La crisi del modello tedesco e l’interesse nazionale italiano

Key Takeaways

La Germania sta vivendo la fine della sua storica eccezione politica.
L’AfD, con circa il 29% nei sondaggi nazionali e oltre il 40% in Sassonia-Anhalt, sta intercettando la profonda crisi di fiducia nei partiti tradizionali, aggravata da economia in difficoltà e dalla svolta migratoria del 2015. Le elezioni di settembre nell’Est diventano così un referendum sul modello tedesco post-riunificazione e sul controverso “cordone sanitario” che esclude l’AfD dal governo.
Le conseguenze riguardano l’intera Europa, Italia compresa.

Trentacinque anni fa i tedeschi dell’Est abbatterono un muro e resero possibile la riunificazione. Pochi, allora, avrebbero previsto che la prossima grande sfida all’ordine tedesco sarebbe venuta di nuovo da est, e per via elettorale, nella forma di Alternativa per la Germania (AfD). Questo settembre la Sassonia-Anhalt, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino tornano al voto, e ciò che vi si decide riguarda l’intera Repubblica Federale.

Per decenni la Germania è parsa l’eccezione europea, immune a quell’onda sovranista che altrove premiava chi tornava a parlare di sovranità nazionale e di controllo dei confini. Mentre la Gran Bretagna votava la Brexit, Trump conquistava la Casa Bianca e i populismi si affermavano nel continente, i partiti tradizionali tedeschi restavano saldamente al potere e il Paese sembrava protetto da ogni contagio. Quel quadro comincia a incrinarsi, e a incrinarlo è proprio l’AfD, che guida oggi i sondaggi nazionali con circa il 29 per cento ed è ormai la prima forza nella Germania orientale.

In superficie, il voto di settembre è una serie di competizioni regionali. In realtà è un referendum sulla classe dirigente e sulla tenuta di un ordine che per oltre tre decenni ha potuto contare sul consenso dell’opinione pubblica. Nata nel 2013 come movimento euroscettico contro la moneta unica, l’AfD è oggi qualcosa di molto diverso, il collettore di quella frattura tra elite e popolo che attraversa tutte le democrazie occidentali. Ma la vera storia non è soltanto l’ascesa di un partito: è il lento cedimento del modello politico che ha plasmato la Repubblica Federale dopo la Guerra fredda.

Anche per l’Italia non si tratta di un dramma politico lontano. Ciò che muta nel clima politico tedesco si riflette inevitabilmente sull’intera politica europea, quella da cui dipendono le nostre imprese, i nostri confini e la nostra stessa collocazione strategica nel continente.

La fine della “vecchia Germania”

Per l’intera età postbellica la politica tedesca ha poggiato su fondamenta insolitamente stabili. Il potere si alternava tra cristiano-democratici e socialdemocratici, i due grandi partiti popolari di massa che insieme superavano spesso il sessanta per cento dei voti. Le elezioni decidevano chi governasse, ma raramente mettevano in discussione i presupposti di fondo del sistema stesso: consenso, moderazione e cambiamento graduale hanno contraddistinto la Repubblica Federale per decenni. Quell’epoca sta finendo, e non per colpa dell’AfD.

I partiti di governo tradizionali non hanno infatti iniziato a declinare con l’arrivo dell’AfD. La loro erosione era già avanzata prima che quel partito si imponesse come forza nazionale: elezione dopo elezione, CDU/CSU e SPD perdevano elettori mentre le formazioni minori guadagnavano terreno, le trattative di coalizione si facevano sempre più ardue, i governi meno stabili, e gli elettori cominciavano a dubitare che il voto producesse un qualsiasi cambiamento reale. Quella crisi l’AfD non l’ha creata: l’ha semplicemente intercettata.

Come molti movimenti che in Occidente hanno saputo intercettare il risentimento verso le classi dirigenti, il partito è cresciuto perché ha raccolto frustrazioni accumulate negli anni. La sua ascesa è stata meno una rottura improvvisa che la manifestazione visibile di una profonda perdita di fiducia nella classe dirigente. I numeri lo confermano: negli anni Novanta CDU/CSU e SPD raccoglievano insieme regolarmente oltre il 70 per cento dei voti; alle elezioni federali del 2021 sono scese sotto il 50 per cento. Nello stesso arco di tempo l’AfD, che non esisteva prima del 2013, è passata dal nulla al 20,8 per cento delle elezioni del 2025, fino a sfiorare oggi il 29 nei sondaggi. È la lenta italianizzazione del sistema tedesco, la fine dell’eccezione.

