“If you do win an award tonight, please don’t use it as a platform for a political speech: you know nothing about the real world, most of you spent less time at school than Greta Thumberg, so if you win, come up, accept your little award, thank your agent and your God and fuck off…
Ricky Gervais, Golden Globes 2020
L’effetto Trump sulla deriva wokeista negli USA
Che l’ideologia woke negli Stati Uniti avrebbe avuto vita dura dopo la rielezione di Trump era abbastanza chiaro a tutti, e del resto la crescente insofferenza di ampie fasce di popolazione verso le prassi più estreme di tale scuola di pensiero è stata una componente non secondaria del successo schiacciante del miliardario repubblicano nel novembre 2024. Era tuttavia del tutto illusorio pensare che idee così pervasivamente penetrate nei principali centri di produzione culturale come università, scuole, mondo editoriale, cinema, potessero in pochi mesi arrendersi al ritorno del buon senso e della razionalità. Tanto più considerando che le minoranze progressiste sconfitte nelle urne, ma ancora potentissime nel mondo della finanza, dei media e dello spettacolo, avrebbero utilizzato proprio la retorica woke – dai diritti arcobaleno, all’immigrazionismo, dal catastrofismo climatico al linguaggio “inclusivo” – quale estrema frontiera di resistenza contro le odiate istanze del populismo MAGA, che già erano state di fatto neutralizzate negli anni del primo mandato di Trump.
I primi mesi di presidenza repubblicana, a conferma di questa previsione, hanno visto la sinistra radical reagire con ogni mezzo ai provvedimenti e alle prese di posizione della nuova amministrazione nei settori dove più pesantemente si era affermata la loro egemonia. In tal senso, lo smantellamento sistematico delle politiche DEI (Diversity, Equity and Inclusion) ed il connesso accantonamento o licenziamento di personale assunto in base a tali criteri di “discriminazione positiva“, sono stati il primo banco di prova del conflitto ed hanno chiaramente indicato la strada che Trump e il suo vice J.D. Vance, particolarmente impegnato su questi temi, intendevano perseguire.
Come era prevedibile, ad organizzare la resistenza è stato in primo luogo l’apparato mediatico e politico dei Dem, che per anni (prima nei due mandati di Obama, poi nel quadriennio di Biden) ha sostenuto i rilevanti finanziamenti pubblici volti a favorire politiche di inclusione totalmente controproducenti rispetto agli interessi dei cittadini americani, come dimostrano i casi degli incarichi apicali attribuiti nei corpi di polizia o nelle forze armate a persone sprovviste delle qualità fisiche e attitudinali minime per svolgere compiti di quel genere.
La resistenza di attori, cantanti e VIP
Ma l’ambiente che almeno inizialmente è apparso del tutto impermeabile al nuovo corso è stato quello dello spettacolo e del cinema, da sempre schierato in modo pressoché compatto contro Trump e i suoi elettori. Come del resto attestato dalle innumerevoli dichiarazioni di voto in favore dei DEM provenienti da Hollywood nelle settimane precedenti le elezioni, che, peraltro, hanno confermato ancora una volta come il voto della gente prescinda del tutto dalle posizioni dei VIP. Non è anzi esagerato affermare che esse sortiscano ormai un effetto contrario, e finiscano per ampliare il consenso di chi viene attaccato e demonizzato da star miliardarie che sembrano sempre più distanti dalle istanze della stragrande maggioranza dei cittadini.
Resta il fatto che cerimonie come gli Oscar o i Golden Globes del cinema o i Grammy Awards della musica, siano da anni l’occasione per la più stucchevole e retorica celebrazione di tutte le rivendicazioni del progressismo globalista e arcobaleno. In questo contesto, ogni artista chiamato sul palco si sente in dovere di divulgare il suo messaggio politico, e di esprimersi non per le sue doti attoriali o canore, quanto per il grado di adesione alle “battaglie” della sinistra radical.
Qualche anno fa Ricki Gervais, attore e comico inglese molto famoso ma essenzialmente estraneo al giro hollywoodiano, ha gettato un sasso assai pesante nel lago del conformismo liberal. In occasione della cerimonia dei Golden Globes del 2020, il suo monologo iniziale, pur nei toni comico-satirici adatti alla circostanza, ha colpito senza sconti l’ipocrisia della platea di attori miliardari che aveva di fronte. L’invito esplicito ad evitare le solite dichiarazioni politiche, che non interessano a nessuno (“perché voi non sapete nulla della vita reale”), è stato un gesto inatteso quanto brutalmente autentico ed ha portato in quella sala un spicchio di verità che nessuno dei presenti si aspettava di dover ascoltare.
