Quella che segue è una versione riveduta e corretta del discorso di Daniele Scalea, Presidente della Fondazione Machiavelli, al Vertice MCC-MRI sul X Anniversario della Crisi Migratoria Europea, svoltosi a Szeged, in Ungheria, il 24 e 25 settembre 2025.
Il fallimento della politica migratoria europea
Andiamo dritti al punto, ponendoci la domanda cruciale: la politica migratoria europea ha funzionato o ha fallito?
Per rispondere, definiamo l’obiettivo di una politica migratoria. Se non sei un sostenitore delle frontiere aperte, probabilmente dirai che si tratta di proteggere l’identità, l’unità e l’ordine della nazione ospitante. In altre parole, mantenere una nazione fedele alle sue radici, gestendo chi entra e come si integra. Ma guardando all’Europa di oggi, è difficile dire che questo stia accadendo. Basterebbe una veloce occhiata a molte città europee, per rendersene conto. Ma disponiamo anche di dati.
Gli studi demografici parlano chiaro. In molti Stati dell’Europa occidentale, le proiezioni indicano che tra 50, 100 o forse 150 anni, a seconda del paese, la popolazione autoctona non sarà più la maggioranza. Non è solo una questione di numeri: parliamo della vera e propria essenza di ciò che rende tale una nazione. Quando la composizione etnica e culturale cambia così drasticamente e rapidamente, l’identità condivisa che tiene unita le società si erode.
Lo vediamo già. In tutta l’Europa Occidentale le divisioni crescono. In alcune aree ci sono comunità che non si connettono con la cultura nazionale più ampia. A volte, vi si pongono apertamente in conflitto. Questi luoghi, spesso chiamati enclave etniche, sembrano mondi a parte. Non è integrazione degli immigrati, è frammentazione della nostra stessa società. La coesione sociale si sta sgretolando e le tensioni sono evidenti.
Ne vediamo le tracce anche nella crescente insicurezza. L’immigrazione è chiaramente legata a problemi gravi. Abbiamo visto attacchi terroristici islamici in tutta Europa, attacchi che non sarebbero stati possibili senza una migrazione di massa. Ormai sono quasi una normalità. Anche i tassi di criminalità mostrano correlazione. Alcuni reati, come crimini violenti e aggressioni sessuali, sono commessi in modo sproporzionatamente elevato da persone di origine straniera, soprattutto provenienti da certe aree del globo. E un aspetto che spicca è l’impatto sui diritti delle donne: l’immigrazione senza integrazione sta portando a un regresso nell’uguaglianza di genere, rendendo la vita meno sicura e meno libera per le donne, anche non migranti.
Le ragioni di un fallimento
Quindi, se guardiamo a identità, coesione e sicurezza, è impossibile definire un successo le politiche migratorie europee. Esse hanno ampiamente fallito. Perché?
La prima spiegazione è nell’ideologia. Per troppo tempo, le politiche migratorie europee sono state guidate da persone che credono nelle frontiere aperte o nel multiculturalismo. Sono individui che vedono l’identità nazionale come superata, persino problematica. Alcuni sembrano disprezzare apertamente la nostra civiltà e vogliono sostituirla del tutto. Il risultato? Politiche che non proteggono gli interessi delle nazioni ospitanti. Le cose stanno iniziando a cambiare, però. La pressione pubblica sta costringendo i leader a cambiare approccio o rischiare di essere cambiati loro, con nuovi dirigenti. Ma questi cambiamenti sono ancora agli inizi, e la strada è lunga.
Il secondo motivo del fallimento delle politiche migratorie europeo è più complesso, e risiede nelle nostre leggi. Molte delle norme che regolano la migrazione in Europa – leggi nazionali, regolamenti UE, trattati internazionali – sono inadeguate. Le più recenti, sono state scritte dai suddetti seguaci del multiculturalismo e delle frontiere aperte, e perciò pensate per tutto meno che per difendere gl’interessi delle nostre nazioni. Le più datate, risalgono a un’epoca in cui nessuno immaginava che milioni di persone avrebbero attraversato i continenti in pochi anni. Queste leggi erano pensate per proteggere un numero limitato di rifugiati, come dissidenti politici in fuga dalla persecuzione. Ma oggi vengono sfruttate da migranti economici.
Guardiamo i numeri: secondo Eurostat, nel 2022 il rapporto tra richiedenti asilo nell’UE e persone cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato è stato del 15%. Ciò significa che l’ampia maggioranza non corrisponde alla definizione legale di rifugiato, ossia qualcuno che fugge da persecuzioni o guerre. Eppure molti restano in Europa, sia perché l’UE concede altre forme di protezione, sia perché il sistema rende difficile l’espulsione. Questo dimostra come le leggi obsolete siano usate oggi per scopi diversi da quelli originari. Fortunatamente, alcuni leader stanno aprendo gli occhi. In Italia, ad esempio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sta spingendo per aggiornare le leggi nazionali e internazionali. L’Italia, insieme ad altri paesi, chiede una revisione dell’interpretazione della Convenzione Europea dei Diritti Umani. È una mossa audace? Senza dubbio. Ma è anche in ritardo. Questi cambiamenti sarebbero dovuti avvenire anni fa.