Il retroterra economico di questo malcontento non è astratto. La Germania, per decenni sinonimo di forza industriale e piena occupazione, attraversa una revisione dolorosa: i prezzi dell’energia sono rimasti strutturalmente alti e la competitività dell’industria ne risente. Volkswagen, icona stessa del miracolo economico tedesco, affronta forse la crisi più grave della sua storia. Secondo quanto riferito dalla Bild il 27 giugno 2026, il gruppo lavora a una ristrutturazione radicale che potrebbe interessare fino a 140.000 posti di lavoro nel mondo, di cui 50.000 nella sola Germania, con investimenti e ricerca tagliati di 50 miliardi di euro entro il 2031 e quattro stabilimenti, Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm, che potrebbero non ricevere nuovi modelli. Internamente si parla di una minaccia esistenziale. Ciò che per anni è stato descritto come un aggiustamento temporaneo assume ormai i tratti di un cedimento strutturale, e per milioni di tedeschi non è una statistica: è la fine della certezza che aveva definito le loro vite.

La svolta del 2015

Ma la pressione economica non è l’unica radice di questo malcontento. Il momento decisivo è arrivato nel 2015, quando la decisione della cancelliera Merkel di accogliere centinaia di migliaia di migranti ha trasformato la politica tedesca in modi che plasmano il Paese ancora oggi. I sostenitori vi videro una necessità umanitaria; i critici, la prova che il governo aveva rinunciato al controllo su una delle responsabilità statali più elementari, quella di decidere chi possa entrare nel Paese. Quale che sia la posizione in quel dibattito, le conseguenze sono difficili da contestare.

Milioni di tedeschi lessero il 2015 come qualcosa che andava ben oltre l’immigrazione: si apriva la questione, ben più ampia, della legittimita democratica. In molti conclusero che decisioni riguardanti l’identità nazionale, la sovranità e la stessa composizione futura del Paese fossero state prese senza un reale consenso popolare. La sfiducia, inizialmente rivolta a una singola politica, si estese così alla classe dirigente nel suo insieme, e la principale beneficiaria di quel rovesciamento fu proprio l’AfD.

Fondata come movimento euroscettico contrario alla moneta unica, dopo la crisi migratoria il partito si trasformo nel principale strumento di chi era ormai convinto che la classe dirigente non lo rappresentasse più. Ciò che molti osservatori liquidavano come un voto di protesta passeggero si è rivelato qualcosa di assai più duraturo. Per questo ridurre il successo dell’AfD alla sola immigrazione è una lettura fuorviante: le migrazioni hanno forse acceso la rivolta, ma a tenerla viva sono stati anni di stagnazione economica, prezzi dell’energia in aumento, fiducia calante nelle istituzioni e insoddisfazione verso governi che si succedevano senza cambiare nulla. L’ascesa del partito non misura tanto l’adesione al suo programma quanto il rigetto di chi ha governato la Germania per gran parte del dopoguerra.

A questa trasformazione l’establishment politico tedesco ha risposto erigendo quello che nel dibattito tedesco viene chiamato cordone sanitario: l’impegno di tutti i partiti a non collaborare in alcun caso con l’AfD né a lasciarle spazio di governo. Presentato all’inizio come misura eccezionale, quel cordone si è col tempo trasformato da scelta tattica in principio organizzatore dell’intera politica tedesca. E qui risiede il paradosso della Germania di oggi.

Nella maggior parte delle democrazie il successo elettorale avvicina un partito al potere. In Germania accade ormai spesso il contrario: quanto più l’AfD cresceva, tanto più tutti gli altri si stringevano per escluderla. Se i sondaggi nazionali saranno confermati, quasi un elettore tedesco su tre sosterrà un partito con cui nessun’altra grande formazione è disposta a governare. Per anni la strategia è parsa sostenibile, perché l’AfD restava isolata e ampie coalizioni contro di essa conservavano le maggioranze. Oggi quei presupposti sono ogni giorno più difficili da difendere, e lo si legge con particolare chiarezza a est.

