La ricezione novecentesca de Il Principe conosce una declinazione particolarmente significativa nell’opera di Carl Schmitt (1888-1985), giurista e teorico politico tedesco, la cui riflessione sulla sovranità, sulla decisione e sullo stato di eccezione ha profondamente segnato il dibattito politico del XX secolo. Formatosi come giurista nella Germania guglielmina e divenuto professore di diritto costituzionale durante la Repubblica di Weimar, Schmitt elabora il proprio pensiero in un contesto storico segnato dalla sconfitta tedesca nella Prima Guerra Mondiale, dall’instabilità istituzionale e dalla crisi dello Stato liberale-parlamentare. Il suo temporaneo e controverso coinvolgimento con il nazionalsocialismo nei primi anni Trenta – successivamente oggetto di autocritica e di una lunga marginalizzazione accademica nel secondo dopoguerra – costituisce uno sfondo biografico imprescindibile per comprendere la radicalità della sua teoria politica, senza tuttavia esaurirne il significato teorico. In questo quadro, la riflessione schmittiana, pur non essendo esplicitamente centrata su Machiavelli, trova nel trattato un’antecedente teorico fondamentale, soprattutto per quanto riguarda il realismo politico e il primato della decisione. La politica viene concepita come ambito irriducibile a norme morali o giuridiche astratte, e la sovranità come capacità di intervenire nei momenti di emergenza, quando l’ordine vacilla.
Sovranità e fondazione dell’ordine
Uno dei nuclei concettuali fondamentali del pensiero di Schmitt è la definizione di sovranità formulata in Teologia politica (1922):
«sovrano è chi decide sullo stato di eccezione».[1]
Questa concezione della sovranità, fondata sulla decisione ultima e non sulla norma, presenta evidenti punti di contatto con la ricezione moderna de Il Principe. Machiavelli viene implicitamente riconosciuto come uno dei primi teorici della politica intesa come campo dell’azione concreta, in cui il governante deve saper sospendere l’ordinario per salvaguardare l’ordine politico. Nella lettura schmittiana, il trattato machiavelliano non è tanto un manuale di tecniche di governo, quanto un testo che riconosce la necessità strutturale dell’eccezione nella vita politica. La figura del principe incarna colui che, di fronte alla crisi, assume su di sé la responsabilità della decisione, senza potersi rifugiare in giustificazioni morali o giuridiche preesistenti. Il segretario fiorentino diventa così, nella ricezione novecentesca, un precursore del decisionismo.
Un ulteriore punto di convergenza tra Schmitt e Machiavelli riguarda la critica alle concezioni normativistiche della politica, Schmitt polemizza apertamente contro il liberalismo giuridico, accusato di ridurre la politica a un sistema di regole procedurali incapaci di affrontare i conflitti reali. Tale critica trova un antecedente ideale nella ricezione postuma del trattato come testo che smaschera l’illusione di una politica fondata esclusivamente sui principi morali astratti. Come osserva Vincenzo de Santis, studioso italiano di filosofia politica e teoria del diritto, la lettura schmittiana di Machiavelli si colloca nella linea interpretativa che vede il segretario fiorentino come il primo autore a riconoscere che la politica non può essere né neutralizzata né moralizzata senza perdere efficacia.[2]
Il realismo machiavelliano viene così assunto come fondamento teorico di una concezione conflittuale della politica, in cui l’ordine non nasce dalla forma giuridica, ma dalla capacità di decidere e di imporre un criterio di distinzione. Schmitt definisce infatti il politico attraverso la distinzione amico-nemico, intesa come criterio autonomo rispetto alle altre sfere dell’esperienza umana. Pur non formulando esplicitamente tale distinzione, Machiavelli appare, nella ricezione novecentesca, pienamente consapevole della dimensione conflittuale della politica: il principe deve preservare l’unità dello Stato contro le minacce interne ed esterne, identificando i pericoli che mettono in discussione l’ordine politico. In questo senso, Il Principe viene reinterpretato come un testo che anticipa la concezione della politica come campo di decisioni estreme, in cui è in gioco l’esistenza stessa della comunità politica. Uno degli aspetti più rilevanti della ricezione schmittiana del trattato machiavelliano riguarda proprio il tema della fondazione dell’ordine politico. Schmitt insiste sul fatto che ogni ordine giuridico presuppone una decisione originaria che non può essere giustificata da norme precedenti. Questa intuizione trova una risonanza evidente nella lettura moderna de Il Principe come testo sulla fondazione e sulla conservazione dello Stato. Il principe di Machiavelli agisce spesso in una situazione di vuoto normativo, in cui l’ordine deve essere creato ex novo. La violenza fondativa, la necessità di agire contro la morale comune e la centralità della forza vengono così reinterpretate, nel Novecento, come elementi strutturali della sovranità politica. Schmitt contribuisce in tal modo a consolidare una lettura de Il Principe come testo teorico sulla nascita dell’autorità, più che come semplice trattato di tecnica politica.
