Introduzione
Negli ultimi venticinque anni la cooperazione russo-iraniana ha attraversato settori sensibili e strategici, passando dall’assistenza nucleare civile, emersa negli anni Novanta con la centrale di Bushehr, fino alle più recenti collaborazioni in ambito tecnologico-militare, con particolare riferimento ai sistemi senza pilota. Questa traiettoria riflette una dinamica costante: Mosca e Teheran, sottoposte a pressioni e sanzioni occidentali, hanno trasformato le restrizioni in incentivo a sviluppare canali paralleli di interazione tecnologica e militare.
Il nucleare civile come primo banco di prova (1995–2015)
Il simbolo della cooperazione russo-iraniana nel campo tecnologico resta l’impianto di Bushehr. Dopo la sospensione dei contratti con Paesi occidentali, fu la società russa Atomstroyexport a completare la centrale, entrata in funzione nel 2011. Per Teheran, Bushehr rappresentava la dimostrazione che un grande attore internazionale fosse disposto a superare le pressioni occidentali e collaborare in un settore strategico. Per Mosca, il progetto costituiva al tempo stesso un ritorno sul mercato nucleare internazionale e un segnale di autonomia politica.
Il progetto di Bushehr fu, in realtà, il primo grande cantiere nucleare estero della Russia post-sovietica. Dopo il collasso dell’URSS, nessun altro Stato avrebbe accettato di costruire un reattore in Iran dopo la rivoluzione del 1979. Il sito, originariamente avviato dalla compagnia tedesca Siemens negli anni Settanta, era stato gravemente danneggiato durante la guerra Iran-Iraq del 1984. Solo a partire dal 1992, con un nuovo clima di cooperazione economica, Iran e Russia firmarono un accordo di lungo periodo che includeva due protocolli per la costruzione di centrali nucleari a uso civile, tra cui quella di Bushehr.
L’intesa prevedeva una cooperazione estesa: costruzione di centrali, ciclo del combustibile, fornitura di reattori di ricerca, riprocessamento del combustibile esaurito, produzione di isotopi per la ricerca scientifica e medica, e formazione di tecnici iraniani presso il Moscow Engineering Physics Institute (MEPhI) (vedi Habibi Roudsari, “Iran’s Nuclear Program in the Context of the Russian-Iranian Relations”, Cyberleninka.ru).
Nel 1993 l’intelligence estero russo (SVR RF) stimò che l’Iran stesse effettivamente portando avanti attività di ricerca nucleare militare, ma che esse fossero ancora molto lontane da una capacità operativa: non prima di dieci anni. L’approccio di Mosca rimase quindi prudente: favorire la cooperazione civile, mantenendo però relazioni gestibili con l’Occidente.
Nel gennaio 1995, l’Atomic Energy Organization iraniana e il Ministero dell’Energia Atomica russo siglarono l’accordo definitivo per completare Bushehr e prevedere la costruzione di altri tre reattori. L’impegno contrattuale era di terminare i lavori in 55 mesi, ma la centrale fu completata solo nell’agosto 2010, dopo rinvii dovuti a difficoltà finanziarie, ostacoli tecnici e pressioni internazionali.
L’allora ministro russo dell’Energia Atomica, Viktor Mikhailov, riassunse così la logica del progetto:
«Che cosa poteva offrire la Russia sui mercati mondiali? Avevamo una sola forza: il nostro potenziale scientifico e tecnico. La nostra unica possibilità era la cooperazione nel campo dell’energia nucleare pacifica, settore in cui il Minatom restava leader.» (Russian-Iranian Nuclear Cooperation: 1992-2006 Ter-Oganov, Center for Iranian Studies)
In quegli anni, la Russia attraversava una profonda crisi economica e istituzionale. L’accordo con Teheran rappresentò un’occasione di sopravvivenza industriale oltre che geopolitica. È stimato che Mosca abbia guadagnato dal progetto tra 800 e 900 milioni di dollari, una cifra considerevole per l’epoca, specie considerando che l’Iran avrebbe versato l’80% in valuta pregiata. (Center for Strategic and International Studies Arleigh A. Burke Chair in Strategy “Iranian Nuclear Weapons? The Uncertain Nature of Iran’s Nuclear Programs”)
La Russia, pur non cercando uno scontro diretto con gli Stati Uniti nel Medio Oriente, vedeva in Bushehr un mezzo per riaffermare la propria presenza tecnologica e diplomatica, utilizzando la cooperazione energetica come strumento di ritorno sulla scena internazionale.