L’Est: il laboratorio della Germania

Se il futuro della Germania si può intravedere da qualche parte, è infatti nelle regioni orientali. A oltre tre decenni dalla riunificazione, la Germania dell’Est continua a votare diversamente dall’Ovest. Gli analisti lo spiegano con l’economia, la demografia o gli effetti duraturi del dominio comunista, fattori importanti ma non più sufficienti. L’Est è diventato qualcosa di ben diverso: il laboratorio della Repubblica Federale, il luogo dove i mutamenti si manifestano prima.

Quegli schemi si ripetono ora su scala nazionale. La delusione verso i partiti tradizionali, lo scetticismo verso il potere centralizzato e il sostegno alle alternative sovraniste hanno raggiunto livelli più alti nell’ex Germania Est molto prima di estendersi a ovest. Ciò che sembrava un’anomalia regionale si è rivelato un allarme precoce, e la stessa dinamica si ripete adesso.

La vera misura della forza dell’AfD si trova in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. In Sassonia-Anhalt i sondaggi collocano il partito oltre il 40 per cento, ben davanti a ogni avversario, con CDU e SPD che a stento ne raggiungono insieme il livello; nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore l’AfD si attesta intorno al 35 per cento, quasi il doppio della SPD di governo. Berlino è un caso a sé: il 17-18 per cento che vi ottiene è frutto di un elettorato urbano particolare e non è paragonabile all’Est, e i sondaggi in vista del voto di settembre per la Camera dei deputati indicano una corsa serrata in cui Linke, Verdi, AfD e CDU si collocano vicinissimi, intorno al 17-20 per cento, con i Cristiano-democratici che hanno perso il primato di un tempo. Eppure anche in quella metropoli di sinistra l’AfD è più che raddoppiata rispetto al 2023, segno che la sua crescita non è più soltanto un fenomeno tedesco-orientale.

Cifre simili sarebbero state impensabili per gran parte della storia della Repubblica Federale, quando cristiano-democratici e socialdemocratici erano i due pilastri della democrazia tedesca. I governi cambiavano, le coalizioni si spostavano, ma quei due partiti restavano il centro insostituibile della vita pubblica. Oggi, in parti della Germania orientale, quel centro è in larga parte scomparso.

Fu proprio dall’Est che partì, oltre tre decenni fa, la trasformazione che abbattè il Muro di Berlino e rese possibile la riunificazione, e pochi, a ovest, immaginavano che la sfida decisiva all’ordine esistente sarebbe venuta da Lipsia, Dresda e Berlino Est. Ma la storia comincia spesso ai margini prima di raggiungere il centro, e qualcosa di simile sta forse accadendo di nuovo. Questa volta non è in gioco la riunificazione, bensì il futuro stesso del quadro politico consolidato: gli elettori dell’Est sono di nuovo un passo avanti alla classe dirigente e pongono le domande che Berlino ha a lungo rinviato.

Isolare o non l’AfD?

La più importante di quelle domande riguarda il cordone sanitario. Finché l’AfD non era abbastanza forte da poter governare, il rifiuto di collaborare aveva un costo politico contenuto. Quel calcolo diventa ben più gravoso quando il partito escluso vince con costanza le elezioni con margini a due cifre, e la Sassonia-Anhalt illustra il dilemma con particolare nettezza. Se i sondaggi attuali saranno confermati, l’AfD si presenterà non solo come primo partito, ma come forza dominante, e ogni coalizione immaginabile che la escluda richiederebbe che partiti dai programmi radicalmente diversi si uniscano attorno a un unico scopo: impedire al vincitore delle elezioni di assumere il potere.