Vento di cambiamento
Dunque, a che punto siamo? Le politiche migratorie europee non hanno prodotto ciò che la maggior parte delle persone vorrebbe: un sistema che accolga veri rifugiati e individui di talento senza minare le nostre società o stravolgere il nostro stile di vita. Invece, abbiamo politiche che hanno portato a divisioni, insicurezza e la sensazione che i nostri paesi ci stiano sfuggendo di mano. Le ragioni? Ideologia – leader che spingono per le frontiere aperte – e leggi obsolete che non riescono a gestire i flussi migratori oderni.
Ma c’è speranza. Sempre più persone votano per il cambiamento. C’è un crescente slancio per aggiornare il quadro legale. Non sarà facile, però. Ci vorrà coraggio per sfidare idee radicate e riscrivere leggi in vigore da decenni. La resistenza da parte di alcune fazioni della società e del sistema giudiziario sarà feroce. Ma se l’Europa vuole preservare se stessa, è una sfida che non possiamo evitare.
Cosa va cambiato
Nel breve termine, l’approccio più promettente è espandere e applicare le liste dei “paesi sicuri”. Queste liste facilitano il respingimento delle richieste di asilo infondate e accelerano le espulsioni. Ma questo deve andare di pari passo con accordi coi paesi di origine, per impedire che ostacolino i rimpatri. L’UE dovrebbe imporre sanzioni ai paesi non collaborativi.
Ciò potrebbe portare un po’ di sollievo nel breve termine, ma per affrontare davvero la sfida servono riforme strutturali più profonde. Abbiamo visto come il sistema giudiziario abbia creato problemi a iniziative quali il piano Rwanda del Regno Unito o i centri in Albania dell’Italia. Il quadro giuridico che ostacola l’esercizio della sovranità nazionale e democratica deve essere smantellato.
Ad esempio, l’UE ha istituito la protezione umanitaria, che di fatto permette a un gran numero di non rifugiati di entrare e accedere ai benefici. Eliminare la protezione umanitaria non sarebbe qualcosa di inumano e apocalittico, ma significherebbe attenersi rigorosamente alla Convenzione di Ginevra, dove gli obblighi si applicano solo ai veri rifugiati. Ma diciamolo chiaramente: non possiamo eliminare la protezione umanitaria senza smantellare la Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU). Uscire dalla CEDU e rimuoverne le disposizioni incorporate dal diritto UE renderebbe le espulsioni molto più semplici e permetterebbe di tornare ai respingimenti collettivi: se un gruppo di migranti irregolari viene intercettato ,proveniente da un paese di transito sicuro, sarebbe possibile rimandarceli senza troppe lungaggini burocratiche.
In quegli stessi paesi di transito andrebbero creati i centri di detenzione e valutazione. Poiché la maggior parte dei richiedenti asilo non ha i requisiti, ma vuole solo mettere piede in Europa, questo sarebbe un forte deterrente, utile a scoraggiare chi volesse intraprendere il viaggio (evitando così anche le pericolose traversate in mare, dove molti perdono la vita); nel contempo, si permetterebbe ai veri rifugiati di essere accolti e protetti.
Le direttive dell’UE impongono standard minimi troppo generosi per l’accoglienza dei migranti. Dovremmo dare priorità a un principio secondo cui i servizi “avanzati” – come l’edilizia pubblica o i sussidi familiari – siano riservati ai cittadini, non anche agli stranieri residenti. Molti migranti sono attratti dalla prospettiva di benefici; sono turisti del welfare. Non ha senso che nell’assegnazione di un beneficio tanto grande come una casa popolare, un cittadino italiano da generazioni sia parificato a uno straniero giunto recentemente nel paese. Non ha senso che se lo Stato spende per garantire un assegno familiare così da rilanciare la natalità del suo popolo, esso vada dato anche agli stranieri venuti a vivere, magari solo temporaneamente, nel paese. Addirittura, la Corte di Giustizia UE ha imposto che gli assegni per i figli siano attribuiti agli stranieri anche quando i loro figli risiedano al di fuori del territorio dello Stato che li eroga!
Dobbiamo anche cambiare la mentalità attuale, secondo cui le società ospitanti devono adattarsi per far sentire a proprio agio i nuovi arrivati. Sono i nuovi arrivati che devono adattarsi. Gli Stati non dovrebbero spendere risorse per accomodare le usanze e le abitudini degli immigrati, come diete particolari o credenze religiose. Non si tratta di creare un ambiente ostile, ma di evitare d’essere percepiti come un santuario per migranti che rifiutano di integrarsi e prosperare nel loro nuovo paese, preferendo vivere come facevano a casa loro mentre dipendono dal sistema di welfare del paese ospitante.
Questo approccio non solo ridurrebbe i fattori di attrazione che spingono i migranti verso l’Europa, ma potrebbe persino incoraggiare una remigrazione volontaria da parte di chi non ama l’Europa e non può – o non vuole – diventare europeo.