Nel dibattito contemporaneo, in concomitanza con le ultime vicende venezuelane, è frequente l’affermazione secondo cui l’ordine internazionale sarebbe entrato in una fase di crisi senza precedenti, testimoniata dal presunto collasso del diritto internazionale. Tale interpretazione risulta tuttavia problematica se analizzata alla luce delle principali correnti del realismo nelle relazioni internazionali, le quali hanno storicamente messo in discussione l’idea che norme giuridiche sovranazionali possano vincolare in modo sostanziale il comportamento delle grandi potenze.
Piuttosto che a un crollo del diritto internazionale, si assiste oggi alla progressiva erosione delle narrazioni normativiste e gius-umanitarie sviluppatesi soprattutto nel periodo successivo alla fine della Guerra Fredda, nonché al venir meno delle aspettative teleologiche circa una presunta evoluzione pacificata e post-conflittuale del sistema internazionale.
Tesi realista
In coerenza con l’impostazione del realismo classico e strutturale, la tesi qui sostenuta è che il diritto internazionale non abbia mai costituito un vincolo effettivamente cogente per gli Stati dotati di rilevanti capacità di potere. Esso ha funzionato, e continua a funzionare, come uno strumento subordinato alla distribuzione delle risorse materiali, alla struttura del sistema internazionale e agli interessi strategici degli attori dominanti. La fase attuale non rappresenta dunque una rottura, bensì una fase di maggiore trasparenza delle dinamiche di potenza.
Il diritto internazionale nel sistema anarchico
Secondo l’assunto fondamentale del realismo strutturale, il sistema internazionale è caratterizzato dall’anarchia, intesa non come caos ma come assenza di un’autorità sovrana superiore agli Stati. In tale contesto, il diritto internazionale si configura inevitabilmente come un insieme di norme prive di un meccanismo coercitivo centralizzato, la cui efficacia dipende dalla volontà degli Stati più potenti di rispettarle o farle rispettare.
L’assetto istituzionale emerso dopo il 1945, pur arricchito da organismi multilaterali (rivelatesi a volte deboli sotto alcuni punti di vista, come l’ONU) e dichiarazioni universalistiche, non ha modificato questa struttura di fondo. La Guerra Fredda costituisce una conferma empirica di tale impostazione: nonostante l’esistenza di un articolato corpus normativo internazionale, il periodo fu segnato da conflitti armati, guerre per procura, colpi di Stato e violenze di massa, con un bilancio umano estremamente elevato.
Deterrenza nucleare e stabilità sistemica
Il relativo contenimento di un conflitto diretto tra le grandi potenze nel secondo Novecento non può essere spiegato in termini normativi. In linea con l’analisi realista, la stabilità sistemica fu garantita principalmente dall’equilibrio della deterrenza nucleare, che rese il costo di una guerra totale inaccettabile per tutti gli attori coinvolti.
La prevenzione della terza guerra mondiale non fu dunque il risultato dell’interiorizzazione di regole giuridiche o morali condivise, bensì di un calcolo razionale fondato sulla sopravvivenza dello Stato, confermando il primato della sicurezza come interesse fondamentale.
L’unipolarismo e l’uso selettivo delle norme
Con la fine della Guerra Fredda e l’emergere di una configurazione unipolare, l’uso strumentale del diritto internazionale è divenuto ancora più evidente. In assenza di un equilibrio tra potenze comparabili, l’attore egemone ha potuto esercitare una funzione di definizione selettiva della legalità internazionale, ricorrendo a interventi militari e pratiche di influenza indiretta giustificate attraverso cornici discorsive di carattere morale o securitario.
Gli eventi successivi all’11 settembre 2001 rappresentano un punto di svolta in tal senso, mostrando come il diritto internazionale venga frequentemente utilizzato come meccanismo di legittimazione ex post delle decisioni di potenza, piuttosto che come vincolo preventivo all’azione strategica.
Illusioni normativiste e disallineamento europeo
In particolare nel contesto europeo, una parte rilevante del dibattito politico e accademico ha adottato, per un lungo periodo, una lettura normativista dell’ordine internazionale, sovrastimando la capacità delle istituzioni giuridiche di disciplinare la competizione tra Stati. Questa impostazione ha contribuito a oscurare le dinamiche materiali e conflittuali del sistema internazionale, favorendo una percezione idealizzata della governance globale.
Il progressivo riequilibrio dei rapporti di forza a livello globale e l’indebolimento relativo dell’egemonia occidentale hanno reso tali illusioni sempre meno sostenibili, producendo fratture narrative, inversioni discorsive e una crescente difficoltà nel conciliare retorica universalistica e prassi geopolitica.
Conclusioni
Da una prospettiva realista, il diritto internazionale appare oggi non come un ordine in crisi, ma come ciò che è sempre stato: un insieme di norme la cui efficacia è subordinata alla struttura del potere internazionale, nonché alla forza militare, tecnologica, economica, politica dei medesimi. La riaffermazione delle sfere di influenza e la riduzione delle mediazioni retoriche nell’uso della forza non rappresentano anomalie, bensì il riemergere di dinamiche sistemiche mai realmente superate.
In questo quadro, è prevedibile che le trasformazioni dell’ordine globale producano effetti significativi sia sul piano internazionale sia sulle dinamiche interne delle società occidentali avanzate, un processo che diversi settori delle élite politiche e strategiche sembrano ormai riconoscere e integrare nelle proprie analisi.