Poco o nulla sembrava apparentemente cambiato dopo quell’episodio, le star hanno continuato ad auto celebrarsi, a denigrare i rozzi e ignoranti elettori di Trump, ad esaltare tutte le teorie del gender, a elogiare l’afflusso di giovani immigrati per sostituire gradualmente la popolazione bianca, invecchiata e conservatrice. Eppure, dietro questo copione ripetuto fino alla nausea, si scorgevano ormai segni evidenti di stanchezza, e si faceva strada la pericolosa sensazione che fosse in crescita esponenziale l’insofferenza e il fastidio degli americani per gli atteggiamenti elitari e arroganti di questo mondo di privilegiati e per le loro prediche insopportabili.
La gaffe epocale di Billie Eilish
E quindi in qualche modo ciò che è avvenuto ai Grammy Award del 1° febbraio scorso si poteva anche immaginare, ma certo non nelle modalità clamorose in cui si è verificato. La cantante Billie Eilish, salita sul palco per ritirare il suo premio, ha ovviamente recitato il suo inevitabile pistolotto politico di segno progressista. Prendendo spunto dalle infuocate polemiche che imperversavano da giorni sull’azione degli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis – dove la repressione della immigrazione clandestina aveva condotto a disordini, arresti e alla morte di due militanti di sinistra – la Eilish non si è limitata a condannare le iniziative del governo, ma ha voluto esprimere il suo pensiero sul tema immigrazione con una frase dirompente: “Nessuno è illegale su una terra rubata”.
Accolta da applausi e ovazioni dall’intera platea di VIP presenti alla Crypto.com Arena di Los Angeles, la temeraria affermazione ha fatto rapidamente il giro del mondo via web, e nel volgere di poche ore ha scatenato reazioni durissime da cittadini di ogni parte del Paese. Non solo critiche, feroci quanto legittime, ma purtroppo anche insulti e minacce, hanno inondato i canali social, accompagnati ben presto da prese di posizione di condanna da parte di innumerevoli influencer e giornalisti. In un paio di giorni la cantante ha dovuto rendersi conto di avere davvero superato un limite, quello della offesa gratuita e insensata ad un intero popolo, che lei, con inaudita superficialità, ha sostanzialmente accusato di vivere illegittimamente nel suo stesso Paese.
Quando alcuni cronisti si sono presentati al cancello della sua villa (del valore stimato in circa 14 milioni di dollari) per intervistarla, hanno trovato cancelli blindati e guardie di sicurezza, a conferma del fatto che quelli impegnati a urlare “No ai confini” vivono generalmente all’interno di fortini inespugnabili dove i confini non solo esistono ma sono anche difesi, se necessario, con le armi.
Era comunque difficile immaginare una gaffe di proporzioni più gravi, capace non solo di distruggere buona parte della popolarità di una star acclamata da milioni di fan, ma anche di colpirla pesantemente nei giorni successivi sotto altri aspetti, non meno importanti. Grandi brand che avevano concluso contratti di sponsorizzazione milionari con la Eilish si sono infatti rapidamente tirati indietro, vista l’enorme ondata di avversione che ha colpito la star.
E infine si sono inseriti nella polemica gli unici che avrebbero titolo per rispondere all’affermazione della cantante, vale a dire i rappresentanti della tribù dei Tongva, che, in quanto primi abitanti storicamente documentati della zona di Los Angeles, hanno ironicamente fatto notare che la cantante non li ha contattati per discutere della sua estesa proprietà immobiliare, che sorge appunto su una terra sottratta – o meglio rubata, per usare le parole della Eilish – alla loro comunità.
Nella stessa serata, davvero infausta per il circolo degli artisti miliardari globalisti e liberal, il conduttore Trevor Noah ha raccolto boati di approvazione con una pessima battuta su Trump, in cui alludeva espressamente alla partecipazione del presidente americano alle feste sulla tristemente famosa isola di Jeffrey Epstein. A stretto giro, Trump ha rilasciato un comunicato in preannuncia una querela milionaria per diffamazione a carico del presentatore.
Insomma, nessuno di questi esponenti del mondo privilegiato dello spettacolo ha preso sul serio il consiglio fornito loro nel 2020 da Ricky Gervais (“accept your award and fuck off”), hanno invece voluto dare ancora una volta voce alla loro retorica di sinistra, ipocrita e sempre più indigeribile per la gente comune, ed ora forse hanno più di una ragione per pentirsene.