Teologia politica e decisione: l’interpretazione di Duso
Un contributo decisivo alla comprensione di questa ricezione è offerto dal saggio del filosofo italiano Giuseppe Duso, Carl Schmitt: teologia politica e logica dei concetti politici moderni (1996)[3], che consente di collocare l’interpretazione schmittiana di Machiavelli all’interno di una più ampia storia concettuale della modernità politica. Schmitt non utilizza Machiavelli come semplice autore di riferimento, bensì come snodo teorico implicito nella costruzione dei concetti fondamentali della politica moderna – sovranità, decisione, Stato e ordine. Dal punto di vista biografico e intellettuale, Schmitt interpreta la modernità come un’epoca segnata dalla secolarizzazione di categorie teologiche, trasferite nel linguaggio della politica: Il Principe viene recepito come uno dei primi testi a rendere pensabile una politica autonoma rispetto alla morale e alla teologia tradizionale, pur conservando una struttura decisionale di tipo teologico.
Secondo Duso, il cuore della riflessione schmittiana non risiede tanto nella giustificazione dell’autorità, quanto nella struttura concettuale che rende possibile l’ordine politico. La celebre tesi secondo cui «tutti i concetti pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati»[4] diventa così una chiave interpretativa fondamentale anche per la ricezione postuma di Machiavelli. Il Principe appare come un testo che anticipa la logica decisionale della modernità, pur senza formularla in termini giuridici: il principe agisce come colui che, in assenza di un ordine dato, produce l’ordine attraverso l’atto, assumendo una funzione che nella teologia medievale spettava a Dio. Per Schmitt, la sovranità non è una qualità stabile, bensì una funzione attiva che emerge nella crisi e questo elemento consente di leggere Machiavelli come un precursore strutturale del decisionismo moderno. Il Principe contribuisce così alla genesi del concetto moderno di Stato prima ancora che alla sua teorizzazione sistematica. In questo quadro, la ricezione schmittiana accentua il carattere tragico della politica: non esistono soluzioni puramente razionali o morali, ma solo decisioni che espongono il soggetto politico al rischio. Machiavelli viene sottratto tanto all’anti-machiavellismo quanto a una lettura puramente tecnicistica, e collocato nel cuore della riflessione novecentesca sulla crisi della normatività.
La lettura schmittiana del trattato costituisce, quindi, una delle interpretazioni più radicali e controverse del Novecento: Machiavelli viene assunto come fondatore del realismo politico moderno e come autore capace di interrogare la crisi e le contraddizioni della modernità politica in un mondo secolarizzato.