Sul piano formale non vi è nulla di antidemocratico: i sistemi parlamentari producono regolarmente governi di coalizione. Ma nella pratica simili assetti diventano via via insostenibili man mano che cresce il divario tra forza elettorale e potere effettivo, e a un certo punto il cordone concepito per isolare un partito comincia a rimodellare l’intero sistema attorno a quell’unico obiettivo. È questo il paradosso che la Germania affronta oggi: quanto più l’AfD si rafforza, tanto più il cordone appare necessario ai suoi difensori, ma ogni elezione che lo rafforza rafforza al tempo stesso l’argomento centrale del partito, quello secondo cui milioni di tedeschi possono votare per il cambiamento senza ottenerlo mai.

Quando Friedrich Merz è tornato alla guida dei cristiano-democratici, molti conservatori vi hanno visto l’ultima occasione della CDU per invertire il declino. A differenza di Angela Merkel, Merz aveva promesso un profilo conservatore ben marcato: parlava apertamente di ripristinare i controlli alle frontiere, di risollevare l’economia e di invertire la rotta seguita dalla Germania nel decennio precedente. Il messaggio era chiaro, e non privo di forza: gli elettori passati all’AfD potevano tornare, e senza abbandonare il centro.

Molti osservatori davano infatti per scontato che il sostegno all’AfD riflettesse il malcontento verso la Merkel, non un riallineamento più profondo dell’elettorato; una volta che la CDU avesse ripreso a parlare il linguaggio del buon governo conservatore, gli elettori di protesta sarebbero rientrati. Quell’assunto affronta ora la sua prima vera prova. Merz ha cercato di cambiare la retorica della CDU senza rimettere davvero in discussione la strategia che ha definito per anni il centrodestra tedesco, e settembre potrebbe rivelare che molti suoi ex elettori cercavano qualcosa di più radicale di un semplice cambio di tono.

Se le urne confermeranno i sondaggi, la conclusione sarà difficile da eludere: la crisi tedesca non si spiega come mera reazione all’eredità della Merkel, ma è diventata qualcosa di ben più vasto. I numeri già lo indicano. Su scala nazionale la CDU insegue l’AfD di quasi otto punti; nella Germania orientale il divario è ancora maggiore, e in Sassonia-Anhalt i Cristiano-democratici otterrebbero poco più della metà dei consensi del partito della Weidel e Chrupalla. Solo un decennio fa sarebbe stato inconcepibile.

Generazioni di tedeschi hanno considerato la CDU il partito di governo naturale, la casa di Konrad Adenauer, Helmut Kohl e, per sedici anni, Angela Merkel: non un attore politico tra i tanti, ma l’ancora istituzionale della Repubblica Federale. Conquistare oltre il 40 per cento dei voti era un tempo la misura del successo; oggi la CDU fatica a raggiungerne persino la metà. Merz potrebbe scoprire che cambiare la retorica è assai facile, ricostruire una fiducia perduta molto meno, perché gli elettori che hanno lasciato la CDU non attendono necessariamente una versione appena più conservatrice dello stesso partito. Molti hanno semplicemente concluso che il partito stesso è diventato parte di quella classe dirigente in cui non si riconoscono più.

I cristiano-democratici si trovano così davanti a un dilemma senza soluzione facile: se la CDU continua a spostarsi a destra rischia di perdere l’elettorato centrista senza riconquistare chi se n’è già andato; se torna alla rotta della Merkel, rafforza proprio le condizioni che hanno alimentato l’ascesa dell’AfD. Ogni strada ha il suo prezzo. Settembre non misurerà soltanto la popolarità di Merz: dirà se il centrodestra tradizionale sia ancora capace di assorbire il malcontento popolare o se quel ruolo sia ormai passato in modo permanente a un altro partito. È una questione che va ben oltre il futuro di un singolo cancelliere e tocca il cuore del modello che per decenni è stato sinonimo di stabilità europea.

