Si avvicina il 3 novembre: data in cui, negli Stati Uniti, si terranno le elezioni di metà mandato (Midterm Elections). Si tratta di una tornata elettorale in cui verranno rinnovati la totalità della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. È chiaro come, al momento, la situazione non appaia troppo brillante per il Partito Repubblicano. Secondo HQ Decision Desk, al 21 ottobre, i democratici avevano il 78% di probabilità di conquistare la Camera e il 56% di riprendersi il Senato. Non solo. La media sondaggistica di Real Clear Politics, dedicata alle intenzioni di voto generiche per il Congresso, registrava oltre otto punti di vantaggio per l’Asinello. A questo si aggiunga che, solitamente, il partito del presidente in carica perde entrambe le camere alle Midterm che si tengono durante il suo secondo mandato: è infatti accaduto nel 1974, nel 1986, nel 1998, nel 2006 e nel 2014.
Insomma, le speranze per il Grand Old Party sono tutt’altro che rosee. Anche perché, al di là dei precedenti storici, i repubblicani si trovano principalmente in difficoltà a causa dell’alto costo del carburante, causato da una guerra, quella con l’Iran, che risulta impopolare tra ampie fasce dell’elettorato statunitense. A questo si aggiunga l’ostilità che una parte consistente di americani nutre nei confronti dei data center necessari ad alimentare l’intelligenza artificiale, infrastrutture che, di contro, la Casa Bianca sta convintamente appoggiando, in nome della competizione geopolitica e tecnologica di Washington con Pechino. Tutto questo ovviamente rappresenta un grattacapo rilevante per un Donald Trump che, se i repubblicani dovessero perdere anche soltanto uno dei due rami del Congresso, rischierebbe di ritrovarsi a incarnare il ruolo dell’anatra zoppa. Per il presidente americano è comunque impellente che il suo partito mantenga il controllo almeno del Senato, per limitare le perdite ed evitare di indebolirsi troppo sul piano politico.
È anche in questo senso che, nelle ultime settimane, l’inquilino della Casa Bianca ha adottato varie misure per cercare di contrastare il carovita. È in quest’ottica che, per esempio, ha raggiunto un controverso accordo sul diesel con Vladimir Putin. Ha inoltre recentemente annunciato un piano di aiuti dal valore di otto miliardi di dollari per gli agricoltori in difficoltà a causa dell’alto costo del carburante e dei fertilizzanti. Non è chiaro se queste misure basteranno per far recuperare consensi al Partito Repubblicano. L’unica cosa certa è che puntano principalmente ad arginare la concorrenza dem negli Stati agricoli, dove, almeno secondo i sondaggi, l’Asinello risulterebbe attualmente in ascesa.
Arrivati a questo punto, sembrerebbe che i repubblicani siano completamente spacciati. Senza dubbio, la loro situazione appare piuttosto problematica. Bisogna però al contempo guardare il quadro nella sua complessità. Se la principale vulnerabilità del Grand Old Party risiede nel carovita, i democratici, dal canto loro, devono affrontare un’incognita non irrilevante: stiamo parlando dei candidati di estrema sinistra che si sono imposti durante le primarie parlamentari di quest’estate (si pensi solo ad Abdul El-Sayed o ad Angie Nixon, che sono rispettivamente in lizza per i seggi senatoriali del Michigan e della Florida). Ebbene, è noto che l’establishment dem teme che tali figure estremiste possano alienare all’Asinello il voto di indecisi, ispanici e moderati.
Non solo. I flussi elettorali delle primarie dem hanno mostrato come, molto spesso, i candidati di estrema sinistra abbiano conquistato il voto di cittadini bianchi e tendenzialmente benestanti, senza riuscire a intercettare quello dei colletti blu. La working class teme d’altronde le politiche improntate all’estremismo green e all’immigrazione scarsamente controllata: ragion per cui, alle elezioni presidenziali del 2024, gli operai della Rust Belt votarono per Trump. Tra l’altro, bisogna fare attenzione ai sondaggi. Come sottolineato dal sondaggista statunitense Patrick Ruffini in una recente intervista rilasciata a La Verità, è possibile che, soprattutto negli Stati agricoli come Iowa e Kansas, i democratici siano attualmente sovrastimati. Non va poi trascurato che, durante alcune primarie dem di quest’estate, alcune rilevazioni sondaggistiche si siano mostrate decisamente errate.
Infine, anche ammesso che i sondaggi siano del tutto accurati, il quadro complessivo appare articolato, soprattutto per quanto concerne il Senato. Se è vero che quest’anno, con James Talarico, i dem sono notevolmente competitivi in Texas, dall’altra parte, i candidati dell’Asinello stanno mostrando segni di affaticamento in Minnesota e Michigan: secondo Real Clear Politics, il loro vantaggio medio è infatti attualmente inferiore ai tre punti. Sia chiaro: che la strada per i repubblicani sia decisamente in salita, è fuor di dubbio. Tuttavia, un’ondata dem a novembre, almeno per adesso, sembra tutt’altro che scontata. Il quadro complessivo, alla fine, potrebbe rivelare qualche sorpresa.