Parallelamente, Mosca continuò a fornire assistenza tecnico-scientifica ai programmi iraniani sotto la supervisione dell’AIEA. Pur mantenendo una linea ufficiale di rispetto degli accordi, la Russia assunse una posizione ambivalente: mediatore tra Teheran e le potenze occidentali, ma anche partner industriale essenziale per lo sviluppo del nucleare civile iraniano.
Durante i recenti attacchi ordinati dal presidente statunitense Donald Trump contro siti nucleari iraniani nel 2025, la centrale di Bushehr non è stata colpita. Secondo fonti internazionali, questa scelta è stata dettata dal rischio di un disastro radiologico in caso di impatto sul reattore. Il direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Rafael Grossi, ha sottolineato che un attacco diretto a Bushehr avrebbe potuto compromettere la sicurezza dell’intera regione, comportando la dispersione di materiale radioattivo (Wall Street Journal, 22 giugno 2025).
L’esclusione del sito di Bushehr dagli obiettivi militari conferma dunque il suo ruolo peculiare: non solo simbolo della cooperazione russo-iraniana, ma anche punto di equilibrio strategico che nessuno degli attori regionali — né Washington, né Tel Aviv, né Mosca — può permettersi di compromettere.
Sanzioni e resilienza: un’alleanza rafforzata (2010–2025)
Le pressioni internazionali sul programma nucleare iraniano — a partire dall’annuncio dell’arricchimento al 20% da parte di Mahmoud Ahmadinejad nel 2010 e dalla conseguente risoluzione ONU 1929 — segnarono l’avvio di una fase in cui Mosca e Teheran rafforzarono rapporti economici e tecnologici per attenuare gli effetti delle restrizioni esterne. La Russia mantenne una duplice linea: da un lato partecipò alle iniziative multilaterali e alle votazioni del Consiglio di Sicurezza volte a contenere il programma iraniano; dall’altro conservò relazioni bilaterali strategiche con l’Iran, offrendo canali commerciali, assistenza tecnica (incluso il progetto Bushehr) e un margine di manovra politico-diplomatico.
L’elezione di Hassan Rouhani e la successiva conclusione del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) nel 2015 produssero una finestra di parziale normalizzazione: l’accordo circoscrisse l’arricchimento e istituì controlli IAEA estesi, mentre la Russia giocò un ruolo di primo piano nel definire meccanismi tecnici e di verifica. Tuttavia, il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA nel 2018 e la reintroduzione delle sanzioni americane spinsero nuovamente Teheran e Mosca verso una maggiore cooperazione di resilienza economica e tecnologica.
Nel settembre 2025 il meccanismo di “snapback”, previsto dalla risoluzione ONU che aveva approvato il JCPOA, è stato attivato dalle potenze europee (E3: Francia, Germania e Regno Unito) e si è concretamente tradotto nella reimposizione automatica di una serie di restrizioni internazionali su Teheran. La riattivazione è stata comunicata e recepita da numerosi attori internazionali, con provvedimenti conseguenti a livello dell’Unione Europea e di singoli Stati.
L’azione di snapback è stata motivata da violazioni iraniane delle obbligazioni di non proliferazione — in particolare, l’accelerazione dei livelli di arricchimento e l’ampliamento delle scorte di materiale fissile — e si è tradotta in misure che ripristinano divieti su esportazioni di materiali e tecnologie sensibili, restrizioni sugli armamenti e strumenti finanziari di pressione. La reimposizione delle misure internazionali ha avuto effetti immediati: oltre all’azione normativa dell’UE e di singoli governi, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato misure mirate contro reti di approvvigionamento iraniane in linea con il ripristino dello status sanzionatorio.
La decisione ha però prodotto una frattura diplomatica: Russia e Iran hanno contestato la legittimità politica e giuridica del provvedimento — Mosca lo ha definito “privo di forza vincolante” nelle sue comunicazioni ufficiali — mentre altri attori multilaterali e regionali hanno sostenuto la necessità di riaffermare i controlli. Questo contrasto riflette la natura della partnership russo-iraniana: una cooperazione profonda su aspetti pratici e tecnici, ma con limiti politici evidenti quando le posizioni internazionali si polarizzano.
