L’approvazione del nuovo piano pandemico nazionale e le sconcertanti dichiarazioni in commissione Covid dell’ex direttore dell’AIFA, Nicola Magrini che, relativamente ai vaccini anti-covid, ha affermato fosse cosa nota che “quel farmaco non bloccava il contagio”, riportano al centro del dibattito i problemi della sanità e della sovranità nazionale sulle decisioni in materia di salute. L’articolo che segue vuole analizzare la storia recente e meno recente di come si sia arrivati al trionfo del dogmatismo e dell’accentramento globale sul fronte della sanità e propone la ricerca una soluzione agli inquietanti problemi che tutto ciò pone. [FM]
La globalizzazione ha provocato un accentramento delle facoltà decisorie in un ridotto numero di poli di potere e una contrazione omologante di modelli economici, giuridici e culturali, contestualmente all’indebolimento delle sovranità nazionali. Tale processo di standardizzazione non ha risparmiato la sanità, nella sua avanzata: la gestione pandemica di SARS-CoV-2 e il paradigma proposto dall’Agenda 2030, che prevede una copertura vaccinale globale, rappresentano casi emblematici di un fenomeno che ha radici lontane.
Le fasi preparatorie dell’immunizzazione vaccinale di massa come prima strategia terapeutica globale: una linea del tempo
I primi direttori dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, in inglese Centers for Disease Control and Prevention o CDC, fondati nel 1946, compresero che l’intercettazione di focolai infettivi permetteva di ricevere lauti finanziamenti dal governo centrale statunitense. Nel 1951, l’epidemiologo Langmuir fondò l’Epidemic Intelligence Service (EIS), una costola dei CDC, con funzioni semi-segrete di sorveglianza attiva, volta a individuare l’incipienza di un contagio dalle potenzialità epidemiche: l’EIS, un radar in attività costante, rappresentava un organo di controllo cruciale alla sopravvivenza dei CDC, che arrivarono al punto di considerare “focolaio epidemico” la presenza di poche persone geograficamente vicine, con la stessa malattia, a distanza di settimane o mesi. Le pandemie rappresentano il grimaldello d’elezione per l’imposizione di protocolli vaccinali universali, come nel caso più recente di COVID-19. E proprio nel 2009 l’Organizzazione mondiale della sanità ha aggiornato la definizione di “pandemia globale di influenza”, riducendo i criteri da soddisfare per annunciare l’allerta pandemica di fase 6, segno di una pandemia in corso. La fase 6, infatti, è caratterizzata da “focolai a livello nazionale in almeno un altro paese in una diversa regione dell’OMS”. Le regioni a cui si fa riferimento sono l’Africa, le Americhe, il Mediterraneo orientale, l’Europa, il Sudest asiatico, il Pacifico occidentale. In questo modo, l’OMS può agevolmente dettare l’inizio di una nuova pandemia da un momento all’altro.
Nel 1998, la Children’s Vaccine Initiative (CVI), istituzione sponsorizzata da Banca Mondiale, Fondazione Rockefeller, OMS, UNPD (United Nation Development Programme) e UNICEF, ha pubblicato un documento relativo alla vaccinazione nel XXI secolo: l’obiettivo dichiarato consiste nell’imposizione ai governi di piani quinquennali di immunizzazione vaccinale, con la maggiore copertura possibile, dall’infanzia alla vecchiaia. Due anni dopo, la Fondazione Bill & Melinda Gates ha offerto 750 milioni di dollari ai maggiori attori internazionali (Banca Mondiale, OMS e UNICEF) a condizione di unirsi in un’alleanza globale, la GAVI Alliance, per migliorare l’accesso all’immunizzazione nei Paesi in via di sviluppo, grazie al sostegno di Paesi donatori come l’Italia, che si è impegnata a versare 635 milioni di dollari in vent’anni. GAVI, una fondazione di parternariato sanitario globale pubblico-privato, a diritto svizzero, non costituita sulla base di un trattato internazionale, figura come terzo maggiore finanziatore multilaterale in sanità. Nel biennio 2020-2021, la Fondazione Gates e GAVI risultano al secondo posto tra i contribuenti dell’OMS, influenzandone l’operato per ammissione stessa di Margaret Chan, ex direttore generale OMS dal 2007 al 2017. Ancora, la Global Health Security Agenda, successore della fallimentare CVI, nasce nel 2014 al fine di sponsorizzare piani quinquennali per la diffusione delle vaccinazioni e ha insignito l’Italia del ruolo di capofila per le strategie vaccinali per il quinquennio 2015-2020: l’impegno italiano è stato valutato alla luce della diffusione della vaccinazione pediatrica anti-morbillo. A ricevere l’incarico, l’ex ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha imposto l’obbligo di dieci vaccinazioni per i minori tra zero e sedici anni (legge 119/17, c.d. “legge Lorenzin”).
