Malaguti al Patrimonium Sancti Adalberti: “L’Europa centrale scuola di patriottismo per tutto il continente”

Key Takeaways

L’Europa centrale è sempre più esposta al rischio di essere trascinata in un allargamento del conflitto in Ucraina e deve prioritariamente evitare di esserne coinvolta direttamente.
Grazie alla sua posizione di crocevia tra Est e Ovest, può trasformare la propria geografia in un vantaggio strategico, diventando un polo autonomo capace di mediare e di influenzare le grandi potenze.
Per riuscirci deve rafforzare la propria identità e il patriottismo, rifiutando di essere semplice periferia o strumento di altri, e offrendo all’Europa un esempio di sovranità e consapevolezza storica.

Cari amici, è trascorso un anno dal nostro ultimo incontro qui a Praga, in occasione della conferenza del Patrimonium Sancti Adalberti. Purtroppo, dobbiamo riconoscere che le nostre speranze di pace sono rimaste disattese. Il mondo, e l’Europa in particolare, è oggi meno sicuro che mai; le sirene della guerra non hanno cessato di risuonare e l’Europa centrale viene sempre più relegata al ruolo di retrovia militare di un conflitto che minaccia di estendersi ben oltre i suoi confini.

Soltanto poche settimane fa, durante una visita al confine ucraino-polacco, gli allarmi antidrone risuonavano sui telefoni cellulari, mentre treni carichi di donne ucraine giungevano alla piccola stazione ferroviaria polacca di Chełm, a pochi chilometri dal confine. Due giorni più tardi, a Vienna, ho assistito a una scena altrettanto eloquente: treni provenienti dall’Ucraina, gremiti di donne, incrociavano le partenze di decine e decine di uomini in fuga dalla mobilitazione imposta dal governo di Kiev. L’Europa centrale si trova oggi sulla soglia di una guerra più vasta. La sua priorità assoluta deve essere, dunque, comprendere come evitare di esserne direttamente coinvolta: non soltanto per tutelare la propria sicurezza, ma anche per preservare quella dell’intero continente. Durante la stagione unipolare della storia mondiale, i confini sembravano destinati a perdere progressivamente significato. Oggi, tuttavia, l’avvento di un ordine multipolare li restituisce a una posizione di centralità strategica. I territori che qui rappresentiamo costituiscono da secoli una delle grandi linee di faglia della storia europea: il luogo in cui le potenze, le civiltà e gli interessi geopolitici dell’Est e dell’Ovest si incontrano, si confrontano e, talvolta, si scontrano.

Sebbene il turbolento scenario mediorientale occupi gran parte dell’attenzione della politica internazionale e dei mezzi di informazione, l’Europa centrale conserva un’importanza geopolitica del tutto peculiare. Non temo di essere smentito nell’affermare che essa rappresenti uno dei crocevia strategici più importanti del mondo contemporaneo. Basta volgere lo sguardo alla nostra storia recente. Entrambe le guerre mondiali ebbero origine in questa parte d’Europa: la prima con l’attentato di Sarajevo, in Bosnia, la seconda con l’invasione tedesca della Polonia. E se una terza guerra mondiale dovesse mai scoppiare, i confini polacchi potrebbero nuovamente trovarsi in prima linea, esposti al rischio di un allargamento del conflitto in Ucraina. La posizione dell’Europa centrale, situata fra il cuore industriale ed economico tedesco e l’immenso patrimonio di risorse naturali della Russia, ne fa un crocevia strategico di importanza capitale. Questa collocazione geografica non è però soltanto una condizione da subire: è una risorsa politica da comprendere e valorizzare. Se i paesi dell’Europa centrale intendono far sentire la propria voce nella storia e nella grande politica internazionale, possono e devono trasformare la propria posizione geografica in uno strumento di influenza. Occorre, anzitutto, acquisire piena consapevolezza del proprio peso strategico: senza l’Europa centrale, tanto l’Europa occidentale quanto la Russia vedrebbero sensibilmente ridotta la propria capacità di proiettare potenza sul continente. Occorre, inoltre, comprendere come esercitare tale influenza nell’interesse dei propri popoli, senza diventare strumenti delle ambizioni altrui.

Provengo dall’Italia, un paese che per secoli ha saputo essere tanto ponte fra civiltà differenti quanto bastione a difesa della propria identità. Venezia, città culturalmente e geograficamente vicina alla Mitteleuropa, fu per secoli una porta privilegiata verso l’Oriente e il mondo islamico. Fu, al tempo stesso, una potenza cristiana che contribuì alla vittoria di Lepanto e uno dei principali avversari dell’espansione ottomana nel Mediterraneo. Venezia ci insegna, dunque, che apertura e difesa non sono necessariamente incompatibili. L’Europa centrale può trarre una preziosa lezione dalla sua storia: imparare a essere, al tempo stesso, ponte e fortezza; luogo d’incontro e centro d’irradiazione di una volontà politica autonoma. Per svolgere questo ruolo, tuttavia, è indispensabile una salda consapevolezza della propria identità, delle proprie radici e dei valori condivisi. Soltanto un popolo consapevole di sé può aprirsi al mondo senza dissolversi in esso. In assenza di tale consapevolezza, il rischio è quello di ridursi a piattaforma finanziaria al servizio di interessi stranieri oppure a piazzaforte militare priva di una reale autonomia strategica.