La riattivazione della clausola di snapback riafferma due caratteristiche chiave del sistema di non proliferazione post-JCPOA: (a) la persistenza di strumenti multilaterali con capacità tecniche di reazione automatica; (b) la dipendenza degli effetti politici dall’allineamento (o meno) degli attori principali al Consiglio di Sicurezza. Per Mosca e Teheran, il risultato è duplice: da un lato, una maggiore pressione sulle catene di fornitura e sulle possibilità di approvvigionamento tecnologico per l’Iran; dall’altro, una rinnovata spinta alla diversificazione di rotte commerciali e di cooperazione tecnico-industriale — anche nel settore della difesa e dei droni — laddove le sanzioni ostacolano canali tradizionali.
In termini pratici, la rapidità della reimposizione e la portata delle misure impongono a osservatori e decisori europei la necessità di monitorare con attenzione le catene industriali dual-use, i flussi finanziari non convenzionali e la resilienza delle infrastrutture critiche. Allo stesso tempo, la reazione russa — ambigua sul piano politico ma concreta sul piano pratico — conferma la natura di “partnership strumentale”: Mosca è pronta a cooperare con Teheran dove i vantaggi economici e strategici sono evidenti, ma non a sacrificare del tutto la sua capacità di relazionarsi con altri attori regionali e globali.
Dal nucleare ai droni: la nuova fase (2020–2025)
L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha inaugurato una nuova stagione di sanzioni economiche e tecnologiche contro Mosca, paragonabile per intensità e portata a quella sperimentata da Teheran negli anni Duemila. Questa condizione di isolamento simultaneo ha creato un terreno fertile per un avvicinamento senza precedenti tra i due Paesi, fondato su un principio di reciproca necessità: la Russia, potenza industriale ma privata dell’accesso ai mercati occidentali, e l’Iran, laboratorio di resilienza tecnologica abituato a operare sotto embargo, hanno unito le rispettive esperienze nel campo della difesa, dell’aerospazio e dell’elettronica militare.
Se negli anni Novanta la centrale di Bushehr rappresentava il simbolo della cooperazione nucleare e della sfida alle sanzioni internazionali, oggi la stessa funzione è svolta dai droni Shahed-131/136, forniti dall’Iran e ridenominati in Russia Geran-2. Questi velivoli a basso costo, impiegati in modo massiccio nel conflitto ucraino, hanno mostrato la capacità di Teheran di trasferire know-how strategico e di Mosca di adattarlo rapidamente alle proprie esigenze operative. La produzione congiunta di droni è così diventata il nuovo asse della cooperazione russo-iraniana, segnando il passaggio dal “nucleare civile” al “duale militare”.
La dinamica bilaterale si è sviluppata secondo uno schema ormai consolidato:
- L’isolamento internazionale come fattore propulsivo. Sia Mosca che Teheran hanno convertito le sanzioni in un catalizzatore per l’innovazione autonoma e la cooperazione sud-sud.
- La Russia come integratore di tecnologie iraniane. Gli ingegneri russi hanno modificato i progetti dei droni iraniani per adattarli ai propri standard industriali, sostituendo componenti critici con equivalenti russi o di provenienza asiatica.
- La creazione di circuiti industriali e logistici paralleli. Attraverso reti di aziende di copertura, triangolazioni commerciali e hub logistici in Paesi terzi (come Armenia e Kazakistan), i due Paesi hanno continuato a scambiarsi materiali sensibili aggirando i regimi sanzionatori.
Secondo inchieste internazionali e fonti d’intelligence occidentali, nel 2024 la Russia ha avviato linee di produzione locali di droni derivati dai modelli Shahed presso la zona industriale di Yelabuga, nel Tatarstan. L’obiettivo, secondo le stime pubblicate da The Washington Post e dal think tank Institute for Science and International Security, è raggiungere l’autosufficienza entro il 2026, producendo fino a 6.000 unità all’anno. Le immagini satellitari mostrate da CNN e Reuters hanno confermato la presenza di nuovi hangar e piste di prova nell’area, oltre alla cooperazione di tecnici iraniani in loco.
Questa sinergia si inserisce in un contesto geopolitico in mutamento. Mentre l’Occidente intensifica le restrizioni sull’export di microchip, componenti ottici e software per la navigazione, Teheran fornisce a Mosca le piattaforme e le conoscenze necessarie per mantenere la produzione di droni e munizioni circuitali. Mosca, dal canto suo, mette a disposizione risorse finanziarie, copertura diplomatica e accesso a reti logistiche euro-asiatiche, garantendo così la continuità di approvvigionamento iraniano.