Al fine di fabbricare una massa acritica di operatori della salute, è stato necessario uniformare anche la didattica accademica, e nei contenuti e nell’ispirazione epistemologica che la sottende. La standardizzazione dei programmi nelle facoltà medico-scientifiche ha inizio ai primi del Novecento: Abraham Flexner, pedagogista statunitense, ricevette il compito affidatogli dall’allora presidente della Fondazione Carnegie, noto ente filantropico, di redigere un rapporto sullo stato dell’arte dell’educazione medica americana. Il Rapporto Flexner (1910), con il pretesto di restituire un’istantanea nitida della qualità dell’insegnamento, finì per impartire alle accademie le condizioni da rispettare per sopravvivere e percepire sussidi statali, causando la chiusura di centinaia di scuole che tramandavano metodi curativi alternativi. Oggi, più di un secolo dopo la pubblicazione del Rapporto Flexner, l’approccio ad alcuni aspetti della disciplina medica è di tipo dogmatico-fideistico e sottoporli a un giudizio oggettivo, scevro di dottrinarismi e condizionamenti atavici, risulta passibile di scomunica.
I rischi annessi alle pratiche standardizzate: un’analisi retrospettiva sulla vaccinazione anti-morbillo e il caso della COVID-19
L’Agenda 2030, un programma d’azione adottato dall’ONU, riporta affermazioni a sostegno dell’applicazione di terapie globali, dichiarando, ad esempio, che le campagne di vaccinazione contro il morbillo avrebbero prevenuto quasi 16 milioni di morti dal 2000 a oggi. Prima dell’introduzione di un vaccino anti-morbillo, le epidemie si sono succedute a cadenza biennale in USA e Regno Unito lungo il XIX secolo. Nel 1960, quotidiani come il New York Times alimentavano nell’opinione pubblica il timore del contagio, eppure il tasso di mortalità era già precipitato a 0,0002% negli Stati Uniti e a 0,03% in Inghilterra e Galles. Nel 1963 in USA fu approvato il primo vaccino inattivato che, non solo responsabile di casi di polmonite ed encefalopatie, si dimostrò scarsamente protettivo. Una tale inefficacia impose un richiamo con un vaccino a virus vivo attenuato. Questo protocollo indusse nei soggetti immunizzati forme gravi della malattia, riconducibili al fenomeno noto come “peccato originale antigenico”, descritto dal virologo ed epidemiologo statunitense Thomas Francis. Secondo Francis, la vaccinazione programma l’organismo nel riconoscimento solo di alcuni antigeni, impedendogli di maturare una risposta immunitaria competente e specifica. La teoria del peccato antigenico è ben illustrata anche per la vaccinazione contro la pertosse e viene addotta come possibile causa del fallimento vaccinale nei confronti dei sempre mutevoli virus influenzali. Nonostante ciò, nel 1963 le autorità statunitensi preconizzarono l’eradicazione del morbillo entro quattro anni, attraverso la somministrazione di una dose di vaccino vivo attenuato che avrebbe dovuto garantire un’immunità a vita e senza effetti collaterali.
Dieci anni più tardi l’obiettivo non era stato raggiunto: si imposero due richiami, la cui protezione non si protraeva oltre dodici mesi. Il CDC ha confermato che la trasmissione del morbillo poteva verificarsi comunque nell’ambito di popolazioni immunizzate al 100%, come testimoniano le frequenti epidemie in USA degli anni ‘90. L’immunità di gregge, ovvero una copertura vaccinale sufficiente per una determinata infezione (95% per il morbillo), dovrebbe teoricamente impedire la diffusione del contagio, eppure si è rivelata fallimentare nel caso specifico e anche per poliomielite e pertosse. I vaccini anti-morbillo non garantiscono immunità a vita: il titolo anticorpale artificiale risulta inferiore a quello conseguito tramite infezione naturale. In generale, si può affermare che i vaccini provochino un’infezione attenuata cui segue una protezione deficitaria e infatti il concetto di immunità di gregge è stato formulato a partire da osservazioni sull’immunità naturale, non artificiale. Diversi modelli statistici, poi, hanno previsto un calo dell’immunità già a 10 anni dall’inoculazione e pertanto elevate incidenze di immunizzazione da vaccino, abbinate a un progressivo calo immunitario, potranno indurre epidemie su vasta scala. È questo ciò che ha previsto il modello statistico di Levy, secondo cui nel 2050 vi sarà una maggiore proporzione di individui suscettibili al contagio rispetto all’era pre-vaccinale: la vaccinazione anti-morbillo ha causato una variazione delle caratteristiche epidemiologiche della malattia, poiché coloro che sono stati immunizzati nell’infanzia, una volta cresciuti, saranno vulnerabili per via del fallimento vaccinale secondario, ossia la perdita dell’immunità nel corso del tempo.
Come ulteriore prova a sostegno di un approccio prudente nei confronti delle vaccinazioni di massa, si pensi che, nei primi anni ‘90, in occasione di una campagna immunitaria in Brasile con un vaccino moderno combinato Morbillo-Parotite-Rosolia, si registrò un significativo aumento delle meningiti asettiche, rese evidenti dalla vaccinazione condotta su una vasta popolazione in tempi ristretti.
