Dal collasso alla sicurezza: il modello Bukele come spunto per l’Europa occidentale

Key Takeaways

Nayib Bukele, giovane presidente salvadoregno, ha trasformato un paese al collasso e in guerra civile permanente in una delle nazioni più sicure del continente americano. Un modello che può dare spunti anche al nostro paese.
Introduzione

Quali sono i presupposti strategici, politici e culturali del cosiddetto modello Bukele? È questo un fenomeno ancora poco esplorato nel dibattito europeo contemporaneo. In questo contesto, è importante evidenziare le sfide che la società europea si trova ad affrontare, tra cui il crescente senso di insicurezza e il bisogno di un’autorità statale più efficace. È possibile valutare, attraverso un’analisi comparativa, la possibile adattabilità di tale modello ai contesti dell’Europa occidentale, con particolare attenzione al caso italiano?

Ci concentreremo su temi centrali come il ripristino dell’ordine pubblico, la riaffermazione della sovranità statale in aree urbane marginalizzate e il rafforzamento dell’autorità istituzionale, oggi frequentemente messe in discussione. In tale quadro, sarà preso in considerazione anche il ruolo dell’immigrazione irregolare come fattore che contribuisce al degrado sociale e alla diffusione della criminalità, insieme ad altri elementi come la mancanza di integrazione e l’assenza di efficaci politiche di controllo.

L’obiettivo non è di natura ideologica, ma analitica: si vuole capire in che modo le strategie adottate in El Salvador possano essere adattate ai contesti europei, cercando di superare visioni superficiali e offrire un contributo utile a una riflessione pubblica più chiara, concreta e basata su fatti reali, su temi spesso trascurati o mal interpretati nel dibattito politico attuale. Si intende quindi stimolare un confronto aperto tra esperti, politici e cittadini interessati alla sicurezza e alla sovranità nazionale.

Dalla guerra civile all’inferno criminale: le radici del collasso salvadoregno

Nel 2015 El Salvador registrava 6.656 omicidi, equivalenti a un tasso di 105 morti violente ogni 100.000 abitanti. Si trattava, di fatto, del Paese più violento al mondo in tempo di pace.

Oggi, a distanza di dieci anni, El Salvador è considerato da diverse fonti ufficiali come il Paese più sicuro del continente americano. Come è stato possibile un cambiamento tanto radicale? Quali politiche hanno permesso a una nazione prigioniera della criminalità di riscattarsi e riconquistare il controllo del proprio territorio?

Per comprendere appieno questo fenomeno, è necessario ripercorrere la storia recente di El Salvador, con particolare attenzione agli ultimi cinquant’anni e, soprattutto, agli eventi e alle decisioni cruciali degli ultimi dieci.

Questo periodo di transizione è stato caratterizzato da un forte conflitto interno e da una pressione internazionale che ha imposto la necessità di cambiamenti strutturali profondi. È una storia di degrado e insicurezza, ma anche di riscatto, ordine e restaurazione dell’autorità statale, in un contesto in cui l’ideologia dei diritti senza doveri aveva ridotto le istituzioni all’impotenza. Il caso salvadoregno offre spunti di riflessione importanti anche per l’Europa e per quelle nazioni occidentali che oggi si trovano ad affrontare sfide simili: insicurezza urbana, zone franche governate dalla criminalità e uno Stato incapace, o non disposto a difendere i propri cittadini. In questo senso, il modello Bukele potrebbe rappresentare un punto di partenza, benché non una soluzione universale, per riformulare approcci più efficaci in Europa.

Guerra civile e nascita delle maras

Per comprendere le radici profonde della crisi di sicurezza che ha colpito El Salvador negli ultimi decenni, bisogna partire dalla sua guerra civile, iniziata nel 1979 con un colpo di Stato militare che destituì il presidente di allora, il generale Carlos Humberto Romero. Le cause furono molteplici: disuguaglianza sociale ed economica, corruzione endemica e, soprattutto, l’interferenza ideologica esterna nel contesto della Guerra Fredda.

Il bilancio di quel conflitto è drammatico: oltre 75.000 morti e più di un milione di rifugiati e sfollati. Durante e dopo la guerra civile sono emersi gruppi armati e criminali che hanno segnato la storia recente del Paese: il FMLN (El Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional), principale movimento guerrigliero, e le bande Mara Salvatrucha (MS-13) Barrio 18, considerate tra le più pericolose organizzazioni criminali del mondo contemporaneo

Questi gruppi si sono dedicati sistematicamente a omicidi, sparizioni forzate, torture, estorsioni e traffico di droga, trasformando il tessuto sociale salvadoregno in un campo di battaglia permanente.