La posta in gioco per l’Italia

L’Italia ha tutte le ragioni per seguire con attenzione ciò che accade a Berlino, e non solo per ragioni economiche. La Germania è la maggiore economia dell’Unione, il primo partner commerciale di Roma e, con il piano di riarmo più ambizioso dalla Guerra fredda, il Paese che punta a dotarsi del primo esercito convenzionale del continente. Ciò che si decide a Berlino ridefinisce gli equilibri strategici dell’Europa, e una Germania politicamente instabile, con un terzo dell’elettorato che ne contesta l’intero ordine, è un fattore di incertezza che pesa direttamente sull’interesse nazionale italiano. Nella NATO, nella politica di difesa comune, nella gestione dei confini esterni e negli equilibri dentro l’Unione, la solidità o la fragilità di Berlino condiziona il margine di manovra di cui Roma dispone. Ma il legame ha anche un volto umano. In Germania vivono oltre ottocentomila cittadini italiani, la seconda comunità straniera del Paese, eredi in gran parte di quella emigrazione che dall’accordo bilaterale del 1955 portò centinaia di migliaia di lavoratori italiani nelle fabbriche tedesche. La comunità più numerosa si trova ancora oggi a Wolfsburg, la città della Volkswagen, arrivata al seguito di quella stessa industria dell’automobile che oggi vacilla: quei lavoratori emigrati e i loro discendenti sono parte viva del rapporto tra i due Paesi, e le turbolenze tedesche li riguardano da vicino. Ciò che accade in Germania, del resto, raramente resta in Germania.

Il riassetto di Berlino si traduce in scelte concrete che investono direttamente Roma: dal controllo delle frontiere esterne, che l’Italia presidia come frontiera meridionale dell’Unione, alla sicurezza energetica e alla politica industriale, fino alla posizione tedesca sull’allargamento dell’Unione e sui vincoli di bilancio. Su ciascuno di questi dossier una Germania forte e coesa e una Germania lacerata al proprio interno producono esiti opposti, e l’Italia ha interesse a sapere con quale delle due dovrà trattare.

Nemmeno l’Italia è immune a una dinamica simile: per decenni il potere si è alternato tra i grandi schieramenti, le trattative di coalizione si sono fatte via via più intricate e la fiducia nelle istituzioni ha registrato il medesimo calo. La differenza, decisiva, è che il sistema italiano ha già conosciuto il proprio riallineamento. Con l’ascesa di Fratelli d’Italia e la vittoria del 2022, una forza a lungo relegata ai margini è arrivata al governo senza che le si erigesse contro alcun cordone sanitario, e ha potuto misurarsi con la prova del potere. La Germania mostra dove conduce la strada opposta: l’esclusione sistematica di una parte crescente dell’elettorato, quando le cause profonde del malcontento restano senza risposta.

In una prospettiva d’insieme, la Germania pone un interrogativo che investe l’intero Occidente: per quanto tempo i partiti di governo possono continuare a perdere la fiducia dei cittadini mantenendo istituzioni pensate per un’altra epoca? E a che punto l’esclusione dal potere di una quota ampia e crescente dell’elettorato comincia a erodere la fiducia nella democrazia stessa? Sono domande che non sono più soltanto tedesche.

A lungo la Germania è parsa immune: una storia particolare, una responsabilità particolare, una particolare cautela verso tutto ciò che sapesse di nazione, di identità, di rivolta contro l’ordine liberale. Ma quella eccezionalità ha avuto un prezzo, perché le domande che altrove venivano poste e discusse, in Germania sono state per anni semplicemente rimosse. Settembre mostra che non erano svanite: aspettavano soltanto.

Tutto questo conferisce alle urne di settembre un peso particolare. Se i sondaggi non sbaglieranno, l’AfD conquisterà in Sassonia-Anhalt una vittoria quale i partiti tradizionali non vedevano da decenni, e un partito che dieci anni fa superava a stento la soglia di sbarramento diventerà con ogni probabilità la prima forza in uno Stato federato di oltre due milioni di abitanti. Non è soltanto un risultato elettorale: è il segnale che la vecchia Germania è finita e che quella nuova comincia appena.

Le elezioni di settembre non risolveranno da sole la crisi, ma possono dare una risposta chiara a una domanda che Berlino rinvia da anni. Se i sondaggi diranno il vero, settembre non deciderà soltanto i rapporti di forza tra i partiti: dirà se il modello politico tedesco, per decenni esempio di stabilità europea, possa ancora reggere su presupposti che gran parte degli elettori non accetta più.

[Foto: PantheraLeo1359531 CC 4.0 sa by]

Nota: Le opinioni espresse negli articoli sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni della Fondazione Machiavelli.

CONDIVIDI:

Autore dell'articolo

Contenuti correlati