Le criticità relative all’applicazione di protocolli sperimentali su scala globale si riscontrano anche nel recente caso della pandemia da SARS-CoV-2 e si riferiscono principalmente all’utilizzo indiscriminato dei tamponi e alla somministrazione dei vaccini. I tamponi non diagnosticano la malattia né accertano la contagiosità del soggetto. Uno studio del 2023 pubblicato sull’International Journal of Vaccine Theory, Practice and Research ne ha messo in discussione l’uso diagnostico di massa: per la prima volta nella storia, a livello globale, l’esito positivo a un’analisi laboratoriale ha rappresentato l’unico criterio per la diagnosi di una malattia, omettendo di considerare i contorni del quadro sintomatologico del paziente. La PCR, acronimo di Polymerase Chain Reaction, in italiano reazione a catena della polimerasi, è una tecnica che consente l’amplificazione del materiale genetico, identificando frammenti virali, tuttavia non è in grado di diagnosticare casi o infezioni: il processo diagnostico dovrebbe rimanere una prerogativa del medico e comporsi di un esame obiettivo, di un’anamnesi accurata e dell’eventuale prescrizione di specifici esami di laboratorio. Gli autori dello studio hanno dimostrato, inoltre, che non esiste alcun valore diagnostico della PCR che permetta di accertare la presenza di un virus infettivo.
Il vaccino, secondo la definizione classica del CDC, era un prodotto che stimola il sistema immunitario di una persona per produrre immunità nei confronti di una specifica malattia. Nel settembre 2021, la definizione di vaccino viene aggiornata e diviene più genericamente “una preparazione usata per stimolare la risposta immunitaria contro le malattie”. Uno scambio di e-mail interno ai CDC, reso pubblico dal quotidiano The Epoch Times, rivela l’urgenza dei funzionari di aggiornare al più presto la definizione, di fronte all’obiettivo mancato dei vaccini anti-COVID-19, i quali semplicemente “stimolerebbero” il sistema immunitario, senza assicurare un’immunità. Al di là di queste etichettature, i vaccini a mRNA rispondono alla definizione di terapie geniche, come conferma l’American Society of Gene and Cell Therapy. Le terapie geniche implicano l’uso dei geni per riprogrammare delle cellule in modo da prevenire, alleviare o curare delle malattie. Tra i problemi di sicurezza di queste terapie v’è il timore che alcuni vettori virali acquisiscano virulenza durante l’uso, potendo provocare danni al genoma e interferire con i meccanismi che regolano il ciclo cellulare, aumentando il rischio di insorgenza di tumori maligni. Infine, con il pretesto emergenziale, l’UE ha sfruttato uno strumento normativo specifico, ovvero la procedura di autorizzazione all’immissione in commercio condizionata, concepita per consentire l’autorizzazione di un farmaco nel più breve tempo possibile, eludendo i tempi fisiologici necessari per una sperimentazione accurata e sicura.
Un’alternativa sovrana
Alla luce di quanto riportato, le risoluzioni di Robert Kennedy Jr., Segretario della salute e dei servizi umani USA, aprono la strada a un’alternativa sovrana. Gli Stati Uniti, ritiratisi dall’OMS nel gennaio 2026, hanno manifestato l’opposizione all’ingerenza di finanziatori privati, come nel caso di GAVI, che raccoglie fondi pubblici destinandoli ad aziende farmaceutiche, enti di parternariato pubbico-privato e l’OMS, influenzando in questo modo la gestione sanitaria di tutto il mondo. L’amministrazione statunitense presenterà anche un nuovo sistema di segnalazione delle reazioni avverse da vaccino che sostituirà quello attualmente in vigore (VAERS): secondo uno studio del 2010, condotto dal CDC, il VAERS avrebbe raccolto solo l’1% dei danni da vaccino. Da ultimo, gli USA, e così l’Italia, si sono astenuti dalla sottoscrizione del Trattato pandemico (adottato dai Paesi OMS) che, con il pretesto di “rendere il mondo più sicuro da future pandemie”, conferisce una quota delle sovranità nazionali a un ente non eletto in caso di pandemie, aggiungendo un nuovo tassello nella direzione di un Superstato sanitario globale. Questa tendenza era prevedibile poiché già dal 2022 la Banca Mondiale aveva approntato un fondo da 1 miliardo di dollari per la creazione di passaporti vaccinali internazionali, i cosiddetti “passaporti pandemici”, sviluppati da una coalizione di aziende Big Tech (Microsoft, Salesforce e Oracle), note come “Vaccination Credential Initiative”.
È fondamentale dunque consolidare, ripristinando laddove necessario, un’autonomia nazionale in materia sanitaria, per una tutela reale dell’interesse pubblico nel nostro paese e un corretto svolgersi del metodo sperimentale e scientifico che, fondato su evidenze oggettive, non persegue con dolo interessi privati di natura economico-politico e sociale.