Nel 1992 venne firmato l’accordo di pace, ma quello che avrebbe dovuto essere un periodo di riconciliazione si trasformò in un’epoca di violenza senza precedenti. Lo Stato perse progressivamente il controllo su ampie aree del territorio, lasciando spazio alla proliferazione delle maras e delle bande criminali, che trovarono terreno fertile nell’estrema povertà, nella disoccupazione e nell’assenza di Stato. La mancanza di una vera riforma delle forze dell’ordine e la debolezza delle istituzioni giudiziarie permisero alle bande di consolidare il proprio potere con una brutalità crescente.

Il 2015: l’anno più violento

Per vent’anni El Salvador visse una guerra permanente, non solo tra lo Stato e le bande criminali, ma anche tra le bande stesse. Secondo i dati raccolti dalla CNN, il 2015 fu l’anno nero: 6.656 omicidi, pari a 103 morti ogni 100.000 abitanti, la cifra più alta al mondo in tempo di pace. In quell’anno fallì definitivamente la cosiddetta tregua tra il governo e le bande, firmata nel 2012 con l’obiettivo di ridurre la violenza. Questa rottura segnò l’inizio di un’escalation violenta e un declino ancora più profondo della sicurezza pubblica, che scosse la popolazione e le istituzioni a livello profondo.

Le misure chiave di Bukele nella lotta contro le pandillas

Il 2015 segnò un punto di svolta. Vennero create unità speciali di reazione, ma il vero cambio di paradigma arrivò nel 2019 con l’elezione di Nayib Bukele. Ma prima di parlare dei suoi successi come presidente e di come ha cambiato per sempre la lotta contro la criminalità organizzata, bisogna chiedersi: chi è Bukele? Come è arrivato al potere?

Il 3 febbraio 2019 Nayib Bukele, dopo aver vinto le elezioni presidenziali, è diventato il presidente più giovane nella storia di El Salvador e, al tempo stesso, il più giovane di tutta l’America Latina. Ma come è riuscito a raggiungere tale posizione?

La sua carriera politica ebbe inizio nel maggio del 2012, quando assunse la carica di sindaco di Nuevo Cuscatlán, un piccolo comune del dipartimento di La Libertad. Fin dall’inizio del suo mandato promosse cambiamenti significativi nella vita dei cittadini, concentrando la sua amministrazione sulla lotta alla corruzione, molto radicata a livello municipale. Sotto il motto “il denaro basta quando nessuno ruba”, avviò progetti volti sia allo sviluppo delle infrastrutture sia al sostegno sociale ed educativo, spesso attraverso programmi di borse di studio. Tra queste iniziative spicca la costruzione, nel 2014, della Biblioteca Municipale, la prima biblioteca pubblica digitale e gratuita del Paese, con l’obiettivo di garantire l’accesso all’informazione a una delle comunità più povere di El Salvador. Questo tipo di politiche, insieme ai progressi nella trasparenza amministrativa e nella riduzione della violenza locale, consolidarono la sua immagine pubblica e lo spinsero a candidarsi per una sfida ancora più grande: la guida della capitale, San Salvador.

Nel 2015, dopo una competizione elettorale molto serrata, Bukele ottenne più di 89.000 voti e divenne sindaco della capitale. La sua nuova sfida consisteva nel trasferire i risultati ottenuti in un comune di meno di 10.000 abitanti a una città di oltre 335.000, che all’epoca soffriva non solo gravi carenze infrastrutturali, ma anche una situazione di sicurezza estremamente critica. Ampie aree della capitale erano infatti sotto il controllo delle bande criminali, in particolare delle maras, che imponevano le proprie regole, limitavano la libertà di movimento della popolazione e di fatto sottraevano al governo centrale l’esercizio della sovranità.

Una delle prime iniziative intraprese dal nuovo sindaco fu il programma “Un’opera al giorno”, che prevedeva la realizzazione quotidiana di un intervento concreto, per un totale di oltre mille progetti nel corso del mandato. Questi interventi riguardarono infrastrutture (parchi, centri comunitari, vie di accesso), illuminazione pubblica, spazi ricreativi, istruzione e cultura, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Per quanto riguarda la sicurezza, dato che il controllo della polizia e delle forze dell’ordine non rientrava nelle competenze comunali, Bukele orientò la propria azione alla prevenzione: installò telecamere di videosorveglianza, potenziò l’illuminazione nei quartieri più pericolosi e puntò sull’urbanistica e la riqualificazione degli spazi pubblici. La gestione della capitale rafforzò ulteriormente la sua immagine politica e lo proiettò verso il suo obiettivo più ambizioso: la presidenza del Paese.