Il progressismo wokeista degli artisti italiani
Se si sposta l’attenzione sul rapporto del mondo artistico italiano con l’ideologia woke e progressista, le considerazioni sono molto simili a quelle che valgono per il panorama americano, fermo restando ovviamente che si parla livelli di ricchezza e popolarità nemmeno lontanamente paragonabili. C’è anche da dire che cinema e musica nel nostro Paese sono settori in tutto in parte assisti da significativi finanziamenti pubblici e che quando ascoltiamo una dichiarazione politica di Germano, di Gassman o di Virzì contro il governo “fascista” non va mai dimenticato che, senza quel sostegno, i loro film non arriverebbero mai nelle sale e alcuni di loro dovrebbero probabilmente cercarsi un altro mestiere.
Detto questo, il meccanismo di adesione acritica a tutto ciò che contrasta i cattivi populisti e sovranisti e di rivendicazione di appartenenza alla sinistra – talvolta quella istituzionale, ma più spesso quella da centro sociale – è esattamente lo stesso che si pratica negli States. La più recente opportunità è rappresentata dalla campagna referendaria per la riforma Nordio sulla giustizia, e c’è da dire che comici, attori e cantanti si sono spesi alla grande per sostenere il loro “No”.
Personaggi come PIF, Elio, Daniele Silvestri, Nicola Piovani, perfino Nanni Moretti, sono scesi in campo per testimoniare la loro fiera opposizione alla riforma del governo di destra, facendosi interpreti in modo quasi didascalico di quel conformismo di sinistra che prescinde da ogni valutazione nel merito delle questioni e si limita a rilanciare slogan superficiali e fuorvianti, o autentiche falsità (come quella per cui la riforma assoggetterebbe i pubblici ministeri al governo). Il loro unico obiettivo è, come sempre, timbrare il cartellino di appartenenza alla sinistra, certo per appartenenza ideologica, ma anche se non soprattutto per ragioni di convenienza professionale, giacché nel nostro Paese l’artista che non sia schierato con i “buoni” è destinato alla totale emarginazione, quando non alla lapidazione mediatica.
Molti di questi artisti, così apparentemente sensibili ai temi della libertà e della eguaglianza, nei tristi anni della pandemia sono stati in prima fila a difendere misure liberticide come il green pass o i lockdown, e ad insultare e mettere alla gogna i pochissimi che nel loro mondo hanno osato sollevare dubbi (tra i quali ricordiamo Ruggeri e Montesano, che hanno subito per questo conseguenze pesanti sul piano professionale). Abbiamo del resto potuto ammirare lo spettacolo di icone del rock più ribelle indossare le mascherine e impartire lezioni agli italiani, per convincerli dell’efficacia del vaccino e per elogiare quella misura da stato di polizia che imponeva un lasciapassare per uscire di casa.
Mai come in questo caso è emersa in tutto il suo splendore la famosa doppia morale della sinistra e dei suoi attivisti: ciò che viene deciso da un governo “amico” va bene in ogni caso, anche se calpesta impunemente i diritti garantiti della costituzione, mentre qualunque provvedimento adottato da un esecutivo avversario va invece contrastato ad ogni costo, quale che ne sia il contenuto.
Non è voluto mancare alla conta degli artisti per il “No” colui che rappresenta la personificazione stessa del “radical-chicchismo” artistico, quel Toni Servillo (attore di altissimo livello, ma talmente ego-riferito da suscitare in molti sentimenti di sincera antipatia), che ha ritenuto di associarsi alla campagna per il “No” pur senza avere la minima idea di quale sia l’oggetto del quesito. Nondimeno ha voluto motivare il suo voto con una dichiarazione che, evitando qualunque riferimento alle norme, tenta invece di suggestionare il pubblico ricorrendo alla consueta retorica di stampo piddino: “Il vero obiettivo nascosto della riforma Nordio è quello di indebolire l’azione della magistratura nella sua funzione di controllo, di legalità nei confronti di pubblici poteri, in linea con quello che sta accadendo in America o in Ungheria”. Invano gli si potrebbe obiettare che l’unificazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri fu opera del fascismo, con provvedimento del ministro della Giustizia Grandi. Egli non cambierebbe di una virgola il suo proclama, giacché anche per lui, come per tutti gli intellettuali di sinistra di questa epoca infausta, i fatti sono dettagli trascurabili, ciò che conta è la giusta “narrazione” e tanto meglio se questa riesce a demonizzare la riforma Nordio in chiave autoritaria, suggerendo nessi – del tutto inesistenti – con i cattivissimi governi di Trump e Orban.
E questo del resto è il metodo cui ricorre regolarmente la sinistra per screditare e delegittimare qualunque iniziativa provenga dai loro avversari, il che costituisce davvero un enorme problema per la nostra democrazia. Al contrario del fantomatico “pericolo fascista”, quotidianamente evocato da editorialisti e presunti intellettuali progressisti, cui solo gente accecata da ideologia e ignoranza può ancora dare credito.
Foto: CC 2.0 by SA crommelincklars