Eccezione o consenso? Schmitt e Gramsci lettori de Il Principe
La ricezione novecentesca de Il Principe trova in Antonio Gramsci e Carl Schmitt due interpretazioni radicalmente differenti ma strutturalmente convergenti, volte a riconoscere nel trattato un testo fondativo della modernità politica. Se Schmitt legge Machiavelli come anticipatore di una teoria della sovranità fondata sulla decisione e sull’eccezione, Gramsci ne offre una reinterpretazione storicistica e politica, centrata sulla funzione costituente del potere e sulla relazione tra forza e consenso. In Gramsci, Il Principe è recepito come un testo simbolico, capace di pensare la fondazione di un nuovo ordine politico. Machiavelli viene così assunto come autore che riflette sulla politica come scienza autonoma, separata tanto dalla morale quanto dalla religione, ma profondamente radicata nella storia concreta. È in questa prospettiva che Gramsci introduce la celebre categoria del principe moderno, identificato non con un individuo, bensì con il partito politico, inteso come soggetto collettivo capace di organizzare una volontà nazional-popolare.[5]
Questa lettura indica una profonda trasformazione della ricezione postuma del trattato, che viene interpretato come un’opera che rende pensabile il momento costituente della politica. Gramsci coglie in Machiavelli la consapevolezza che ogni ordine politico nasce da una frattura storica e da un atto di fondazione, che non può essere giustificato da norme preesistenti. In questo senso, l’affermazione machiavelliana secondo cui «ne’ principati tutti nuovi, dove sia uno nuovo principe, si truova a mantenerli più o meno difficultà, secondo che più o meno è virtuoso colui che li acquista»[6] viene letta come riconoscimento della discontinuità storica che caratterizza la nascita dello Stato moderno. Su questo punto si innesta un primo, decisivo, elemento di convergenza con Schmitt. Anche per il giurista tedesco, come si è visto, l’ordine politico presuppone una decisione originaria, che emerge nella crisi e nello stato di eccezione. Tuttavia, mentre Schmitt accentua il carattere sovrano e individuale della decisione, Gramsci sposta l’asse interpretativo verso la dimensione collettiva e storica del potere. La decisione non è soltanto un atto giuridico-politico, ma un processo di costruzione dell’egemonia, che combina coercizione e consenso. Tale differenza emerge con chiarezza nella diversa lettura del rapporto tra forza e legge in Machiavelli. Ne Il Principe, la necessità dell’uso della forza è esplicitamente riconosciuta:
«[…] due generazioni di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma, perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Per tanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo».[7]
Schmitt legge questa affermazione come conferma della struttura decisionistica della politica, in cui la norma è sempre subordinata alla sopravvivenza dell’ordine. Gramsci, invece, le interpreta come indicazioni di una fase storica transitoria, in cui la forza è necessaria per fondare un nuovo equilibrio, ma deve progressivamente tradursi in consenso e direzione morale. La virtù machiavelliana assume quindi un significato profondamente diverso: per Schmitt, essa coincide essenzialmente con la capacità di decidere nell’eccezione; per Gramsci, la virtù è la capacità di costruire un’egemonia stabile, di trasformare un atto fondativo in un ordine duraturo.
Il confronto tra Schmitt e Gramsci consente di mettere in luce due linee fondamentali della ricezione novecentesca de Il Principe. Da un lato, una lettura tragica e decisionista, che vede nel trattato il riconoscimento definitivo dell’autonomia della politica e della necessità dell’eccezione; dall’altro, una lettura storico-politica, che interpreta Machiavelli come teorico della fondazione e della trasformazione degli ordini politici. La convergenza più profonda tra i due autori risiede nel riconoscimento della crisi come momento generativo della politica: Machiavelli diventa qui l’autore che per primo ha pensato alla politica come risposta a una situazione di disordine, in cui l’azione precede la norma.
Si comprende che Il Principe continui a funzionare, nel Novecento, come un testo-limite: un’opera capace di sostenere interpretazioni radicalmente diverse, ma accomunate dal riconoscimento della sua funzione genetica rispetto alla modernità politica. La ricezione postuma del trattato non si esaurisce in una disputa esegetica, ma diventa un terreno privilegiato per interrogare i fondamenti stessi della politica moderna: decisione o egemonia, sovranità o direzione, eccezione o consenso. È in questa tensione irrisolta che si colloca l’attualità duratura del pensiero machiavelliano.
Note
[1] C. Schmitt, Teologia politica (1922), trad. it., Bologna, Il Mulino, 1972, p.13
[2] V. De Santis, Il concetto di politico di Carl Schmitt, Roma, Carocci, 2010, pp. 60-72
[3] G. Duso, “Teologia politica e logica dei concetti politici moderni in Carl Schmitt”, in G. Duso, La logica del potere. Storia concettuale come filosofia politica, Roma-Bari, Laterza, 1999
[4] C. Schmitt, op. cit., p.36
[5] A. Gramsci, op. cit.
[6] N. Machiavelli, op. cit., cap. VI, p.19
[7] Ivi, cap.XVIII, p.57