Il percorso verso la presidenza, tuttavia, non fu semplice. Il 10 ottobre 2017 fu espulso dal partito di cui faceva parte, il FMLN, a seguito di una serie di conflitti interni nei quali entrambe le parti si accusarono di tradire i principi del partito e del Paese. Lontano dall’abbandonare la politica, il 25 dello stesso mese Bukele fondò il suo movimento, Nuevas Ideas. Questo nuovo partito si presentò come una rottura con i partiti tradizionali, proponendo Bukele come leader carismatico e come unica figura in grado di affrontare i principali problemi del Paese: corruzione, violenza e inefficienza della classe politica tradizionale.

Il suo messaggio si riassumeva in due parole: “cambiamento” e “rinnovamento”. Con un linguaggio diretto, si rivolse alla popolazione, soprattutto ai giovani invitandola a diventare protagonista del processo di trasformazione del Paese. Prometteva una linea dura contro le bande criminali e il crimine organizzato e cercava di riconnettersi con un elettorato stanco dell’insicurezza e della stagnazione politica.

Dopo una campagna elettorale intensa, il 3 febbraio 2019 il popolo salvadoregno elesse Nayib Bukele presidente per il periodo 2019-2024, ponendo fine a oltre trent’anni di bipartitismo.

La sua amministrazione lanciò il Plan Control Territorial (PCT), un programma ambizioso per smantellare il potere delle bande criminali e ristabilire il controllo statale.

Le principali azioni inclusero:

  • Militarizzazione del territorio;
  • Creazione di “cinture di sicurezza” con blocchi e checkpoint;
  • Uso di droni, telecamere e tecnologie di sorveglianza;
  • Riforme giudiziarie che hanno consentito arresti rapidi e una detenzione preventiva più lunga. Inoltre, furono intensificati i programmi sociali per prevenire la recluta dei giovani nelle maras, con investimenti in istruzione, lavoro e reinserimento sociale, elementi cruciali per un approccio integrato.

I risultati? Gli omicidi sono calati costantemente, passando da 3.346 nel 2018 a soli 114 nel 2024 secondo gli ultimi rapporti governativi.

Un’altra misura che ha attirato l’attenzione internazionale, spesso accompagnata da controversie, è stata la costruzione della Mega-Carcere. Situato nel sud del paese, questo complesso penitenziario di circa 23 ettari è stato progettato per ospitare oltre 40.000 detenuti, per la maggior parte appartenenti alle pandillas e considerati tra i criminali più pericolosi del paese. Questo polo detentivo rappresenta un elemento centrale nella strategia di contenimento e segregazione del crimine organizzato, anche se non mancano le critiche, soprattutto da parte della sinistra e dei gruppi progressisti, che sollevano interrogativi riguardo ai diritti umani e alle condizioni carcerarie, spesso senza riconoscere l’efficacia di queste misure nel ristabilire la sicurezza e l’ordine pubblico.

Conclusioni

L’esperienza di El Salvador, pur maturata in un contesto culturale e giuridico molto diverso da quello europeo, dimostra che è possibile invertire un ciclo di degrado e criminalità quando lo Stato recupera la propria capacità di controllo del territorio e assume una linea d’azione coerente, prolungata e priva di compromessi. L’Italia si trova oggi a un bivio simile: le periferie degradate, le “zone franche” sottratte di fatto all’autorità pubblica e la percezione diffusa di insicurezza stanno mettendo in discussione la sovranità stessa dello Stato e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Per affrontare queste criticità non bastano interventi sporadici. Occorre una strategia nazionale che coniughi tre elementi: un presidio costante delle forze dell’ordine nelle aree più problematiche, l’uso di tecnologie avanzate e riforme normative che accelerino la risposta giudiziaria; a questi va affiancata una politica molto più rigorosa contro l’immigrazione illegale, con controlli di frontiera efficaci, rimpatri rapidi e, soprattutto, l’espulsione sistematica di chi entra irregolarmente o si rende responsabile di reati. Solo il ripristino dell’ordine e della legalità può creare le condizioni per un’integrazione reale di chi ha titolo a rimanere e per una riduzione strutturale della microcriminalità urbana.

Un adattamento del modello salvadoregno al caso italiano non significa replicarlo in modo meccanico, ma assumere la stessa logica di fondo: lo Stato deve tornare a essere presente, visibile e autorevole. Se questa sfida sarà affrontata con coraggio e continuità, l’Italia potrà invertire la tendenza al degrado e rafforzare la propria coesione sociale; se sarà elusa ancora una volta, il rischio è di assistere a un ulteriore peggioramento della sicurezza e della fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche. Questa riflessione può servire come base per nuove politiche pubbliche più efficaci, capaci di mettere al centro la protezione del cittadino e la riaffermazione dello Stato di diritto.

Le opinioni espresse negli articoli del Belfablog sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni del Centro Studi Machiavelli.

Foto CC0 Casa Presidencial El Salvador

Nota: Le opinioni espresse negli articoli sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni della Fondazione Machiavelli.

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