Il parallelo con l’esperienza nucleare è evidente. Come negli anni Novanta la collaborazione su Bushehr permise a Teheran di sviluppare competenze e a Mosca di riaffermare la propria influenza tecnologica, oggi il programma bilaterale di produzione di droni rappresenta un’alleanza di sopravvivenza strategica. La “tecnologia condivisa sotto sanzioni” diventa uno strumento politico: un modo per affermare autonomia rispetto all’ordine economico occidentale e per costruire catene produttive alternative.
Nel 2025, l’attivazione del meccanismo di snapback da parte dell’E3 (Francia, Germania, Regno Unito) ha ristabilito le sanzioni internazionali contro l’Iran, aggravando ulteriormente l’isolamento economico di Teheran. Tuttavia, la reimposizione delle misure non ha frenato la cooperazione con Mosca. Al contrario, il contesto di pressione comune ha spinto i due Paesi a rafforzare i collegamenti industriali e militari, trasformando la “partnership di necessità” in un’architettura stabile di mutua dipendenza.
Oggi, la produzione congiunta di droni nel Tatarstan è solo la punta dell’iceberg di un sistema più ampio che include scambi su tecnologie missilistiche, difesa aerea e intelligence elettronica. L’esperienza accumulata in decenni di cooperazione nucleare — dai trasferimenti di know-how agli accordi di fuel cycle supervisionati da Mosca — ha costituito la base culturale e organizzativa su cui è nata la nuova era della cooperazione militare-industriale russo-iraniana.
In definitiva, l’asse Mosca-Teheran nel settore dei droni rappresenta la continuità logica di un modello di cooperazione sviluppato sotto sanzioni e consolidato dal bisogno reciproco di sopravvivenza strategica. Come Bushehr negli anni Novanta, i Geran-2 del 2020 incarnano l’idea di un partenariato fondato sulla resilienza, sulla capacità di adattamento tecnologico e sulla progressiva costruzione di un ordine alternativo a quello occidentale.
Conclusione
La parabola che va da Bushehr ai Geran-2 dimostra come la cooperazione russo-iraniana sia divenuta un asse strutturale della geopolitica eurasiatica. Non si tratta più di una collaborazione episodica, ma di un’infrastruttura di lungo periodo che unisce comparti sensibili — nucleare, difesa, aerospazio, elettronica — in una rete di resilienza industriale e diplomatica capace di resistere alla pressione delle sanzioni. Le esperienze passate mostrano che ogni ondata di isolamento internazionale, invece di spezzare i legami tra Mosca e Teheran, ne ha accelerato l’integrazione tecnica e logistica.
Per l’Italia e per l’Europa, questa evoluzione implica due lezioni centrali. Primo, occorre riconoscere che l’asse Mosca–Teheran non è solo una minaccia militare, ma anche una fonte di innovazione tecnologica “alternativa”, che opera al di fuori dei regimi di controllo occidentali e sfida la capacità di monitoraggio delle istituzioni multilaterali. Secondo, le sanzioni, se non accompagnate da strategie di contenimento mirate e da strumenti di deterrenza tecnologica, possono diventare un motore di cooperazione tra potenze revisioniste e contrarie al regime sanzionatorio.
Nel 2000 la collaborazione russo-iraniana era concentrata su un singolo progetto infrastrutturale, quello della centrale di Bushehr; nel 2025 è ormai una filiera militare-tecnologica con implicazioni dirette per la sicurezza europea. La produzione congiunta di droni, la condivisione di componenti elettroniche e la creazione di canali paralleli di approvvigionamento rappresentano un banco di prova per le politiche di controllo dell’export e per la coesione strategica del blocco euro-atlantico.
Per l’Italia, la priorità non può limitarsi al rispetto formale dei regimi sanzionatori, ma deve tradursi in un monitoraggio attivo delle catene dual-use, nel rafforzamento delle capacità investigative e nel sostegno a iniziative europee di intelligence economica. Allo stesso tempo, è necessario anticipare le conseguenze geopolitiche di una partnership che non mostra segni di esaurimento: la crescente convergenza tra Mosca e Teheran potrebbe influenzare il Mediterraneo orientale, il Caucaso e persino le dinamiche energetiche che coinvolgono il nostro Paese.
In sintesi, dal nucleare civile alla produzione di droni, la relazione russo-iraniana incarna un modello di adattamento e sopravvivenza tecnologica sotto pressione. Per l’Europa e per l’Italia, comprenderne la logica e i meccanismi non è soltanto un esercizio di analisi, ma una necessità strategica per difendere la propria autonomia industriale, politica e di sicurezza nel nuovo contesto multipolare.