La ragion di Stato dei paesi dell’Europa centrale dipende, pertanto, dalla capacità di abbracciare consapevolmente il proprio destino di crocevia fra Est e Ovest. Una condizione che in passato fu spesso percepita come una condanna può trasformarsi, nell’ordine multipolare che si va delineando, in una straordinaria fonte di ricchezza, influenza e prosperità. La storia di Venezia dimostra che la grandezza politica non dipende esclusivamente dalla dimensione demografica. Con una popolazione relativamente esigua, la Repubblica costruì un impero prospero, sviluppò istituzioni che, pur con tutti i limiti del loro tempo, assicurarono ai ceti dirigenti un notevole grado di partecipazione politica e mise in campo una flotta capace di misurarsi con le maggiori potenze dell’epoca. Allo stesso modo, l’Europa centrale, pur non disponendo della massa demografica della Russia, della Cina o dell’Europa occidentale nel suo complesso, può esercitare un’influenza ben superiore a quella che i suoi numeri lascerebbero supporre. Per riuscirci, deve superare ogni complesso di inferiorità, rifiutare i dogmatismi diplomatici e costruire, con determinazione e lungimiranza, un polo geopolitico autonomo.

Una simile autonomia richiede maggiore iniziativa politica. Da un lato, occorre respingere quei dogmatismi strategici dell’Unione Europea che troppo spesso rischiano di sacrificare gli interessi concreti dei popoli sull’altare di astratte rigidità ideologiche. Dall’altro, è necessario opporsi alle intimidazioni russe e alle diverse forme di imperialismo economico cinese, senza rinunciare a un rapporto pragmatico con nessuna delle grandi potenze. In questa prospettiva, la posizione geografica dell’Europa centrale deve diventare una leva negoziale e una risorsa economica. Attraverso la cooperazione, gli scambi e l’integrazione delle rispettive economie, i paesi della regione possono rendere lo scoppio di nuove guerre nel cuore del continente non soltanto indesiderabile, ma anche economicamente irrazionale. La sfida della sicurezza può così trasformarsi in una sfida per la prosperità, a condizione di riuscire a parlare con una voce sufficientemente unitaria, i paesi dell’Europa centrale possono diventare l’ago della bilancia fra Est e Ovest: non una periferia contesa dalle grandi potenze, ma un soggetto politico capace di influenzarne le decisioni.

Eppure, vi è qualcosa di ancora più prezioso che l’Europa centrale può offrire al resto del continente. Mi riferisco al patriottismo, alla fierezza nazionale e alla consapevolezza di appartenere a popoli che hanno conosciuto la dominazione straniera e conquistato la propria libertà a caro prezzo. Mi riferisco, soprattutto, alla determinazione di difendere un’identità collettiva senza sottometterla ai dettami del conformismo ideologico e del politicamente corretto.
Mai come oggi le grandi potenze mondiali — dagli Stati Uniti alla Cina, fino all’India — sembrano impegnate a riscoprire il valore delle proprie identità, elaborare nuove narrazioni e rinnovare i propri miti nazionali. L’Europa occidentale, al contrario, appare sempre più incapace di elaborare autonomamente una visione condivisa del proprio destino, prigioniera di un orizzonte politico spesso privo di ambizione storica e di fiducia in se stessa. La costruzione di una narrazione patriottica non è, tuttavia, un semplice esercizio estetico o filosofico. È una componente essenziale della sicurezza di una nazione. Un popolo che non crede nella propria storia, che non riconosce le proprie radici e non sa immaginare il proprio futuro difficilmente troverà la volontà necessaria per difendere la propria libertà. L’Europa centrale può dunque diventare una scuola di patriottismo per l’intero continente: un luogo in cui riscoprire non soltanto il significato della sovranità e della responsabilità nazionale, ma anche la necessità di custodire la propria identità nella cittadella del pensiero, prima ancora che ai confini della patria.

Può diventare, in altri termini, la capitale intellettuale di un’Europa rinnovata: un’Europa che ritrovi la fiducia in se stessa, recuperi la consapevolezza delle proprie radici e riscopra la capacità di agire come soggetto della storia, anziché subirne passivamente il corso. L’Europa nel suo insieme, e non soltanto quella occidentale, potrà beneficiare di questa rinascita. I popoli dell’Europa centrale potranno così offrire al continente un contributo decisivo: non soltanto sul piano strategico ed economico, ma anche su quello culturale e spirituale. Forse è proprio questa la loro vocazione storica: tornare al centro dell’Europa e del mondo, riconquistando quella centralità che il totalitarismo socialista e la divisione della Guerra fredda avevano loro sottratto.

Non più periferia della storia, non più terra di passaggio o campo di contesa fra potenze straniere, ma protagonisti consapevoli del proprio destino.

[Foto: Ignaz Wiradi – Opera propria CC BY-SA 3.0]

Nota: Le opinioni espresse negli articoli sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni della Fondazione Machiavelli.

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