, come missili balistici e da crociera.
La strategia adottata da Teheran ha costretto Stati Uniti e alleati a operare in una condizione di attrito strutturalmente sfavorevole. L’impiego di sistemi intercettori avanzati, quali Patriot e Arrow, per neutralizzare piattaforme significativamente meno costose, ha infatti generato un rapporto costi-benefici fortemente squilibrato. A ciò si aggiunge il rischio intrinseco rappresentato da eventuali penetrazioni delle difese: anche un numero limitato di droni in grado di colpire infrastrutture strategiche può produrre effetti economici e operativi sproporzionati rispetto al costo delle piattaforme impiegate. In questo quadro, la saturazione delle difese ha consentito alle forze iraniane di impiegare con maggiore efficacia vettori più potenti, amplificando il danno inflitto agli asset nemici. Parallelamente, Teheran ha esteso l’impiego dei sistemi senza pilota anche al dominio marittimo, utilizzando droni aerei e navali per minacciare la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Tale dinamica ha contribuito a un significativo aumento dei prezzi del greggio, dimostrando la capacità iraniana di tradurre strumenti militari relativamente economici in leve di pressione economica globale.
Verso sistemi ibridi
L’evoluzione operativa delle munizioni circuitanti e degli OWA ha progressivamente messo in luce i limiti intrinseci di entrambe le categorie, aprendo la strada allo sviluppo di piattaforme ibride volte a superarne le principali vulnerabilità. In questa direzione si colloca l’attività dell’industria turca, in particolare dell’azienda Baykar, che ha recentemente introdotto un nuovo sistema noto come K2. Tale piattaforma rappresenta un tentativo significativo di convergenza tecnologica, combinando elementi tipici delle munizioni circuitanti con caratteristiche proprie degli OWA. Il K2 integra, infatti, una testata di grande capacità, nell’ordine dei 200 kg, e un raggio operativo esteso, caratteristiche che lo avvicinano agli OWA e ne consentono l’impiego contro obiettivi strategici. Al contempo, la presenza di un carrello di atterraggio introduce un elemento di discontinuità rispetto ai sistemi “usa e getta”, rendendo possibile il recupero e il riutilizzo della piattaforma. Sul piano operativo, il sistema è dotato di capacità avanzate di navigazione e identificazione del bersaglio basate su intelligenza artificiale. Ciò consente al velivolo di selezionare autonomamente gli obiettivi, mantenendo la flessibilità tipica delle munizioni circuitanti. Parallelamente, l’integrazione di tali sistemi contribuisce a mitigare gli effetti del jamming, permettendo al drone di operare anche in ambienti elettromagnetici altamente contestati, dove il collegamento con la stazione di controllo può risultare compromesso. Più in generale, la comparsa di piattaforme ibride segnala una tendenza strutturale: la progressiva dissoluzione delle distinzioni tradizionali tra sistemi ISR e sistemi d’attacco, a favore di soluzioni integrate, autonome e multifunzionali.
Inizialmente concepite come strumenti di compensazione asimmetrica, le munizioni circuitanti e gli OWA si sono rapidamente affermati come componenti centrali della guerra contemporanea. La loro combinazione di versatilità, scalabilità e sostenibilità economica ha consentito anche ad attori dotati di risorse limitate di infliggere danni significativi a forze convenzionalmente superiori, contribuendo a ridefinire gli equilibri militari e geopolitici su scala globale. Tuttavia, l’efficacia di tali sistemi non risiede unicamente nella tecnologia in sé, quanto nella capacità di sostenerne l’impiego su larga scala. L’elevato livello di attrito che caratterizza i conflitti contemporanei richiede infatti la disponibilità di un ecosistema industriale in grado di garantire produzione massiva, adattamento rapido e continua innovazione. In parallelo, la velocità del progresso tecnologico impone investimenti costanti in ricerca e sviluppo, al fine di contrastare la rapida obsolescenza delle piattaforme e mantenere un vantaggio operativo. In questo contesto, i droni non rappresentano semplicemente un’evoluzione degli strumenti bellici, ma una trasformazione più profonda del modo stesso di concepire la guerra: da confronto tra piattaforme complesse e costose a competizione tra sistemi distribuiti, adattivi e progressivamente autonomi. Gli attori che saranno in grado di integrare produzione, innovazione e dottrina operativa in questo nuovo paradigma disporranno di un rilevante vantaggio strategico nel lungo termine.
Foto: Un drone Shahed.